On the roadInto the wild world: un viaggio-podcast tra le cime innevate del Perù

Loro Piana e Linkiesta Etc tornano a parlare di viaggi e artigianalità grazie a un nuovo podcast che narra le avventure di Alex, surfista fotografo alla ricerca del suo passato

Illustrazione di Stefano Grassi

Dopo “Back to the roots of Italy” – il podcast di Loro Piana realizzato in collaborazione con Linkiesta Etc – siamo tornati a parlare di viaggi e artigianalità con un nuovo diario di bordo, “Into the wild world”. Dopo le avventure di Caterina, giovane giornalista di Chicago alla ricerca delle sue radici italiane, è il turno di Alex, il surfista fotografo che avevamo conosciuto nell’ultimo episodio di “Back to the roots of Italy”. E proprio grazie all’incontro con lei, e alle casualità della vita, Alex decide di intraprendere un suo viaggio, dalla masseria di famiglia in Puglia, verso un mondo inesplorato, alla ricerca di un passato con il quale non ha fatto ancora i conti, e di se stesso. Prendete un bicchiere di vino rosso, alzate il volume, e preparatevi a partire, verso le vette del Perù dove svetta la vicuña.

Il testo della puntata (a cura di Giuliana Matarrese)
A dargli l’idea per affrontare quel viaggio, che avrebbe dovuto fare molto tempo prima, era stata Caterina. Quell’italo-americana atipica, che era arrivata fino all’entroterra del Salento, per comprendere il motivo del suo nome e il senso della sua storia. Alex aveva ostentato la solita ruvida sicurezza messapica di fronte ai suoi dubbi e alle sue speranze, ma qualcosa di quella sua umanità acerba, priva di timori, lo aveva colpito. Poco dopo che lei era andata via, una delle riviste con le quali collaborava saltuariamente come fotografo, gli aveva proposto un reportage in Perù, durante la celebrazione del Chaccu, la tradizionale cerimonia della tosatura delle vicuña, rituale che risaliva a prima dell’arrivo di Colombo. 

Quando aveva distrattamente letto la mail dal cellulare, mentre sorseggiava velocemente un caffè al tavolo della cucina della masseria ereditata dal nonno, e che aveva convertito in un bed and breakfast dal fascino rustico e dall’anima autentica, era rimasto a fissare lo schermo per qualche secondo, come inebetito. Aveva fatto uno screenshot e aprendo Whatsapp l’aveva inoltrato a sua sorella Paola, senza dare ulteriori spiegazioni: lei avrebbe capito. Paola aveva risposto subito, anche lei la mattina si svegliava presto, diceva che dava il suo meglio nel lavoro alle prime ore dell’alba. 

«È un segno, rispondi subito di sì». Sua sorella, lucidissima e nota avvocatessa di qualche anno più grande di lui, che nel tempo libero lo aiutava nella gestione della masseria, aveva un’ossessione per i segni. I presagi, Paola li scovava dappertutto, nei fondi del caffè o nella forma delle nuvole: un retaggio di una cultura pagana e antica, che non l’aveva mai abbandonata nonostante fosse una donna indipendente e perfettamente integrata nella modernità. In questo caso, però, aveva ragione. 

Così, aveva riempito la valigia di qualche abito e della sua Reflex Alstar DC303N, più qualche altra macchinetta analogica, ed era partito qualche giorno dopo l’arrivo di quella mail. La fotografia lo riteneva un hobby mentre gestiva la casa di famiglia, ma in passato era stato il soggetto di mostre e personali, in Italia e qualche volta persino all’estero. Non era un oggetto con il quale aveva un rapporto risolto, forse proprio perché quella Reflex era l’unico ricordo che avesse dello zio Domenico, il fratello maggiore di suo padre, che era emigrato molti anni prima, lui non era ancora nato. E ogni volta che il discorso cadeva su di lui, percepiva la faccia di suo padre incresparsi, come il mare di Porto Badisco quando si alza il maestrale. 

