On the roadInto the wild world: un viaggio-podcast sulla roccia sacra di Uluru, in Australia

Loro Piana e Linkiesta Etc tornano a parlare di viaggi e artigianalità grazie a un nuovo podcast che narra le avventure di Alex, surfista fotografo alla ricerca del suo passato. Dopo aver esplorato le cime peruviane, il protagonista della nostra storia cambia continente per decifrare il mistero di un sito geologico millenario

Illustrazione di Stefano Grassi

Prosegue il viaggio di Alex in “Into the wild world”, podcast dedicato all’artigianalità realizzato da Loro Piana e Linkiesta Etc. Dopo aver esplorato il Perù, sulle cui vette svetta la vicuña, è il momento di spostarsi verso l’Australia, alla ricerca di una prospettiva diversa. Di fronte alla maestosità dell’Uluru, durante il festival di Wintjiri Wiru, il fotografo cercherà di decifrare il mistero di un sito geologico millenario, ritrovando l’antica passione per un mestiere messo da parte troppo presto. Rilassatevi, sintonizzate la radio sulle melodie blues gotiche del cantautore australiano più famoso di tutti, Nick Cave, e godetevi il viaggio: potete ascoltare la nuova puntata di “Into the wild world” cliccando play qui sotto, su Spotify e tutte le altre piattaforme per podcast.

Il testo della puntata (a cura di Giuliana Matarrese)
L’aria si è già fatta più fresca, pensa appena mette il piede fuori dalla sua stanza, un mini appartamento ad Alice Springs, la cittadina del Northern Territory australiano nella quale vivono gli eredi della tribù aborigena locale, gli Anangu. La loro presenza è massiccia, se ne è reso conto la sera prima quando è arrivato a destinazione dopo un viaggio che gli è sembrato infinito. Nominati guardiani del Parco Nazionale dell’Uluru-Kata Tjiuta, che gestiscono in collaborazione con le autorità nazionali, sono una tra le popolazioni più antiche della terra, con 60mila anni sulle spalle. Erano lì da molto prima che arrivassero gli europei nel 1800, quando a popolare l’Australia erano circa 500 nazioni indigene, con 260 dialetti diversi. Tutte informazioni che gli ha passato Samuel, la giovane guida turistica aborigena che lo aveva prelevato dall’aeroporto la sera prima, e che lo avrebbe accompagnato oggi. 

«Nuovo viaggio, nuovo bagaglio», aveva pensato Alex alla partenza dal Perù: cappotti monopetto lana e alpaca in principe di Galles con bottoni in corno; maglioni con collo alto a zip color burro e realizzati con un cashmere lavorato a maglia rasata; pantaloni a vita alta in flanella di lana; maglie a girocollo in lana Wish, quella delle pecore merino allevate in Australia e Nuova Zelanda. Suo zio non si era risparmiato quando si era trattato di prestargli dei vestiti dal suo armadio, per permettergli di affrontare quella deviazione di percorso. Aveva optato per una maglia con collo a scialle avvolgente ad effetto sciarpa dalle maniche raglan, abbinandola a cinquetasche in denim di cotone bianco ottico e completando il tutto con un bomber aviator in sherling scamosciato color cioccolato. Mentre fuori dalla finestra della sua camera d’albergo il sole è ancora gloriosamente acceso nella luce assoluta del pomeriggio inoltrato, si infila un berretto, che lo zio gli aveva assicurato essere impermeabile, e un mocassino marrone scuro in pelle di vitello, con suola carrarmato. 

«Alex salta su, ci sono». È proprio Samuel a chiamarlo, dall’interno del suo furgoncino azzurro mezzo scassato; il naso largo e schiacciato lotta per la percentuale di spazio occupata sul suo volto, con degli occhi incomprensibilmente chiari. Si risveglia dal suo torpore e sale in macchina, sistemando sul retro lo zainetto con macchina fotografica e altri diversi aggeggi elettronici comprati in viaggio, con i quali mirava a fotografare l’Uluru e i cambiamenti di colore della sua superficie. Aveva studiato online tutto il materiale fotografico già esistente, ma gli sarebbe piaciuto cogliere l’essenza di quel luogo misterioso, al quale i profani, e quindi i non aborigeni, non potevano accedere. Dopo anni di tira e molla, infatti la scalata dell’Uluru era stata proibita nel 2019. Gli Anangu ci si ritrovavano in occasioni di riti cerimoniali, assolutamente vietati alla vista di tutti gli altri.

