Colmar 100 – “Passato”Un podcast che parla di neve, montagna e avventura

Dal passato al futuro, con uno sguardo ben saldo sul presente. Questa nuova serie podcast, con la voce narrante e le parole dello scrittore e autore Enrico Dal Buono e in collaborazione con Colmar, ci porta a scoprire cento anni di storie straordinarie. Adesso sediamoci davanti al camino, lasciamo che la neve fuori cada silenziosa e godiamoci la prima puntata

Illustrazione di Marianna Tomaselli

C’era una volta l’era glaciale. In quel tempo la neve non era un elemento del mondo tra tanti altri: la neve era il mondo. La neve non era un caso, la neve era una certezza. Tutto era ricoperto di neve. Le montagne e le pianure e gli alberi e perfino le spiagge. Ogni forma del paesaggio era arrotondata da una coltre bianca tanto che gli spigoli quasi non esistevano. Gli animali erano vestiti di pelo lanuginoso, addirittura gli elefanti, che si chiamavano mammut. Anche gli esseri umani se ne dovevano andare in giro infagottati nelle pellicce. Quando parlavi ti usciva il fumo dalla bocca. Era tutto un soffiarsi dentro le mani a conca per cercare di scaldarsele. Fu allora che comparve per la prima volta sulla Terra il protagonista di questa storia, il Pupazzo di Neve.

C’era stata una bufera e una famiglia – i due genitori e i loro due bambini – si era rifugiata dentro una caverna mentre nell’aria oscura infuriavano turbini biancastri. Adesso era una bella giornata, la neve brillava come se il sole si fosse frantumato in cristalli di luce sulla pianura e le gambe ti affondavano giù giù fino alle cosce. Per andare a caccia bisognava aspettare che la neve si compattasse. Così la famiglia si era seduta sulle pelli fuori dalla caverna, nel tepore della luce di mezzogiorno, a intagliare lance e altri strumenti. Si sentivano le gocce del ghiaccio che si scioglieva picchiare sul pavimento di roccia all’imbocco della grotta. I due bambini dopo un po’ si annoiarono e, senza un’idea precisa, cominciarono a modellare una palla di neve larga quanto un abbraccio.

“Queste saranno le gambe” disse all’improvviso uno dei due bambini – quello che, stando alla leggenda, si chiamava Mario. “Le gambe di cosa?” disse l’altro bambino.“Adesso vedrai. Facciamo una palla un po’ più piccola sopra le gambe” disse Mario, “e quello sarà il corpo”.

I bambini modellarono una seconda sfera e poi una terza, ancora più piccola, ancora più su, e quella era la testa. Avevano le mani rosse e gelate ma era così piacevole dare forma a qualcosa che prima non ce l’aveva che i bambini sopportavano il freddo con la gioia che sempre danno i lavori ben fatti.   

Mario prese un ramo di abete rosso, particolarmente flessuoso, e lo avvolse attorno al collo della figura. “E quello cos’è?” chiese l’altro bambino. “Naturalmente una sciarpa” disse Mario, che aveva la capacità di inventare oggetti nuovi e di immaginare nuovi utilizzi per oggetti già esistenti, che aveva in fondo la capacità di dare vita alle cose. Prese una grossa conchiglia a spirale, che suo padre aveva trovato in spiaggia, e la appoggiò sopra la testa di neve. “Ecco il cappello” disse. Due ghiande per occhi, due rami di betulla per braccia, un tubero per naso, una corteccia a mezza luna per sorriso, altre ghiande, disposte in verticale lungo il corpo, per bottoni.

“Come si chiama?” chiese la madre alzando gli occhi, dall’osso che stava scheggiando, su quella figura antropomorfa. Mario si portò una mano al mento, se lo massaggiò per qualche secondo, e poi, avvertendo un brivido che gli correva lungo la spina dorsale – un brivido diverso da quelli per il freddo cui era abituato, un brivido di piacere e sorpresa e bellezza – Mario disse: “È un Pupazzo di Neve”.

“Un Pupazzo di Neve?” fece il padre. “E a cosa serve?”. “Be’” disse il Pupazzo di Neve, con una voce profonda e scricchiolante che usciva dalla corteccia a mezza luna, “servo a un mucchio di cose”. Tutti allargarono gli occhi e le bocche e fissarono quella creatura tondeggiante che parlava. “A un mucchio di cose?” disse il padre e si soffiò nei pugni. “Per esempio a cosa?”

“Vi mostro che la neve funziona pressappoco come l’idea. Sì” disse il pupazzo, “tutte le invenzioni sono come fatte di neve. Prendi una cosa che di per sé non ha ancora una forma e gliela dai tu, una forma, e uno scopo. Guardatemi un po’. La neve, qualcosa di così immenso e incontrollabile, quella che prima turbinava e infuriava e che inghiotte le pigne, può essere considerata in un modo nuovo”.

“Ma perché quando ti ho visto io ho sentito un brivido?” chiese Mario. “Perché non si provano brividi solo per il freddo” disse il Pupazzo di Neve. “Si provano i brividi ogni volta che quello che c’è fuori è più grande di quello che c’è dentro, troppo grande per essere contenuto in un corpo umano. Un freddo troppo grande, una paura troppo grande, una bellezza troppo grande, la gioia per essere diventato per qualche istante più grande di stesso”.

Per molto tempo i bambini giocarono attorno al Pupazzo di Neve. Quando arrivarono i giorni più caldi il pupazzo si sciolse, in uno scintillante sgocciolio, con la promessa di ritornare.

E davvero sarebbe ritornato tante di quelle volte nel corso della vita di quei bambini…e poi nel corso di tutta la storia umana. Come la luna e le stelle, che scompaiono dal cielo e poi riappaiono quando le circostanze lo permettono conservando la loro memoria siderale, la loro anima immensa di fuoco. Quando nevicava e una famiglia poteva permettersi il lusso di non avere nulla da fare per qualche ora, quando bisognava aspettare un po’ di tempo prima che si potesse tornare a cacciare, a coltivare, a lavorare, qualcuno cominciava a modellare il pupazzo, come mosso da uno stesso impulso atavico. Successe attorno agli antichi valichi delle alpi, nelle steppe barbare sferzate dal vento, successe perfino nell’Egitto dei faraoni quando, davanti a piramidi eccezionalmente imbiancate, un bambino – si chiamava anche lui Mario, pensa un po’ – usò due datteri per occhi, un gran ciuffo di papiro per cappello, una benda da mummie per sciarpa.

Poi il pupazzo riapparve al centro dei chiostri medievali e ascoltò, con le sue orecchie di pergamena, il vergare con le penne d’oca dei monaci nel silenzio delle albe, i loro canti gregoriani che si alzavano al cielo con l’incedere lento e solenne delle nuvole, altri brividi che correvano sulle pelli nascoste dai sai. Assistette alla caduta di regni e di imperi, alla scoperta di nuove tecnologie e di nuovi mondi. Tanto che, nelle pianure del Colorado, si ritrovò davanti un suo simile – naturalmente modellato da un bambino di nome Mario – con in testa delle piume di aquila e un corno di bufalo per sorriso. Riapparve ingrigito dallo smog nella Londra vittoriana, osservando ciminiere e carrozze con i sui occhi di carbone.

Finché un secolo fa, nelle pianure della Brianza, non nevicò così tanto che i capannoni dei distretti per la manifattura dei cappelli si alzarono di un metro abbondante, come se quegli stessi edifici indossassero dei cappelli bianchi di lana. Mario Colombo sia era appena sposato con Irma, aveva fondato con lei una propria produzione di cappelli, e per passare una domenica fece insieme a sua moglie un Pupazzo di Neve in un campo dietro casa loro. Con una morbida bocca di sfilaccio di lana, il Pupazzo di Neve disse a Mario: “Cosa ci fai con tutti quei coni di feltro difettosi?”

Mario si cacciò le mani in tasca e disse: “Purtroppo niente”. Il Pupazzo di Neve puntò i due bulloni che aveva per occhi sui piedi di Mario, riscaldati da un paio di ghette com’era consueto per gli uomini di quell’epoca.

Mario imitò il pupazzo, si guardò i piedi, e provò un brivido lungo la spina dorsale. Ed ecco come dare nuova vita ai coni difettosi: farne delle ghette. Gli inverni si susseguivano, e con loro le nevicate e i brividi. L’attività di Mario, battezzata Colmar per via delle prime tre lettere del suo cognome e delle prime tre del suo nome, diventò un’azienda di abbigliamento vera e propria. Un giorno di gennaio Mario conobbe per caso in treno Leo Gasperl – un pupazzo di neve li osservava tra i corvi dei campi innevati – uno sciatore austriaco naturalizzato italiano, primatista del chilometro lanciato nel 1931.

I due uomini parlarono di brividi. Gasperl spiegò a Mario la sensazione che provava dopo una vittoria: la sensazione di diventare per qualche istante più grande di se stesso. Ogni volta quell’emozione andava riscoperta, era un’emozione recidiva. Mario cominciò a riflettere: come rendere le prestazioni di Gasperl ancora migliori grazie all’abbigliamento, come regalargli brividi nuovi? Qualche giorno dopo, Mario stava costruendo il Pupazzo di Neve al tramonto, i corvi planavano tra i campi sullo sfondo rosso e viola del cielo. Pensò alla facilità che avevano i volatili di cambiare direzione, di accelerare e rallentare, a loro piacimento, aumentando e diminuendo la superficie delle membrane alari. Pensò che i pipistrelli erano ancora più agili dei corvi. Di nuovo quel brivido. Chissà se Hansi Thirring stava pensando la stessa cosa quando inventò Thirring, un mantello che, gonfiandosi sulla schiena dell’atleta, arrivava ad assomigliare all’ala di un pipistrello – o almeno secondo questa idea la confezionò poi il buon Mario.

Purtroppo Mario morì qualche anno dopo, ma ogni volta che Irma modellava il Pupazzo di Neve le sembrava di riascoltare la voce del marito nella voce della creatura. E così, dopo aver conosciuto il campione di sci Zeno Colò – il primo italiano a vincere la discesa libera ai mondiali nonché il primo campione mondiale nella storia dello slalom gigante – Irma parlò col suo Pupazzo di Neve, che adesso aveva due bottoni di madreperla per occhi, un bel cappellino con la veletta, una ghirlanda di pino e bacche rosse per bocca, e sentì un brivido. Irma ebbe cioè l’intuizione di trasformare in qualche cosa d’altro uno dei primi tessuti elastici, fino a quel momento utilizzato per pancere e busti da donna. Lo cucì sui fianchi di una giacca e quindi inventò la così detta Guaina Colò, aderente e aerodinamica. Zeno migliorò ulteriormente le proprie prestazioni e, sotto gli occhi del Pupazzo di Neve a bordo pista, provò nuovi brividi di vittoria, quando per qualche istante si diventa più grandi di se stessi.

Brividi molto simili li avrebbero provati negli anni 70 Gros, Thoeni, Stricker, Schmalzl e Pietrogiovanna – il gruppo di campioni di sci passato alla storia come Valanga Azzurra – anche grazie ai capi da gara, realizzati da Colmar e testati – per merito di un’altra spiazzante, rabbrividente intuizione –da Fiat e Moto Guzzi. Erwin Stricker soprannominò la sua tuta da gigante “la ceffa”, per sottolinearne la sfrontatezza. La stessa che era stata necessaria, nella notte dei tempi, per immaginare che una bufera di neve potesse partorire una creatura.

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