Un velo di tristezza spesso si appoggiava sulle rughe della fronte, attaccandovisi per qualche secondo, per poi essere assorbito e scomparire, quando si cambiava velocemente argomento. Non aveva mai voluto chiedergli nulla, e sua madre negli anni glielo aveva sempre sconsigliato, senza avere neanche il bisogno di dirglielo, solo con uno sguardo carico contemporaneamente di rimprovero e compassione. Molte volte con Paola si erano interrogati sul motivo di quell’allontanamento non solo geografico, ma anche emotivo, mentre guardavano le vecchie foto conservate dalla nonna in qualche cassetto di una credenza che avevano ricostruito, quando avevano trasformato la masseria in una struttura ricettiva. Suo padre e lo zio Domenico non si somigliavano molto, tanto uno aveva la carnagione scura e il corpo tozzo retaggio delle dominazioni arabe, tanto l’altro con i suoi capelli chiari e il fisico snello ma autorevole, pareva diretto discendente dei normanni. 

Eppure nelle foto di famiglia erano sempre vicini, sfrontatamente complici, guardando nell’obiettivo con un sorriso guascone, di chi ne aveva appena combinata un’altra. Forse glielo avrebbe chiesto dal vivo, questa volta, visto che lo zio Domenico viveva in Perù, ad Ayacucho, non molto distante dalla riserva di Pampa Galeras, la riserva nel sud del paese dove era diretto lui. 

Continua a rigirarsi la Reflex nervosamente tra le mani, mentre il driver che gli ha messo a disposizione il giornale insieme all’Ente del turismo nazionale, lo accompagna verso casa sua, procedendo lento tra la Plaza Mayor di Ayacucho, l’Arco di Trionfo e la chiesa di San Francesco: fuori il sole splende timidamente dietro una coltre di nuvole secche. A suo padre di quel viaggio non aveva voluto dire nulla, non voleva dargli speranze o delusioni, non sapeva neanche cosa sarebbe stato giusto pensare, e aveva troppa paura di chiedere, ma con Paola erano riusciti ad estorcere a sua madre l’ultimo indirizzo conosciuto dello zio Domenico, che era quello al quale abitava ancora oggi. 

Lo aveva contattato, avvisandolo che si trovava a passare di lì per lavoro, e avrebbe voluto conoscerlo. Non era sembrato particolarmente entusiasta, ma non aveva detto neanche di no, in fondo. Quando gli aveva detto che avrebbe dovuto fotografare il Chaccu, in un’occasione per la quale le popolazioni andine usavano ancora gli antichi abiti tradizionali per le cerimonie, anche attraverso la cornetta del telefono e migliaia di km di distanza aveva percepito una vibrazione elettrica, come se si fosse attivato qualcosa tra i suoi ricordi, e ne aveva approfittato per chiedergli se voleva andare con lui. 

Di spazio in macchina ce n’era, e per spostarsi dalla città alla riserva, bisognava fare un percorso di poco più di 150 km. Ancora più inaspettatamente Domenico aveva accettato. E così ora si ritrovava alla porta di casa di Domenico, con l’autista che era rimasto in macchina e aveva approfittato di quei minuti liberi per parlare al telefono con sua moglie, o almeno così Alex suppone, andando a scavare nelle sue reminiscenze universitarie di spagnolo. Quando Domenico gli apre la porta di quella casetta monofamiliare alla periferia della città, con la valigia in mano, non lo saluta neanche. 

Lo soppesa con lo sguardo per qualche secondo prima di dirgli, con una forte inflessione ispanica nella voce «Ti sei vestito tutto sbagliato, ti presto qualcosa io». Nella stanza da letto nella quale lo conduce, dove evidentemente vive da solo, Domenico apre un armadio a due ante in legno: il guardaroba che contiene è essenziale, ma ricercato. Blazer doppiopetto principe di Galles in cachemire, maglie girocollo in lana e seta in colori naturali, un completo formale blu in lana Zelander, con vestibilità affilata, adatta a quel corpo che assomiglia ancora a quello del ragazzino delle foto. Lui stesso indossa un dolcevita in cachemire rasato colorato di un rosso molto tenue, sabbioso, insieme a un pantalone a vita alta in gabardine di cotone di un bianco sporcato da venature grigie. 

Ai piedi ha dei mocassini, essenziali, e mentre sceglie dall’armadio la giacca da indossare per sé, un blazer verde foresta dalla vestibilità morbida, ne tira fuori anche un giubbotto e un pantalone per lui. «Mi sembra che abbiamo la stessa taglia, prova questi, saremo a 4000 mt di altitudine, potrà essere giugno in Perù, ma dovrai coprirti lo stesso» gli intima, lasciando i capi sul letto, prima di uscire dalla stanza senza dire altro. Col senso di colpa di chi è stato scoperto impreparato, Alex fa in fretta a lasciarsi addosso la sua t-shirt bianca, e infilarsi i cinquetasche e la giacca in denim giapponese, nella quale i filati di cotone e cashmere si intrecciano, rendendo quel tessuto adatto anche a delle temperature montane, ma questo Alex non può saperlo. Raggiunge velocemente lo zio in cucina, prende la sua valigia e si avvicina alla porta, fuori dalla quale li aspetta già l’autista, che parla ancora al telefono con la moglie.

Durante il viaggio si scambiano poche parole, Alex guarda Domenico quando pensa che lui non se ne accorga, quando chiude gli occhi per riposarsi qualche minuto, cullato da un percorso abbastanza placido da sospingere alla quiete. Più alto di suo padre, privo di troppe rughe sul volto abbronzato, un’espressione severa ed enigmatica, i cui tratti non ravvede in nessun altro della sua famiglia. In comune con suo padre ha di certo però un ostinato mutismo, che prova a scalfire durante il viaggio senza successo, rinunciandovi dopo qualche tentativo. Arrivati alla riserva però, mentre l’autista li lascia all’ingresso, salutano i responsabili che si occupano dei loro bagagli e lui inizia a settare la macchina, osservando la luce offerta dalla giornata, è lo stesso Domenico che sembra essersi risvegliato, e si anima mentre si avvicinano al luogo dove avverrà la cerimonia, spiegandone ogni dettaglio. La vicuña è un animale sacro in Perù, sin dagli Inca: c’è di mezzo qualche leggenda locale, ma anche un filato pregiatissimo, leggero, soffice, ed estremamente fine, che all’epoca veniva usato soltanto per tessere le vesti dei re. 

Vive allo stato brado, a differenza degli alpaca, che invece sono regolarmente allevati. Con l’arrivo di Colombo e degli spagnoli era però iniziata una caccia selvaggia per procurarsene il raffinato vello, tanto da portare l’animale a rischio estinzione nei secoli successivi. Dagli anni sessanta il governo peruviano si è  attivato per proteggerla riservandole immensi spazi di allevamento. Ad oggi l’animale gode di buona salute, e ne è permessa la tosatura, dopo la quale gli esemplari vengono reimmessi nella natura. La cerimonia del Chaccu celebra proprio questo avvenimento, con gli eredi delle tribù andine vestiti con gli abiti tradizionali, con motivi geometrici colorati. La cerimonia consiste nel creare una sorta di corda umana intorno alla mandria degli animali, accerchiarli per poi tosarli, e lasciarli andare non prima di aver fatto delle offerte in lana a Pachamama, la madre Terra e agli Apus, gli spiriti delle montagne. 

Gli spiega tutto questo mentre, seduto su un’altura, osserva poco più giù la cerimonia svolgersi, e Alex scatta le fotografie, con quella voce cantilenante che gli fa da colonna sonora, mentre alla mente gli si affaccia una melodia che aveva ascoltato qualche anno, un beat di un produttore brasiliano, Vhoor, che mischiava i ritmi afro alla musica elettronica, con un risultato imponente e straniante. Una musica che ricerca subito sul suo Spotify, andando a memoria, e ritrovandola abbastanza facilmente, si chiama Terra ed è una delle più ricercate del produttore. Quando scatta ha bisogno di allontanarsi da tutto il rumore che sente intorno a sé e concentrarsi sulle foto. La Reflex scatta in continuazione, fin quando la cerimonia non finisce. Sembrano passati pochi istanti e invece, guardando l’orologio, Alex si rende conto che sono passate più di tre ore. Mentre gli ultimi esemplari di vicuña vengono lasciati liberi nella natura, i partecipanti si riuniscono intorno ad un grande tavolo allestito per l’occasione, nel mezzo dell’altopiano, dove abbondano piatti di pietanze tradizionali, il choclo con queso, un granoturco condito dal formaggio e da una salsa di peperoncini Aji Amarillo, e i rocoto relleno, peperoncini locali ripieni di carne, uova e cipolle. La faccia di Domenico è rilassata, mentre si guarda intorno, le mani nelle tasche dei pantaloni, il petto in fuori a respirare l’aria rarefatta e purissima. Quel volto sembra privato di qualunque traccia di severità, così come si è rasserenato il cielo, che adesso è privo di nuvole.  Alex ne approfitta, usando lo stesso approccio senza cerimonie che probabilmente è nel DNA della famiglia, e mentre assaggia un peperone ripieno, pentendosi subito della sua scelta improvvida e inconsapevole del fatto che i rocoto sono almeno dieci volte più piccanti dei jalapeno, incalza. «Se poi ci avanza tempo, magari me lo spieghi perché nessuno ha mai più saputo niente di te, e solo a sentirti nominare mio padre cambia faccia». 