«C’è qualcos’altro dell’Uluru che devo sapere, secondo te?», chiede a Samuel mentre accetta da lui una bottiglia d’acqua. Quello ride, guidando con sicurezza sulle statali che portano all’ingresso del parco nazionale, i fari accesi nella notte, la velocità sostenuta, anche per evitare di investire i canguri che si muovono con il favore delle tenebre. «Sull’Uluru la gente come te non conosce che un decimo, ed è un bene che sia così, però possiamo fare un ripasso mentre ci muoviamo in macchina, tanto ne avremo per un po’». 

La voce di Samuel si fa cantilenante, come in un qualche rito Anangu, mentre gli spiega tutto quello che gli è concesso sapere. Lo chiamano Uluru nella lingua locale, anche se in inglese il sito si chiama Ayers Rock: poco distante si trova il Kata Tjiuta, un’altra formazione rocciosa simile. A livello scientifico è un mastodontico monolito in arenaria, sprofonda nel terreno per circa sette chilometri e ha un’altitudine che non arriva ai mille metri. Il colore rosso è dovuto al fatto che, essendo costituito in larga parte di ferro, con il tempo si ossida. Se è così caro agli aborigeni, è perchè a quel sito sono legate una serie di storie della tradizione locale, parte della mitologia del tjukurpa, l’era del sogno, un’età primordiale nella quale gli spiriti antenati hanno creato fiumi, colline e siti sacri. Di queste storie, passate di generazione in generazione per via orale, solo un paio sono conoscibili ai piranypa, ossia i non aborigeni. 

Una è quella di Tatji, la Lucertola rossa giunta a Uluru, che contro di essa scagliò il suo boomerang. Con l’arma incagliata nella roccia, Tatji si industriò per ritrovarla, scavando a lungo, lasciando poi numerosi buchi rotondi (una parte della storia che vuole spiegare con un certo grado di realismo magico i fenomeni di corrosione del monolite). Non trovando il boomerang, Tatji morì in una delle tante caverne che si aprono sui fianchi dell’UIuru: i grossi macigni che si ritrovano oggi sono i resti del suo corpo. Negli anni la comunità aborigena e lo stato hanno collaborato per rendere la visita all’Uluru quanto più scenografica possibile, nel rispetto dell’importanza religiosa del sito. In questa cornice si inserisce il festival del Wintjiri Wiru, che in lingua locale significa “bellissima vista all’orizzonte”. Attraverso una coreografia luminosa e vocale di droni e laser che illuminano il cielo, si racconta un capitolo della storia degli antenati. Si svolge al calare della luce, al tramonto, quando, in un lasso relativamente breve di tempo, la superficie della roccia cambia colore. 

Il sole è ancora alto nel cielo quando arrivano al loro campo base, a un paio di chilometro di distanza dall’Uluru, circondato dalla vegetazione australiana, il bush. Diverse persone sono raccolte in un capannello orchestrato  dall’associazione turistica che organizza annualmente il festival, sorseggiano un bicchiere di vino, chiacchierano con serenità. Esploratori, fotografi della domenica, giovani coppie locali: il fascino dell’Uluru non sembra conoscere una precisa targetizzazione. Tra loro, anche un geologo avanti nell’età, che si è concesso finalmente il viaggio che sognava da tempo. 

Lo sente parlare ad una folla interessata, mentre spiega loro le peculiarità naturali del sito. «Se per gli Anangu questo luogo è sacro» spiega sistemandosi meglio gli occhiali sul naso «anche gli scienziati lo trovano assai interessante. Il motivo risiede nel fatto che l’Uluru è nato circa 500 milioni di anni fa, formandosi inizialmente nell’acqua, quando questa parte della regione era sommersa. All’epoca le zolle tettoniche si muovevano ancora, e, nel caso dell’Uluru, si sono trovate a contatto una zolla fatta di sabbia e una di roccia. La frizione tra loro ha creato il monolite che conosciamo oggi, uno dei più rilevanti, per i geologi di tutto il mondo».

