On the roadInto the wild world: un viaggio-podcast tra i templi e i villaggi della Mongolia

Loro Piana e Linkiesta Etc tornano a parlare di viaggi e artigianalità grazie a un nuovo podcast che narra le avventure di Alex, surfista fotografo alla ricerca del suo passato. Dopo le cime peruviane e la roccia sacra dell’Uluru, in Australia, la tappa finale tocca l’Asia orientale

Illustrazione di Stefano Grassi

Si conclude con quest’ultima puntata il viaggio di Alex in “Into the Wild World”, podcast dedicato all’artigianalità realizzato da Loro Piana e Linkiesta Etc. Dopo aver esplorato l’Australia, alla ricerca dei misteri dell’Uluru, è il turno della Mongolia e dei suoi villaggi dalle tinte pastello, dai templi buddisti antichissimi e dai laghi sconfinati. In questo scenario incantato, che ricorda le melodie rotonde e seducenti dei Sigur Rós, Alex si trova di fronte alla possibilità di un cambiamento. Se deciderà di abbracciarlo o meno, lo scopriremo presto. Rilassatevi, sintonizzate la radio su Salka, il brano sognante del gruppo finlandese di post-rock, e godetevi il viaggio: potete ascoltare il podcast cliccando “play” qui sotto, altrimenti su Spotify e su tutte le piattaforme ad hoc. 

Il testo integrale della puntata, a cura di Giuliana Matarrese
Alex era arrivato a Ulan Bator da qualche giorno ormai, anche se faticava ancora a sentirsi padrone della geografia della città, la capitale della Mongolia. Un centro urbano da più di 1 milione e mezzo di abitanti situato al centro della Altan Tevshiin Kundii, traducibile come la Vallata della Culla d’oro, persino i suoi abitanti raramente conoscevano il nome delle strade. In quei giorni aveva peregrinato parecchio, fotografando monasteri e templi, ma anche il festival tradizionale del Nadam, dove ci si sfidava nei tre principali sport mongoli, il wrestling, l’equitazione e il tiro con l’arco. 

La guida locale che lo aiutava ad orientarsi, gli aveva spiegato che per dare indicazioni non si usavano i nomi delle strade, che non erano conosciuti, a parte le arterie principali, ma ci si affidava ad approcci più descrittivi, che prendevano più tempo. Un concetto che sarebbe risultato difficilissimo da digerire in qualunque metropoli occidentale ma che lui trovava personalmente assai affascinante. Prendersi il tempo per raccontare, aiutare uno straniero in difficoltà, dimenticandosi per qualche minuto di deadline, performance, consegne, della vita che sembrava correre troppo veloce, a lui appariva assai rincuorante. Ne aveva parlato al telefono con lo zio Domenico, si sentivano spesso da quando era andato a trovarlo in Perù. E Domenico era convenuto con lui. 

Questo, poco prima di chiedergli di indossare le cose più calde che gli aveva prestato, in Mongolia le escursioni climatiche erano estenuanti, in inverno si arrivava anche a -20 e sebbene luglio fosse un periodo ottimale per visitare il paese, nella natura selvaggia, lontano dalla capitale, avrebbe comunque avuto bisogno di indossare qualcosa che lo proteggesse dagli elementi. Ed era stato proprio lui, alla fine, a consigliarli cosa indossare: un bomber di shearling color cioccolato con i profili in pelle ton sur ton, un pantalone a vita alta in flanella di lana e cachemire, e dei mocassini dalla costruzione inglese dall’aspetto un po’ vissuto. 

Così si era presentato all’aeroporto dal quale con un volo interno sarebbe poi arrivato a Cecerleg, città sui monti Hangai a 400 km da Ulan Bator, costruita intorno ad un antico monastero del XVII secolo, il Zayain Khüree. Oggi trasformato in un museo, e visitabile solo parzialmente, aveva ricevuto una dispensa della provincia per esplorarlo, anche se non c’erano feste del calendario religioso buddista, la principale fede del paese. Ad accompagnarlo nella visita c’era il giornalista che poi avrebbe dovuto scrivere il pezzo corredato delle sue foto, e un monaco di un monastero vicino, che si era offerto di di far loro da guida, raccontando la storia antichissima del paese. 

