Anomala impopolaritàI punti di forza (e di debolezza) di Joe Biden in vista delle elezioni del 2024

La vicepresidente del think tank di studi elettorali 270 Strategies Katie Parsons spiega a Linkiesta che la sfida principale per il presidente democratico sarà quella di mobilitare il suo elettorato più fedele, quelle delle minoranze afroamericane e ispaniche in stati chiave come la Pennsylvania, la Georgia e l’Arizona

Unsplash

Quattordici mesi. Mancano quattordici mesi alle elezioni americane, l’appuntamento nel quale gli Stati Uniti (e, con loro, mezzo mondo) si giocheranno l’osso del collo. A meno di clamorose sorprese dalle primarie, a sfidarsi per la Presidenza dovrebbero essere, in un inedito bis delle scorse elezioni, l’attuale presidente Joe Biden e il suo predecessore (sconfitto nel 2020) Donald Trump. Una corsa del genere, se davvero avrà luogo, sarebbe un’anomalia del sistema. Un candidato è Biden, politico affidabile e con una presidenza capace di grandi successi economici (occupazione ai massimi di sempre), politici (la coesione occidentale attorno all’Ucraina in politica estera; il poderoso piano per le infrastrutture all’interno) e sociali (il condono dei debiti studenteschi, la cancellazione delle pene per il possesso di marijuana).

Lo sfidante è Donald Trump, la cui presidenza non ha avuto nessun senso, nessuna direzione, nessuna visione, e la cui candidatura appare una summa casuale di improntitudine, aspirazioni dittatoriali e improvvisazione.

Insomma, le elezioni 2024 dovrebbero essere già scritte. Ma, del resto, anche quelle del 2016 avrebbero dovuto esserlo. Eppure Hillary Clinton, candidata con il curriculum più ricco e preciso mai visto in una corsa presidenziale, perse contro Trump, all’epoca completamente inesperto ed erratico. E proprio il precedente del 2016 popola gli incubi dei democratici e ha fatto sì che razionalità e buon senso non venissero più considerati strumenti sufficienti per prevedere l’esito di un’elezione. L’erraticità dell’elettorato, la propaganda continua e inquinata dei social, uniti al sistema elettorale americano fanno sì che ogni voto sia completamente imprevedibile.

I sondaggi, per quanto decisamente precoci, sono poco chiari: quelli più favorevoli a Biden parlano di pareggio o di vittoria sul filo di lana; quelli meno favorevoli al Presidente, invece, danno a Trump un vantaggio più che ampio. Ma è davvero possibile? Linkiesta lo ha chiesto a Katie Parsons, vicepresidente senior del think tank di studi elettorali 270 Strategies. Nel 2021 Parsons ha realizzato, con altri, quello che è considerato il rapporto più approfondito sui risultati elettorali delle presidenziali 2020.

Il report fu commissionato, in modo insolito, non dagli sconfitti repubblicani, ma dai vincitori democratici che, pur avendo portato a casa Presidenza e Senato, sapevano che c’erano punti da migliorare, elettorati da rafforzare, consensi da solidificare. Pubblicato nel 2021, il report evidenziò soprattutto una crepa nella macchina elettorale democratica: l’elettorato delle minoranze nere e latine. «Per anni, i democratici si sono potuti permettere di dare i voti di ispanici e afroamericani relativamente per scontati Soprattutto quelli afroamericani andavano praticamente solo ai democratici. Quelli ispanici erano più frammentati, meno coesi, ma in prevalenza per i democratici. Ora le cose sono cambiate. I democratici hanno perso grip su quei segmenti di popolazione. E questo è successo soprattutto per ragioni economiche, perché in periodi di difficoltà queste sono le prime a essere danneggiate e le ultime a riprendersi; per ragioni sociali, perché la questione della violenza della polizia è molto sentita e temuta, specie dai neri; infine per ragioni di rappresentanza: non ha più senso rivolgersi alle persone latino o afroamericane come se fossero un blocco unico che vota solo su base razziale e di classe. Non è più vero».

Trovare il modo per comunicare in modo efficace con questa fascia di popolazione e dunque, non perderne i voti, è fondamentale per i dem di Joe Biden. Lo è soprattutto perché le elezioni presidenziali si giocano su poche manciate di voti distribuiti in pochi stati chiave. E tra gli stati che si prevede saranno ‘swing’ nel 2024 ce ne sono almeno due a forte presenza di elettorato nero (Pennsylvania e Georgia) e almeno uno a forte presenza di ispanici (Arizona). «Se i democratici perdono voti in quei segmenti, rischiano di perdere gli Stati e, di conseguenza, la Presidenza. Ma attenzione: perché i democratici perdano voti, non è necessario che questi stessi voti vadano a Trump. È sufficiente che non vadano da nessuna parte, che stiano chiusi in casa. Che non si rechino ai seggi. Per i democratici l’affluenza è un elemento chiave, specie negli stati in bilico».

Quindi, sondaggi alla mano, Biden ha un anno di tempo non solo e non tanto per ampliare il suo consenso, quanto per portare le persone del suo elettorale più fedele a votare. «La chiave per farlo è mettere in relazione causa ed effetto. A oggi c’è un’anomalia nella popolarità e nella capacità di mobilitazione di Biden: le sue politiche sono molto popolari, ma lui non lo è. Questo succede perché non è chiaro, o meglio: non è stato comunicato con efficacia, il fatto che se oggi ci sono meno disoccupati non è un caso, ma è la conseguenza delle scelte di Biden; lo stesso vale per gli investimenti, per le infrastrutture, per il condono dei debiti studenteschi. È come se ci fosse stato un cortocircuito nella comunicazione. La politica di Biden piace, lui no. Se i democratici riusciranno a correggere questo cortocircuito anche la questione dell’età passerà in secondo piano».

Un lavoro di comunicazione che dovrà lavorare su quanto fatto, specie se la crisi dell’inflazione dovesse, come sembra possibile, rientrare entro pochi mesi. «I margini della gara elettorale sono troppo ristretti perché il solo appello alla salvaguardia della democrazia da solo basti. Conterà, ovvio, e lo farà moltissimo. Così come conterà moltissimo il tema dell’aborto, il cui divieto sembra indigesto a quasi tutto l’elettorato. Ma di nuovo sarà necessario mettere in relazione le cose: causa ed effetto. Se la democrazia è in pericolo, c’è una ragione precisa; se l’aborto è stato bandito negli Stati, di nuovo, c’è una ragione precisa». Se lo staff di Biden unirà questi puntini, la vittoria potrebbe arrivare con ampio margine. Se invece non ci riusciranno, sarà come lanciare i dadi.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter