Pechino è già quiL’importanza strategica del Mediterraneo per la Cina

Nel suo nuovo libro edito da Rizzoli, il direttore di Repubblica spiega perché il Mare Nostrum sia diventato il cuore strategico del Pianeta. Perché è su questo scacchiere, in cui l’Italia si trova al centro, che convergono gli interessi geopolitici delle superpotenze mondiali. Molinari ne parlerà a Linkiesta Festival venerdì 24

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Per la Cina, impegnata a contendere agli Stati Uniti la leadership globale, il controllo dei mari è un tassello cruciale che la porta a considerare il Mediterraneo un teatro dove affermare con determinazione i propri interessi nazionali. L’iniziativa Obor (One Belt, One Road), la Nuova Via della Seta, annunciata dal presidente cinese Xi nel 2013, ha la sua dorsale marittima nella Maritime Silk Road destinata nel XXI secolo a connettere in maniera permanente la Cina con Asia, Africa ed Europa. Un progetto grazie al quale Pechino firma accordi con quasi ottanta nazioni che sommano un Pil di sessantacinque trilioni di dollari, impegnandosi nella costruzione di almeno quarantadue porti in trentaquattro Paesi diversi destinati a operare solo ed esclusivamente tramite aziende cinesi.

È questo scenario che spiega perché il Mediterraneo ha un’importanza strategica per Pechino: guardando la mappa della regione sulla base degli accordi sottoscritti con la Belt and Road Initiative ci si accorge che fra i Paesi rivieraschi solo i governi di Spagna, Francia, Siria e Israele non hanno firmato formali accordi bilaterali con Pechino, anche se nel caso dello Stato ebraico sono state siglate importanti intese economiche nella stessa cornice.

È questa strategia che ha portato le grandi compagnie statali cinesi a consolidare in particolare la presenza nel bacino orientale: acquistando nel 2008 il porto greco del Pireo e firmando nel 2015 con Israele un’intesa per poter operare in una parte del porto di Haifa per venticinque anni. A gestire le infrastrutture al Pireo come ad Haifa sono le aziende Cosco Shipping e China Merchants Port Holdings, entrambe di proprietà dello Stato, che guardano ai porti di Cipro e dell’Italia per rafforzare la penetrazione di infrastrutture portuali in grado di consentire alle merci in arrivo dall’Estremo Oriente di raggiungere più facilmente e velocemente i mercati dell’Europa occidentale, ovvero i più ricchi del pianeta.

In particolare, il tentativo cinese di trovare un porto italiano – Trieste, Genova, Taranto – si spiega con il fatto che le ferrovie balcaniche sono insufficienti per poter trasformare il Pireo in un vero e proprio trampolino verso Germania, Olanda e Francia. I quindicimila treni merci che ogni anno arrivano dalla Cina in Europa sono uno dei tasselli della penetrazione economica in Occidente che Pechino vuole rafforzare, ma per riuscirci ha bisogno di moltiplicare l’accesso alle ferrovie europee. Da qui il bisogno dei porti in Paesi, come l’Italia, con una rete ferroviaria avanzata. 

A questa penetrazione di tipo commerciale bisogna aggiungere, nella regione del Mediterraneo allargato, quella militare in Africa dove Pechino, dopo aver costruito a Gibuti la sua maggiore base all’estero, è in trattativa con almeno una dozzina di altri Paesi per creare installazioni capaci di accogliere uomini e mezzi con finalità strategiche.[…] È un processo di espansione lento ma progressivo, destinato ad accrescere il ruolo dell’Italia come partner indispensabile di Pechino per il semplice motivo che senza i nostri porti il cuore della Ue si allontana per le gigantesche navi container «made in China».

[…] Se la Belt and Road Initiative, lanciata sempre da Xi, si propone di creare una imponente rete di infrastrutture terrestri e marittime per portare beni e servizi dell’Estremo Oriente fino ai mercati dell’Europa occidentale – riproponendo nel XXI secolo la dimensione economico-commerciale della Via della Seta – la Global Security Initiative risponde alla necessità di assegnare alla Cina un ruolo da protagonista sui fronti della politica estera e di sicurezza. […] E la dimostrazione della determinazione di Xi su questo fronte arriva il 10 marzo quando, a soli diciassette giorni dalla pubblicazione della Global Security Initiative, Pechino annuncia a sorpresa la ripresa delle relazioni diplomatiche fra i due acerrimi nemici del Golfo Persico: l’Iran degli ayatollah sciiti e l’Arabia Saudita wahabita leader del fronte sunnita.

Da sette anni Teheran e Riad erano l’epicentro di una sfida rovente, strategica e religiosa, per la leadership dell’islam che ha segnato i conflitti locali in Siria, Libano, Bahrein, Iraq e Yemen, ma la mediazione cinese, protetta dal più assoluto riserbo, porta a una riconciliazione che promette di innescare una nuova stagione nel mondo islamico, a cominciare da un possibile accordo per porre fine alla sanguinosa guerra in Yemen. A cavallo del blitz diplomatico nel Golfo, Xi apre il fronte dell’Ucraina perché il 24 febbraio 2023 presenta i «dodici punti» sulla soluzione della crisi e il 20 marzo sbarca a Mosca per ricevere da Vladimir Putin il riconoscimento di maggior partner e alleato della Federazione Russa. Poiché i «dodici punti» in realtà sono dei principi, a cominciare dal rispetto della sovranità dell’Ucraina, da quando Xi lascia Mosca, il fulcro dell’azione diplomatica per tentare di arrivare a una conclusione della guerra ucraina si sposta a Pechino. […]

È uno scenario che sembra andare incontro alla previsione di Henry Kissinger, l’ex segretario di Stato americano oggi ultracentenario, sulla necessità di un’intesa Occidente-Cina sulla sicurezza globale, anche se prospetta per Stati Uniti e Unione Europa la sfida di una «Cina globale» assai più competitiva della Russia di Putin. Se infatti il Cremlino muove da oltre un anno una brutale guerra d’aggressione all’Ucraina con modalità novecentesche che evocano la dinamica degli imperi del passato, la Cina appare impegnata nella costruzione di una formidabile architettura internazionale capace di «circondare» le democrazie dell’Occidente.

Basta infatti guardare la carta geografica per accorgersi che sommando i Paesi che compongono l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, il forum strategico dei Paesi centroasiatici a cui aderiscono anche Russia e India, con i Brics, le principali economie del Sud del pianeta dal Brasile al Sudafrica, si arriva a un club multilaterale che può vantare la maggioranza dei Pil e della popolazione mondiali. Ed è tenuto assieme dall’indiscussa leadership cinese, che ha anche il record degli investimenti nei Paesi dell’Africa e ora perfino il ruolo di pivot nel Golfo Persico, cuore strategico dei mercati di petrolio e gas. […] Non è difficile arrivare alla conclusione che lo spazio geopolitico della Cina si sta allargando a vista d’occhio. E potrebbe presto arrivare a bussare alle porte dell’Europa. 

© 2023 Rizzoli

Rizzoli Libri

Da “Mediterraneo conteso. Perché l’Occidente e i suoi rivali ne hanno bisogno”, di Maurizio Molinari, Rizzoli Libri, pp. 320 + dieci grandi mappe ad apertura, euro 22,00. Rizzoli, 2023

Maurizio Molinari sarà ospite di Linkiesta Festival venerdì 24 novembre alle 17:00 al Teatro Franco Parenti di Milano.

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