Mentre fotografava i dettagli architettonici del tempio, la mente tornava alle parole che si era scambiato al telefono con suo zio. Da quando lo aveva rincontrato, fotografare era diventato più facile, quasi necessario. Per diversi anni si era allontanato dalla macchina fotografica, dandole le colpe di tutta una serie di piccinerie familiari che avrebbero potuto risolversi con facilità, se suo padre fosse stato meno testardo. E ora che il quadro si era fatto più chiaro, sebbene Alex non sperasse in una risoluzione del conflitto tra fratelli a breve, le spiegazioni di suo zio gli avevano permesso di far pace con quello strumento che gli forniva un punto di vista diverso sulle cose, una bussola che lo aiutava ad orientarsi in un mondo troppo grande dal quale spesso era rifuggito, trincerandosi dietro la scusa dello slow-living, del ritorno alle origini, del mare dal quale gli pesava allontanarsi. 

Giustificazioni vere per metà, la sua vita com’era non era in fondo male, ma cominciava a pensare che, per paura, si fosse precluso di vivere tutto il resto, compreso quell’amore per la macchina fotografica, oggetto per il quale alcuni critici di cui non ricorda più il nome, dicevano che era assai portato. Tutte quelle tensioni che cerca di sciogliere con lo yoga al quale lo obbliga sua sorella Paola, oppure surfando al largo del Salento, trovano risoluzione quando prende tra le mani una fotocamera, e sembra dotarsi di occhi nuovi, pacificati con tutto quanto è diverso e lontano dal suo piccolo universo immutabile. 

E uno sguardo pacificato lo ha anche il monaco che li accompagna: è da tutta la mattina che i loro sguardi si incontrano, ma il religioso è stato praticamente preso in ostaggio dal giornalista, che lo assale di domande e richieste, e, oltre alla presentazione di rito, Alex non ha potuto scambiarci mezza parola. Spera di avere più fortuna tra un paio di giorni, quando si recheranno più a nord, al confine con la Russia, nella regione dei laghi, e ci sarà un’altra guida, oltre al monaco, che il giornalista assai zelante potrà sequestrare. 

Quando due giorni dopo  esce da una delle guesthouse di Moron, il capoluogo della regione, gli sembra di ritrovarsi in un universo partorito dalla mente di Wes Anderson: il piccolo aeroporto al quale erano giunti la sera precedente aveva un edificio d’ingresso a maxi strisce verticali beige e azzurre, le strade della città non sono cementificate, ma delimitate da una sabbia quasi desertica ai cui lati sorgono edifici bassi, con il tetto a spiovente e i colori pastellati. La zona dei laghi è solo a 100 km di macchina di lì, non ci vorrà molto per arrivare. Il driver è già alla guida di un pulmino reduce degli anni settanta, il giornalista è seduto davanti pronto ad inondare di domande chiunque gli capiti a tiro. Dall’angolo della strada spunta il monaco, che saluta con il suo inglese stentato: la notte precedente ha dormito nel monastero di Danzadarjaa poco distante. 

Sistemati sui sedili posteriori, riescono a scambiarsi poche parole, non capisce troppo bene neanche il suo nome, non vuole richiederglielo e sembrare uno di quegli occidentali convinti che solo la propria lingua sia intelligibile e quindi, valida. Annuisce con piacere quando, mostrando anche ironia, il monaco gli fa i complimenti per l’abbigliamento, una giacca in cashfur di suo zio, una mescola di cashmere e seta capace di tenere al caldo anche con i climi più difficili, sopra un maglione in lana a motivi chevron, dei pantaloni over in flanella e degli scarponcini con allacciatura tecnica, da scalata, con il bordo in castorino. Della musica locale che passa alla radio accesa fa da sfondo sonoro al loro viaggio, mentre escono dalla città e si dirigono verso la regione dei laghi che, il monaco lo assicura, gli piaceranno moltissimo. 

«È un posto capace di dare risposte anche a delle domande che non ci siamo ancora fatti». Quando scendono dal pulmino, la guida inizia velocemente a dare dettagli geografici sul luogo: si trovano vicino al lago Khuvsgul, il più ampio bacino d’acqua dolce del paese per volume d’acqua, ai piedi delle montagne Sayan. Il Khuvsgul è tra i 17 laghi più antichi al mondo, avendo alle spalle più di due milioni di anni di storia, oltre che essere la più grande riserva d’acqua del paese, considerato che la sua acqua è potabile senza dover subire particolari trattamenti. Lo chiamano anche “la sorella minore”, considerato che il lago più grande in estensione è l’Uvs. In inverno, quando le temperature in quelle zone raggiungono anche i -40°, il lago si ghiaccia totalmente. 

«Tempo fa la sua superficie veniva usata anche come scorciatoia per i camion di trasporto» spiega la guida «ma la pratica è stata resa illegale per evitare l’inquinamento dell’acqua, e anche perché nel corso degli anni sono sprofondati un numero ingente di mezzi» prosegue con una certa gravità. Le spiegazioni vanno avanti mentre la troupe si avvicina a un campo attrezzato, nel quale i turisti normalmente si dirigono per affittare l’attrezzatura per l’arrampicata, pescare, o semplicemente andare in barca. Nell’area è stata allestita una yurta temporanea, una tenda all’interno della quale gente locale ha organizzato un banchetto al quale rifocillarsi del loro Suutei Tsai, un tè verde salato con aggiunta di latte e i boorstog, i biscottini fritti di accompagnamento alla bevanda. 

Il monaco da uno sguardo all’area, si serve di un tè bollente, mentre Alex nota che si è creato già un capannello intorno ad un’altra area, dove le donne del posto riempiono i bicchieri di una bevanda bianca, simile al latte. Si scambia uno sguardo con il religioso che lo avverte sorridendo “Serviti solo se sei pronto ai sapori forti, quegli uomini sono in fila per l’Airag, il latte di giumenta fermentato, tipico delle nostre parti. È leggermente alcolico, ed è considerato uno dei migliori rimedi dopo una notte di bagordi: a guardare le facce di chi si sta servendo ora, credo che ne abbiano bisogno». 

Alex sorride e desiste dal suo proposito, avvicinandosi al banco del tè salato, che viene riversato in un comodo bicchiere in plastica. Il monaco lo invita a seguirlo, viene da quelle parti, e conosce le angolazioni dalle quali si vedono gli scenari migliori. Non deve dire altro, in quel posto c’è già troppa confusione per lui. Camminano per diverso tempo in silenzio, anche se sono in estate da quelle parti l’aria è fresca, ha fatto bene a scegliere di coprirsi: il cielo è limpido, il blu del lago sembra avere delle increspature dorate. Mentre i rumori della squadra dietro di loro sembrano spegnersi, la natura lo avvolge in un silenzio rotto soltanto da versi di animali a distanza, oltre i boschi di larici e betulle ai piedi delle montagne tutto intorno. 

All’interno del parco nazionale di Hôvsgôl, una zona protetta, proliferano specie altrove in estinzione:  ghiottoni, zibellini, orsi bruni, capre sibiriche, cervi, leopardi delle nevi e lupi. Animali dei quali non c’è traccia, da quelle parti, forse allertati dalla presenza degli umani. «Sono nascosti tra i boschi» conferma il monaco, con un piumino imbottito a coprire la loro classica tonaca rossa, e un cappello in lana sulla testa. «D’altronde questo parco è più grande dello Yellowstone americano. Sul lago ci sono 4 isole raggiungibili via barca, intorno ci vivono diverse popolazioni nomadi, la superficie è ghiacciata per buona parte dell’anno, si scongela solo tra giugno e luglio, considerati fortunato a godere di questo spettacolo». Continuano a camminare fin quando non raggiungono il picco di una collinetta, e il religioso si appoggia comodamente su uno dei massi, ammettendo di dover riprendere fiato. 

