Occhi in ogni angoloUna challenge seppellirà la repressione con gli algoritmi dell’Iran

A un anno dall’uccisione di Mahsa Amini, gli ayatollah studiano nuovi sistemi di controllo. Una parte del regime considera il velo il proprio Muro di Berlino, ma il consenso alle punizioni più severe è scarso pure tra chi dovrebbe applicarle. Cecilia Sala racconta, anche in Ucraina e Afghanistan, una generazione che sta diventando grande attraverso “l’incendio”

Proteste a Teheran
(AP Photo/Middle East Images)

La minaccia di una reazione incontrollabile da parte di una generazione che sfugge ai codici della Rivoluzione islamica ha portato le autorità a studiare un nuovo sistema di controllo. Dal 2020 in Iran si lavora a un progetto pilota in collaborazione con la Cina. Nell’agosto del 2022, poche settimane prima che in una stazione della metro Mahsa Amini venisse fermata per il suo velo imperfetto, un ufficiale iraniano ha ammesso per la prima volta la presenza di telecamere collegate agli algoritmi per sbirciare le donne e scovare quelle con un hijab insufficiente.

Le telecamere le hanno piazzate di notte in cima ai bancomat, agli scivoli per bambini nei parchi giochi, negli uffici pubblici, agli incroci delle strade e dentro le stazioni. La tecnologia la fornisce Tiandy, leader della videosorveglianza collegata agli algoritmi con sede a Tientsin, a sudest di Pechino.

La società sta ridisegnando lo spazio pubblico iraniano piazzando occhi «in ogni angolo», come ha detto il capo della polizia Ahmad-Reza Radan. Il senso del progetto è questo: rendere più ambigua e silenziosa la repressione, anticipare quella di piazza portandola dentro le case, usare meno i gas lacrimogeni e più l’intelligence, scoprire per tempo le ribelli e andare a bussare alle loro porte.

In questo modo si possono oscurare gli atti di protesta nelle strade ed evitare che siano di ispirazione per altri, si può spegnere la scintilla prima dell’incendio. E si rende meno necessaria la violenza delle manganellate per strada che indigna anche le famiglie religiose generalmente poco o per nulla ostili al regime.

Il 5 luglio 2022 il presidente Ebrahim Raisi ha annunciato regole nuove e controlli più pervasivi «su velo e castità», che nella pratica sono poi stati affidati al ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio di Teheran. Un mese dopo, le autorità hanno ammesso la presenza delle telecamere intelligenti e hanno minacciato le ragazze spiegando che le punizioni avrebbero funzionato secondo alcuni automatismi: non sarebbero più riuscite ad accedere agli sportelli bancari per un prelievo e agli uffici pubblici per pagare la retta universitaria.

Avrebbero perso la patente o il passaporto. Se lavorano per lo Stato: si sarebbero bruciate la possibilità di un aumento e il bonus di fine anno. Alla fine di settembre, dopo una settimana di proteste, il capo della commissione Giustizia del Parlamento, Musa Ghazanfar-Abadi, ha detto che bisognava sbrigarsi a rafforzare la presenza di telecamere per il riconoscimento facciale per ridurre gli scontri tra la polizia e i manifestanti. Voleva, dopo il primo corteo, evitare il secondo «e i possibili spargimenti di sangue».

La tecnica a quel punto prevedeva di identificare i manifestanti e, tra loro, soprattutto gli organizzatori e i leader, controllare la loro rete di contatti sui social, andarli a prendere in segreto per fermare il contagio: convincerli o costringerli a rinunciare. […]

La risposta si chiama «challenge», quel gesto identico ripetuto molte volte da molte persone che si filmano o si fotografano e poi pubblicano la prova di una propria azione online: in Iran, da aprile 2023, ce ne sono tre. La prima è farsi fotografare in coppia, posizionati entrambi di spalle, mentre un marito o un fidanzato mette il braccio intorno alla vita di una donna senza velo. La seconda è filmare un’amica che al momento di passare i tornelli in metropolitana davanti alle guardie indossa l’hijab ma, appena superata la barriera, se lo toglie e sale sul vagone con i capelli al vento. La terza è la più rischiosa e consiste nel farsi fotografare o scattarsi un selfie in strada, senza velo, davanti ai poliziotti.

In Iran non ci sono più i cortei massicci nelle strade ma, dalla capitale Teheran alla città conservatrice e sacra di Mashhad fino alla provincia del Kurdistan, le iraniane stanno usando gli smartphone per filmare e postare gesti individuali che raccolti tutti insieme sotto uno stesso hashtag diventano una sfilata di migliaia di donne non velate. È una protesta che segue la stessa trasformazione dei metodi della repressione. […]

Nella riscrittura delle regole, la punizione più severa ipotizzata è quella che prevede, per le donne che dopo i richiami e le multe continuino a rifiutarsi di mettere il velo in testa, la fine di alcuni diritti sociali e, su tutti, del diritto all’istruzione. In un paese dove la popolazione universitaria è a maggioranza femminile, è un affronto. […]

Da quando è morta Mahsa Amini, le autorità iraniane si sono divise spesso sulla risposta da dare a un movimento di protesta senza precedenti. Una parte degli ayatollah considera il velo il proprio Muro di Berlino e fa il seguente ragionamento: l’hijab non è importante soltanto in quanto tale ma in quanto simbolo, se cediamo su qualcosa che è – o appare a chi ci guarda – essenziale per noi, quella piccola apertura ci travolgerà tutti. E sarà come la prima picconata contro il Muro che ha finito per sgretolare l’intera Unione Sovietica. Ma a vederla in questi termini è, appunto, una parte del regime.

In Iran il consenso alle punizioni più severe per le ragazze è scarso anche tra chi dovrebbe applicarle, un pezzo della politica conservatrice (l’opposizione di quella riformista è scontata) e del clero.

Da “L’incendio. Reportage su una generazione tra Iran, Ucraina e Afghanistan” di Cecilia Sala, Mondadori, 204 pagine, 18,50 euro.

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