Nel frattempo, Samuel lo richiama: ha appena parlato con uno dei suoi colleghi, che gli concederà di avvicinarsi ulteriormente alla roccia. Un permesso speciale, accordato anche grazie alla collaborazione con il suo giornale. Il sole inizia a scendere mentre si rimettono in macchina allontanandosi dal gruppo, per percorrere il breve tragitto che li separa dai piedi del masso, che appare sempre più gigantesco, autorevole nella sua fissità. Preparando tutto il materiale che ha nello zaino, Alex si avvicina alle pareti, iniziando a fotografare delle pitture rupestri, le poche visibili ai non aborigeni. Samuel non può spiegargliene il significato, quindi evita di chiederglielo. 

Si sta chiedendo se è lui a non essere particolarmente sensibile, o se quel masso sia universalmente sopravvalutato, quando il cielo si illumina di arancione, a segnalare l’inizio del tramonto: una luce assoluta, sacrale. Si volta verso Samuel, che lo osserva con un sorriso sornione, ridendo di quella sorpresa che aveva visto tante volte sulle facce di tanti che prima di lui avevano visitato quel posto senza molte aspettative. E poi, avevano realizzato in un attimo di essersi sbagliati. Inizia a scattare convulsamente cercando di catturare ogni cambiamento di cromia. Il cielo si fa viola e giallo, la roccia cambia colore di conseguenza, sente i rumori dei droni che cominciano a innalzarsi nel cielo. 

Non sa se è un’allucinazione uditiva, ma gli sembra di sentire a poca distanza il punk blues gotico di Nick Cave, con quell’I let love in che ha consumato il mangianastri per ascoltare pochi anni dopo la sua uscita, nel 1994. Un groove languido e però minaccioso allo stesso tempo, che sembra avere la stessa forza viscerale di quella roccia che ora si staglia in tutta la sua potenza, la notte che sta calando è illuminata dai droni che ricreano nel cielo alcune delle immagini di quelle pitture rupestri di cui non gli sarà mai concesso capire il significato. In una rapsodia di clic, quasi sudando per lo sforzo, finisce di scattare, e ne approfitta per fare qualche foto anche col cellulare, settando velocemente le impostazioni. Sull’onda dell’intuito, decide di spedirne un paio via whatsapp all’editor del giornale al quale le aveva proposte, senza scrivere altro. Ci sono dieci ore di fuso di differenza, in Italia sarà ancora mattina. Spegne lo schermo, infila il cellulare in tasca, e decide di godersi lo spettacolo sopra di lui. 

«Sai che non lo immaginavo – dice a Samuel – che quest’Uluru fosse all’altezza delle aspettative? Eppure da lontano sembrava un semplice ammasso di sabbia e roccia, con la superficie levigata, e invece se ci vieni vicino, è pieno di insenature, pozzi nascosti, caverne, ci si potrebbe passare giorni e non stancarsi mai» conclude. «Ciò che da lontano sembra freddo nella sua perfezione, da vicino rivela le crepe, le singolarità, i bozzi, le ferite » replica Samuel, senza distogliere lo sguardo dal cielo «non c’è niente di più interessante del cambiare prospettiva, per potersi permettere di cambiare idea, in fondo». Prima che Alex possa replicare, il suo cellulare trilla, ad avvisare dell’arrivo di un nuovo messaggio. Si scusa con Samuel per aver interrotto quel momento di fraterna condivisione, lo recupera dalla tasca, aprendo l’anteprima.

«Promettente. Intanto abbiamo deciso di mettere in copertina quelle del Perù, il capo lo ha chiamato un “racconto vibrante”. Sbrigati a fare le valigie, abbiamo bisogno di te per un servizio in Mongolia». Torna ad osservare l’Uluru come inebetito. Forse sì, cambiare prospettiva è davvero quello che gli serve.

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