Nonno PaperonePerché Italia, Portogallo e Lussemburgo non sono paesi per giovani

Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, nei tre Stati europei esiste un enorme divario di reddito: le politiche economiche favoriscono i pensionati e non si investe in borse di studio universitarie. Per diminuire la disuguaglianza serve aumentare l’occupazione e valorizzare la preparazione, soprattutto nelle discipline scientifiche

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Anziani sempre più ricchi e giovani sempre più poveri. Italia, Portogallo e Lussemburgo sono i tre Paesi che in Europa, condividono un destino comune. La generazione che va dai venticinque ai quarantanove anni è vittima di precarietà e disoccupazione. Le pensioni peseranno di più sulla spesa sociale di questi stati, col risultato che il reddito degli over-65 aumenterà, allargando la forbice del divario generazionale. E l’inflazione non aiuta. Oggi, con cento euro possiamo comprare meno rispetto a quanto potevamo fare nel 2022. Secondo i dati Eurostat più aggiornati, infatti, a luglio il livello dei prezzi in Europa è cresciuto del 5,3 per cento rispetto a un anno fa. La riduzione del potere d’acquisto dei redditi dei cittadini pesa specialmente su quelli meno abbienti, in questo caso i giovani.

L’Italia è quella messa peggio. «Noi abbiamo il sistema pensionistico più sbilanciato dell’Occidente – spiega a Linkiesta Luca Ricolfi, sociologo e politologo italiano – perché il nostro Stato sociale è incompleto; è basato sulle pensioni e quindi ne risentono sanità, scuola e politiche per la povertà. Lo squilibrio, quindi, esiste perché una quota spropositata delle tasse va alle pensioni. E poi manca un sistema complementare, il cosiddetto “Secondo Pilastro” della previdenza, basato sul risparmio e l’accumulazione privata». Quindi, in Italia, si spende poco per gli investimenti sociali e si propende per i trasferimenti monetari di natura passiva, per lo più pensioni di vecchiaia e superstiti, in particolare per il 58,3 per cento della spesa per il welfare. La quota dedicata ai servizi e le misure di attivazione per i disoccupati, invece, rappresentano solo lo 0,2 per cento del Pil, dato che colloca il nostro Paese alle ultime posizioni a fronte di un valore medio europeo dello 0,6 per cento. Secondo il sociologo, poi, le vecchie generazioni per cui il risparmio è sempre stato un valore, hanno anche reddito accumulato, patrimonio finanziario, rendite e beni come la seconda casa.

L’altra ragione per cui in Italia esiste un divario tra giovani e anziani (il reddito medio disponibile degli over sessantacinque è del 3,5 per cento maggiore rispetto a quello delle persone tra i venticinque e i quarantanove anni) è che i primi guadagnano poco. «Il mercato del lavoro è spietato- spiega il sociologo-. Non può premiare i giovani che hanno delle specializzazioni che non servono, come quelle umanistiche, poco appetibili. Inoltre molti laureati sono sottoqualificati, il titolo di studio certifica competenze che spesso non sono reali. A questo punto i posti di lavoro che si formano o sono di bassissimo livello, e vengono quindi coperti dagli immigrati, oppure sono di livello intermedio, ma allora c’è un mismatch tra domanda e offerta» analizza il professore. Avendo l’Italia un tasso di occupazione tra i più bassi dell’Occidente (mancano sei-sette milioni di posti di lavoro) le imprese concentrano la loro attenzione sui lavoratori più produttivi.

«A causa dell’abbassamento della qualità dell’istruzione, abbiamo una gioventù poco preparata. Nel nostro sistema scolastico i professori subiscono pressioni a promuovere gli studenti. A questo bisogna aggiungere la mancanza di borse di studio. In questo modo si genera la disuguaglianza» dice Ricolfi. I giovani italiani, quindi, a causa di un sistema scolastico deficitario e che non premia il merito, sarebbero impreparati ad affrontare un mercato del lavoro con poco spazio e sempre più competitivo.  Nel dettaglio, il venti per cento dei giovani italiani tra i diciotto e trentaquattro anni è in una condizione di deprivazione sia di istruzione che di lavoro. In generale la disoccupazione giovanile in Italia è pari al 21,3 per cento rispetto a una media europea del 14,1 per cento.

Non solo difficoltà di accesso al lavoro ma anche precariato: in Italia cresce il lavoro cosiddetto “fragile”, insicuro e mal retribuito. I contratti di durata compresa tra una settimana e un mese, sono in aumento: da circa 50mila a prima della Pandemia a più di 80mila. Il dislivello di reddito fra la generazione Z (18-34 anni) e i baby boomers è notevole e a fronte di una retribuzione media i primi scendono di un buon ventitré per cento mentre i secondi salgono di oltre un diciassette per cento. In sostanza, a parità di inquadramento, un giovane italiano guadagna quasi la metà di un over cinquanta.