«Approfittane, qui la vista merita, io mi riposerò». E in effetti, appena gli dà le spalle, la scenografia naturale che si pone di fronte ai suoi occhi è di una alienante bellezza, come se fosse appena atterrato sulla Luna, o in qualche universo fatato dei libri di Tolkien, dove la traccia dell’uomo è fortunatamente assai nascosta. «Posso far partire della musica? Giuro che non darà fastidio mi serve per trovare l’ispirazione» chiede al monaco mentre va sul suo Spotify e cerca tra le canzoni salvate una che non ascoltava da tempo. Il religioso annuisce con lo sguardo, senza neanche parlare, troppo impegnato a respirare a pieni polmoni quell’aria pura, frizzante. Dal telefono partono i primi suoni arrotondati e misteriosi di Salka, dei Sigur Ros, con il cantante Jonsi che canta in quella lingua inesistente, l’hopelandic. Una ninna nanna composta con lo xilofono e l’archetto da violoncello usato sulla chitarra, che fa da tappeto sonoro a un luogo che non ha bisogno di ulteriore magia per rimanere impresso nella mente. 

Prende la macchina fotografica e si allontana dalla collina, cercando la posizione migliore per cogliere il riverbero della luce, le isole in lontananza che galleggiano sul lago, qualche cervo che si affaccia dai boschi distanti. All’apparenza sembra che quel luogo sia deserto, ma nella realtà scoppia di una vita che si nasconde all’occhio inesperto. Si immerge nel lavoro senza badare al tempo che passa, la luce che colpisce le cime dei monti e ne illumina la vegetazione non durerà a lungo, meglio impegnarsi. Quando Spotify cessa di riprodurre qualunque canzone, si chiede se non gli siano finiti i giga per la navigazione. «La musica è andata avanti per diverse ore, credo che tu non te ne sia neanche accorto» gli dice il monaco, sempre seduto sullo stesso masso, con un sorriso sornione. In effetti l’aria si è fatta più fredda, è già pomeriggio inoltrato, si rende conto consultando l’orologio. Sorride imbarazzato, sedendosi accanto al religioso. 

«Quando fotografo non mi accorgo neanche del tempo che passa: ci sono solo io, e quello che c’è nel mio obiettivo. Mi aiuta a riflettere, a liberare la mente: è forse sbagliato?» Chiede con una certa insicurezza nella voce. «Astrarsi dalla vita fisica per immergersi nella natura e nella riflessione? Lo chiedi davvero a me, che lo faccio di professione?» Ironizza lui.

«La realtà è che, ho abbandonato la macchina fotografica per tanto tempo, e ora, che l’ho presa di nuovo tra le mani, che ci ho fatto la pace, ecco, io non so se posso tornare a quello che facevo prima come se nulla fosse. In questo mestiere dicevano che ero bravo, non che le critiche degli altri contino molto per carità, però mi fa sentire in pace. Pensavo che la mia vita avesse preso una direzione, e ora mi trovo a dover cambiare tutto: e se non riesco? E se questo cambiamento mi si ritorce contro?»

Il monaco non dice nulla per qualche istante, sembra non averlo proprio ascoltato. Respira a pieni polmoni, guardandosi intorno con una certa serafica calma, prima di voltarsi verso di lui, e rispondergli: «Ragazzo, il cambiamento non è mai davvero doloroso. Solo la resistenza al cambiamento lo è. E tu, mi pare che abbia resistito già abbastanza. Magari provare qualcosa di diverso, non è solo una buona idea, ma anche una necessità, non credi?». Alex non ha nulla da rispondergli. Perché in effetti, non c’è molto da controbattere. E non c’è posto migliore di un paradiso naturale dall’altra parte del suo mondo, per dare inizio ad un nuovo capitolo della sua storia.

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