Per un attimo teme di aver fatto la scelta sbagliata, di essersi spinto troppo oltre. In fondo conosce quell’uomo da mezza mattinata e si sono scambiati quattro frasi in tutto, magari scomodare i traumi del passato non era la mossa più diplomatica possibile. Eppure Domenico, l’ultrasettantenne che viene dal Salento e che ora parla con l’accento ispanico marcato, ride, e in quel momento gli sembra di vedere una qualche somiglianza con suo padre, ma forse è solo un attimo. E così, mentre osservano dalla distanza la vicuña allontanarsi su per le alture del Perù, con una voce pacata gli spiega tutto ciò che suo padre non ha mai voluto dirgli. Che Domenico era partito da casa tanto tempo prima, avevano un parente in America Latina, di soldi non ce n’erano troppi, allora l’emigrazione era ordinaria amministrazione. A suo fratello era legato, lui era ancora un adolescente quando era partito, gli aveva promesso le cose che si promettono i ragazzi: che sarebbe tornato presto, massimo qualche anno, appena avesse messo da parte i soldi per comprarsi una casa. Ci avevano creduto entrambi, a quel fratello minore era molto legato, però poi le cose erano andate diversamente: si era spostato in Perù, era divenuto un funzionario statale di medio livello, si era innamorato e sposato lì, senza però mai avere figli, sua moglie era scomparsa un paio di anni fa. 

«È successa la vita, Alex, e tuo padre non l’ha mai capito. Di questo paese mi sono innamorato, e non me ne sono andato più. Ho provato diverse volte a chiamarlo per dirgli di raggiungermi qui, o anche solo di venirmi a trovare. Sono partito per quella che pensavo sarebbe stata una vacanza, e invece è stato un viaggio. E lui ce l’ha ancora con me per non aver mantenuto quella promessa. Si è sentito tradito, e visti i nostri rapporti, non me la sono mai sentita di tornare in Italia: è andata così. E non credere che non mi sia accorto di quella vecchia macchina fotografica. Mi stupisce che funzioni ancora, ne ero innamorato quando ero a casa. Poi sono venuto qui, e non ci ho pensato più. Non servono macchine fotografiche per ricordarsi i momenti importanti».

«Cosa dovrei fare, adesso?» Alex non sa neanche di averlo detto a voce alta, nella confusione di tutte quelle informazioni che non si aspettava di ricevere. «Non tornare a casa, almeno non per ora. Viaggia, guarda il mondo e vedi che effetto ti fa. E visto che ti piace quella macchina fotografica, usala: da ragazzino sognavo di andare nell’Australia più profonda, volevo osservare i cieli stellati sopra l’Uluru, la montagna sacra degli aborigeni. Leggevo troppi libri e mi immaginavo lì con la fantasia. La vita mi ha portato da un’altra parte, ma tu che hai tempo, e un lavoro adatto, dovresti approfittarne. Il vostro bed and breakfast può gestirlo per un po’ Paola, ho un contatto in Australia, un amico che lavora nell’ente del turismo, sarebbe contento se facessi un po’ di pubblicità alla zona, ti posso prestare io qualche abito se non hai la valigia adatta.  E poi ne potresti approfittare per andare a surfare: sì, mi sono tenuto informato su di voi tramite tua madre, anche se non ve lo ha mai detto. Sei figlio della tua famiglia, ma non sei obbligato a ripercorrerne tutte le tappe. Cosa ti ferma dallo scrivere la tua, di storia?» In effetti, proprio niente, pensa Alex, mentre guarda gli animali che scompaiono all’orizzonte, e si immagina già, dall’altra parte del mondo. 

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