Un viaggio lungo dieci anniCon “I lupi dentro”, Edoardo Nesi torna a parlarci della sua nostalgia

Riecco sulla pagina Federico Carpini, al centro di una parabola che è sempre in bilico fra passato e presente. Con la stessa struttura circolare di una favola, ma senza il lieto fine, viene a chiudersi un ciclo unico nel panorama letterario italiano

Foto Cosima Scavolini/Lapresse

Immaginiamo un mondo letterario impossibile: ogni scrittore ha a disposizione un unico e solo sentimento attorno al quale far ruotare ciascuno dei suoi romanzi. Ecco. Dubbi su dove ricadrebbe la scelta di Edoardo Nesi, da poco in libreria con il suo nuovo romanzo, “I lupi dentro” (La nave di Teseo), non potrebbero essercene. Più degli altri, questo: la nostalgia. Dopo il trittico “industriale” inaugurato con “L’età dell’oro” e proseguito con “Storia della mia gente”, per cui Nesi riceve il Premio Strega 2011, e conclusosi con “Le nostre vite senza ieri”, siamo di nuovo qui.

Immersi nella nostalgia di un tempo che pulsa vivido nei rimpianti del protagonista e di un’epoca che scintilla dentro il contrappunto d’ogni ombra destinata a sopraggiungere. Anzi, peggio. Siamo a un passo indietro da qui. Fino al romanzo con cui Nesi ha esordito nel 1995. In “Fughe da fermo”, Federico Carpini trovava il suo posto nell’universo di fantasia dell’autore, e ora eccolo di nuovo sulla pagina e sulla scena di una parabola che è sempre in bilico fra passato e presente. Con la stessa struttura circolare di una favola, ma senza il lieto fine, viene a chiudersi un ciclo unico nel panorama letterario italiano, esteso lungo il corso di quasi dieci anni. «Oh, era il 1983», riflette Fede oramai sessantenne, «l’anno migliore degli anni migliori della storia dell’umanità e noi si aveva diciott’anni appena compiuti e si sentiva la musica dalla mattina alla sera col registratore di Marty che suonava le cassette che s’eran registrati dai dischi».

Una vita beata e analogica in procinto però di cambiare, seppure nessuno poteva immaginarlo. E adesso che il protagonista è un ex bello, appesantito da qualche chilo di troppo, con una vecchia Porche 964, i soliti amici, ricordi di gioventù e rimpianti d’amore, quel cambiamento è avvenuto e ha travolto tutto. Tranne la visione, che potremmo spingerci a definire poetica, di chi scrive. È un orizzonte, quello di Nesi, in cui per l’ennesima volta l’economia diventa una scienza umana, quanto di più distante dalla disputa di teorie contrapposte senza ricadute reali sulla vita dei singoli. Scelte che implicano un orientamento, orientamenti che implicano delle conseguenze e conseguenze che inducono a un caos inarrestabile e sordo, per taluni tragico. Era sempre l’alba, quell’estate lì. L’estate a cui Fede, a un passo dal pignoramento della propria roba, ciò che ha ereditato dal padre, oggetti e previlegi insieme a cui è cresciuto senza il presentimento che qualcuno potesse arrivare a sottrarglieli, ripensa malinconico. Era sempre politica, in quegli inverni lì. E chi s’impuntava a dichiararsi apolitico rischiava di essere scambiato per un fascista. Anche se poi non c’erano ripercussioni. Il disimpegno dei borghesi che, come Fede, andavano in giro in camice a quadri, felpe dell’università, Levi’s e Timberland, contro l’eskimo dei compagni della sinistra radicale – seppure figli d’avvocati o di ingegneri –, non portava a niente. C’era lievità. L’ardore e la violenza degli anni Settanta stava lasciando il posto a polemiche vaporose, qualche battutina, piccoli livori. Niente di fisico e nessuna minaccia. A Roma, Milano, Torino forse sì, ma ancora per poco.

Nei fulgidi anni Ottanta pure la politica si incenerisce, e fra i ragazzi emerge inarrestabile la voglia di godersi quanto quell’epoca di opportunità permetteva e prometteva loro. Un posto smarrito, guardato da qui, e cioè dal presente, ma vivo nella memoria di Fede e dei suoi amici, graziati dal colpo di fortuna d’essere nati in una fase di crescita, di fiducia e accumulo, e non in una di crisi. Un luogo, la Prato intima dell’autore, che allarga tuttavia le maglie alla memoria collettiva e al passato comune, conservando lo stampo dei piccoli artigiani tessili schiacciati nel tempo dalla globalizzazione, sullo sfondo di un’attualità per nulla ottimista, rassegnata e quasi esausta, di sicuro scettica su quanto deve ancora avvenire.

Non è un caso se Nesi cita Dylan Thomas per restituirci l’ostinazione con cui Fede, oramai sessantenne, travolto dal fallimento, sudaticcio e mezzo ubriaco su una piazza deserta ripensa a questo verso «inseguire bestialmente i tuoi giorni su questo pianeta». Thomas morì a un passo dai quarant’anni, prima della stagione esistenziale in cui opporsi a chi non sceglie di vivere fino in fondo, nella leggerezza, e tra le passioni, nella fiducia, nell’intempestività, diventa un’impresa impossibile. Di mezzo, fra i quaranta e i sessanta, c’è lo strappo più o meno tragico e più o meno inevitabile, tra i sogni coltivati e inseguiti fino al limite dell’età adulta, e il ribaltamento del caso. Fede Carpini li rivede nitidi, questi sogni, e nel giorno in cui attende che un Ufficiale giudiziario venga a sottrargli la sua roba, li fa emergere dalle pagine con amarezza. È nel rovescio di quanto accaduto in seguito che alla gioia della gioventù va a sommarsi lo struggimento. Del patrimonio conquistato dal padre in quegli improvvidi anni Ottanta non resta niente. Sembrava chiaro e incontestabile, invece no: studenti che avrebbero ripercorso le orme dei babbi, sostituendosi a loro nei mestieri, ditte, studi o negozi, maneggiando gli stessi soldi, perpetuando il rito degli sporting club o dei circoli della provincia borghese. E poi i viaggi: New York, Parigi, Hong Kong, dopo il liceo e dopo un’università magari all’estero. Aerei intercontinentali, drink e suite, e le donne, tante o soltanto una, nell’ossessione di averla tutta per sé, come la Ginevra per cui Fede impazziva allora e su cui rimugina e si tormenta adesso. Cosa resta di quel mondo dimentico? Il posto, a tratti brutale, in cui Fede affronta la cenere di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. E in cui ci restituisce con l’ironia sorniona, di un sorriso ancora vivo sulla sua faccia, il colossale fallimento. Intimo e privato. Penoso. In fondo, collettivo.

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