Il Portogallo: benvenuti pensionati, laureati arrangiatevi
Anche in  Portogallo il valore della disoccupazione giovanile è alto e si attesta attorno al 19,20 per cento, nonostante i ventenni siano molto scolarizzati. Nove su dieci hanno almeno l’istruzione secondaria, quando la media europea è dell’ottantaquattro per cento. Il trenta per cento di portoghesi tra i venti e i ventiquattro anni, poi, ha completato l’istruzione superiore.  Nella valutazione delle competenze digitali, inoltre, basata su un insieme di attività svolte su diversi dispositivi elettronici, il Portogallo si è classificato al quinto posto tra i paesi dell’Unione Europea in cui i giovani, tra i sedici e i ventiquattro anni, presentano livelli di base o superiori. Lo studente medio portoghese ha ottenuto un punteggio pari a quattrocentonovantadue punti, in termini di competenze in lettura, matematica e scienze nell’ambito del Programma Ocse per la valutazione internazionale degli studenti (Pisa). Tale punteggio è superiore rispetto alla media Ocse, pari a quattrocentoottantotto punti.

Inoltre, il Portogallo con il venti per cento, ha il secondo tasso più alto nell’Unione Europea di laureati in ingegneria, produzione  e costruzione. Nonostante questo il Paese è il quinto ad avere la percentuale più alta di giovani con lavori precari, mal pagati e con l’aumento del prezzo delle case, è difficile per i giovani uscire presto di casa. Secondo un rapporto di Pordata, Database del Portogallo Contemporaneo dotato di statistiche ufficiali e certificate sul Portogallo e l’Europa, quasi il venticinque per cento di giovani è in condizione di povertà o di esclusione sociale.

Nel Paese della migrazione dei pensionati stranieri, agevolati da un sistema di tassazione pari al 10 per cento per 10 anni, gli over sessantacinque sono favoriti dalle scelte di politica economica: da luglio 2023 la spesa per le misure previdenziali è aumentata del 3,7 per cento.

Il Lussemburgo è una ricca destinazione per pochi
Chi potrebbe immaginare che anche il Lussemburgo, uno dei Paesi più ricchi dell’Eurozona, abbia un problema di lavoratori poveri e precari? Ebbene sì, sono il 13,5 per cento dei dipendenti ad avere difficoltà economiche. Quadro che si complica per quanto riguarda i giovani: nella fascia tra i 15 e i 24 anni solo il 27,4 per cento di lussemburghesi ha un lavoro, molti in questo range stanno ancora studiando. E gran parte degli studenti non riesce ad arrivare a fine mese, senza alcuna borsa di mobilità per il soggiorno in Lussemburgo; il settantatré per cento di loro non possiede una borsa di studio. Tra turni di lavoro di 35 ore settimanali o più impieghi part-time, arrancano negli studi. La situazione dei dottorandi, poi, è drammatica, il venticinque per cento di loro non ne trarrebbe beneficio fin dal primo anno e spesso verrebbero pagati al di sotto del salario minimo. Il Lussemburgo è meno colpito dall’aumento dei prezzi, l’inflazione nel Paese è del due per cento, ma non per questo le famiglie e i giovani in particolare, sono meno in difficoltà in un Paese in cui il reddito guadagnato dal venti per cento più ricco è 4,6 volte superiore a quello del venti per cento più povero e in cui la spesa in pensioni è aumentata del centodiciassette per cento in dieci anni, pari a 3,7 miliardi.

Portogallo e Lusssemburgo non sono Paesi da cui l’Italia dovrebbe prendere esempio. Un modello di riferimento a cui aspirare, potrebbe essere quello danese. La Danimarca spende ogni anno 3,3 miliardi di euro, circa l’uno per cento del Pil, tra sussidi e prestiti calmierati agli universitari. Ogni studente si mette in tasca circa ottocentoventicinque euro al mese se vive da solo. Dietro il successo del Paese, metà dei suoi giovani sono laureati, c’è questo sussidio statale. Una ricetta indicata per l’Italia anche dal professor Ricolfi: borse di studio selvagge di importo notevole fin dal primo anno di liceo per i ragazzi e come scrive nel suo libro “La rivoluzione del merito” edito da Rizzoli, uscito martedì scorso.

La soluzione per rendere i giovani italiani più occupabili è quella di garantire l’applicazione dell’Art. 34 della Costituzione italiana: “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Anche chi proviene da famiglie popolari, quindi, ha diritto a competere sul mercato del lavoro con gli stessi mezzi degli altri. La scuola vagheggiata da Don Milani, illustra Ricolfi, non lascia indietro nessuno ed è una scuola a tempo pieno, in cui chi ha bisogno di sostegno viene seguito per stare al passo con gli altri facendo più ore di lezione: così dovrebbe essere quella italiana, più egualitaria e intensiva (come avrebbe voluto Don Milani), ma anche più seria ed esigente (come auspica Ricolfi nel suo libro). «La grande ingiustizia è che solo chi ha i soldi si può permettere di mandare i figli a ripetizioni. Il servizio di tutor scolastici dovrebbe essere offerto a chiunque sia in difficoltà, indipendentemente dal ceto sociale» afferma il sociologo.

Per diminuire le disuguaglianze in Italia, la soluzione secondo Ricolfi, non è aumentare le misure assistenziali ma i posti di lavoro e affinché i giovani siano più occupabili, bisogna puntare sull’Istruzione professionale, che forma mestieri di cui c’è grande bisogno, e sulle materie Stem, Science (scienza), Technology (tecnologia), Engineering (ingegneria) e Mathematics (matematica), specializzazioni molto richieste dal mercato.