Giovani e nonI ragazzi, le ragazze e la lingua senza età

A volte si parla di “uomo” e “donna”, altre volte no. È soprattutto nell’uso giornalistico che gli anni diventano un fatto relativo puramente opinabile. Spesso c’entra il ruolo che si ha nelle storie, soprattutto quelle di cronaca nera

(Unsplash)

L’età non conta, l’età è una convenzione, è una cosa relativa – si usa dire, con invereconda menzogna pietosa, da parte di chi una (certa) età non l’ha ancora. A volte lo dice anche chi ce l’ha, per darsi coraggio: «… l’importante è come ci si sente dentro». Sì, buonanotte…

In effetti, però, se non nei fatti, almeno nelle parole l’età può essere davvero relativa. Prendiamo la parola “ragazzo” – che, detto di passata, attraverso il latino medievale ragatius sembrerebbe derivare dall’arabo raqqas = fattorino, corriere, messaggero; ma c’è anche un’ipotesi alternativa che lo riporta al greco antico rákos = cencio, straccio, “da cui la metonimia che indica il giovane servo, una sorta di antico sciuscià” (etimoitaliano.it). Questa parola, prescindendo dalle accezioni particolari (mozzo di stalla o di nave, valletto, garzone, aiutante di bottega, figlio, fidanzato: tutte comunque connesse a un’idea di giovinezza), designa una determinata fase nella vita dell’individuo, quella “compresa tra la pubertà e l’età adulta” (Dizionario De Mauro): ossia, grossomodo, tra i 10-12 e i 18-25 anni. Anche se i limiti temporali sono elastici, specialmente in uscita: tanto è vero che gli psicologi tendono oggi a estenderli fino ai 30, in una fase intermedia “giovane-adulto”.

Nei mercati rionali – dove, chissà perché, hanno l’abitudine di darti del tu – i maschi adulti, indipendentemente dall’anagrafe, sono tutti “ragazzi”. A me una volta è capitato di incontrare a un banco un vecchio amico, vecchio proprio nel senso letterale e pure piuttosto valetudinario, a cui il venditore si è allegramente rivolto così: “Dimmi, ragazzo…”.

Ma è soprattutto nell’uso giornalistico che l’età diventa un fatto relativo puramente opinabile. In questo ambito, “ragazzo/ragazza” – qualche volta anche “il/la giovane”, o addirittura “il/la giovane ragazzo/a” – e, conseguentemente, “uomo/donna” e “anziano/anziana” sono categorie fluide che non dipendono tanto dall’età anagrafica degli interessati, quanto piuttosto da ciò che fanno nella vita o dal ruolo rivestito nella notizia che li riguarda. Non è però una regola fissa.

Mercoledì scorso, su tutti i siti di informazione – e il giorno appresso sui giornali cartacei – c’era la notizia di una ragazza che a Lampedusa ha salvato quattro migranti gettandosi coraggiosamente nel mare. La persona in questione ha 31 anni e lavora come addetta al marketing in un’azienda di Palermo, ma in questo caso il dettaglio è secondario e funzionale soltanto a completare una succinta presentazione della protagonista, che ha agito spinta dalla sua giovanile generosità valorizzata dalla qualifica di ragazza. Non così qualche giorno prima, a proposito della venticinquenne funzionaria di Rfi che la sera della tragedia di Brandizzo aveva invano tentato di fermare l’inizio dei lavori sui binari: nonostante la giovane età, il suo ruolo di testimone chiave era determinato dal fatto di essere intervenuta nella vicenda nello svolgimento delle sue mansioni, e quindi per tutti era “la donna”.

Nelle notizie di nera, in genere, è la parte avuta nel fatto, di vittima o carnefice, a determinare se si è ragazzi o altro. Nel sito web del Quotidiano di Puglia, lo scorso 28 aprile, si riferiva di un cinquantenne ucciso a coltellate a Bitonto al culmine di una lite: l’omicida veniva indicato in un uomo di 28 anni. Un ragazzo della stessa età (così sul Giorno e La Provincia Pavese) era invece stato ammazzato a botte una settimana prima a Vigevano, e per il delitto era stato arrestato il fratello della sua fidanzata, un uomo di 30 anni: due soli più dell’ucciso, ma sufficienti per transitare da una fase all’altra della parabola umana.

Due pesi e due età, nel medesimo resoconto (sulla Stampa ma anche sugli altri quotidiani che se ne occuparono) di un assurdo fatto di sangue che aveva sconvolto Torino a febbraio del 2019, avvenuto sul lungopò in pieno centro: vittima un ragazzo di 33 anni che stava andando al lavoro, assassino un uomo di 27, sbandato, clandestino, uscito quel mattino con l’intenzione di colpire il primo passante reo di avere la faccia contenta. Ma il ruolo di colpevole può abbassare notevolmente la soglia dell’età adulta, come è accaduto nell’agosto dell’anno scorso alla soldatessa statunitense della base militare di Aviano che a Porcia, nei pressi di Pordenone, aveva investito e ucciso un ragazzo (questo sì) di 15 anni: era al volante ubriaca fradicia, con un tasso alcolemico quattro volte superiore al consentito, era stata arrestata per omicidio stradale aggravato, quindi per tutti era “la donna”. Mentre, all’estremo opposto, può alzarsi oltremisura la soglia dell’età adolescenziale: caso limite, lo scorso aprile sul sito FrosinoneToday, quello di un incidente mortale avvenuto sulla Ardeatina, vittima un ragazzo di 45 anni.

C’è da dire che qualche volta può essere un “ragazzo” anche chi è entrato nella notizia dalla parte del torto: per i rampolli sfaccendati o annoiati, o per qualche ragione problematici, di famiglie perbene, o comunque in vista, vale in genere un occhio indulgente. E così è qualificato come ragazzo Leonardo Apache La Russa, accusato di uno stupro commesso a Milano lo scorso maggio, e ragazzi sono Ciro Grillo e i suoi amici processati (prossima udienza questo venerdì) per un analogo fattaccio avvenuto in Sardegna nel luglio del 2019.

Se “ragazzo” e “ragazza” hanno sempre nelle notizie giornalistiche una connotazione in largo senso positiva, o almeno portano con sé una sfumatura di comprensione, l’uso delle parole “uomo” e “donna”, com’è ovvio, non comporta necessariamente una valutazione negativa. Salvo casi eccezionali, oltre i quarant’anni, e se si tratta di una anonima persona comune, la vittima di un caso di cronaca – omicidio, incidente, violenza, furto, raggiro – è un uomo (o una donna); se però si tratta di una persona anche solo un poco al di sopra dell’anonimato, non viene più nominata come uomo (o donna) ma con la qualifica professionale: ingegnere, medico, imprenditore, docente, scrittore…

Di analogo riguardo ognuno di questi soggetti gode anche più avanti negli anni, anche molto più avanti, tutt’al più accompagnato dall’aggettivo “anziano”; chi invece, non trovandosi in una di queste categorie privilegiate, ha superato i 60 anni, o magari non li ha ancora superati ma ha già smesso di lavorare, è semplicemente, brutalmente, un anziano. E allora, per consolarsi, non gli resta che andare al mercato.

 

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