Affare fattoIl testo della Cop28 segna l’inizio della fine dei combustibili fossili

La conferenza sul clima di Dubai, nonostante le ambiguità e i punti interrogativi ancora presenti, ha tracciato la via per un mondo non più dipendente da gas, carbone e petrolio. La palla passa ai governi per dare concretezza a un accordo a suo modo storico

AP Photo/LaPresse (ph Kamran Jebreili)

L’accordo finale di Dubai consegna al mondo la mappa per una nuova rivoluzione industriale. Un nuovo modo di produrre energia: via i combustibili fossili (carbone, petrolio e gas), spazio alle fonti rinnovabili e al nucleare, senza dimenticare le tecnologie per la cattura della CO2. 

Si chiude così la ventottesima conferenza delle Nazioni unite sul cambiamento climatico. La plenaria per il consenso finale era attesa da ventiquattro ore. All’Expo di Dubai, le delegazioni dei centonovantotto Paesi che hanno aderito all’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni unite, hanno portato avanti le trattative nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 2023. 

A sbloccare l’intesa è stato il nuovo testo proposto dalla presidenza degli Emirati Arabi Uniti per il capitolo dell’accordo dedicato al Global stocktake (Gst). Si tratta dell’inventario delle politiche climatiche introdotte fino ad oggi dagli Stati per cercare di limitare l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 1,5 gradi, come stabilito dall’accordo di Parigi. Nel testo del Gst vengono quindi indicate le azioni che dovranno costituire la base dei nuovi piani nazionali (Ndc) da presentare nel 2025, dieci anni dopo l’accordo di Parigi. 

Nel paragrafo decisivo per l’intesa compare la menzione: «Transitioning away from fossil fuels» in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, così da raggiungere le emissioni nette zero (net-zero) entro il 2050. Di fatto significa costruire l’uscita dai combustibili fossili rispettando le responsabilità e le possibilità degli Stati. Non c’è la parola “phase out”, su cui la coalizione dei Paesi più ambiziosi riguardo il contrasto al cambiamento climatico (Unione europea, Stati Uniti, Canada, Isole Marshall e altre Nazioni insulari e particolarmente vulnerabili alla crisi climatica) aveva puntato. Il testo del Gst è però apparso un buon compromesso, forse il migliore possibile. 

Sultan Al Jaber, presidente della Cop28 e Ceo dell’azienda petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, nel discorso alla plenaria ha detto: «Per la prima volta nella storia dei negoziati abbiamo fatto riferimento alle fonti fossili». Un concetto sottolineato subito dopo anche da Simon Stiell, segretario esecutivo dell’Unfccc: «È l’inizio della fine dei combustibili fossili». Standing ovation in sala. 

Alcuni Paesi hanno comunque portato all’attenzione della plenaria alcune questioni. La più discussa è quella sollevata dalla negoziatrice di Samoa, Anne Rasmussen, presidente dell’Alleanza degli Stati delle piccole isole. Rasmussen dichiara che la coalizione «non era non era in sala quando il testo è stato concordato». A parlare è anche la delegazione dell’Arabia Saudita. La posizione del Paese, primo per esportazioni di petrolio, era nota ed è stata ribadita: «Sfruttare ogni opportunità per ridurre le emissioni indipendentemente dalla fonte». 

Il sottotesto rimanda alle tecnologie di cattura della CO2 (Carbon capture system, Ccs) che vengono comunque menzionate nell’accordo. Il testo finale infatti riconosce il ruolo di queste tecnologie soprattutto nei settori in cui è difficile abbattere le emissioni. 

Nell’accordo di Dubai c’è la chiamata a tutti i Paesi a triplicare le rinnovabili e duplicare gli sforzi per l’efficienza energetica. Il testo riconosce anche che il fabbisogno finanziario per l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo alla crisi climatica è stimato tra i duecentoquindici e i trecentottantasette miliardi di dollari l’anno fino al 2030. 

Altre risorse economiche arriveranno poi dal fondo Loss and damage, il risarcimento per i danni e le perdite causati dall’emergenza climatica per gli Stati meno responsabili delle emissioni a carico dei Paesi storicamente inquinatori. L’Italia è la prima donatrice assieme a Emirati Arabi Uniti, Francia e Germania. Il fondo, affidato alla Banca Mondiale, è al momento composto da settecento milioni di dollari in totale, una cifra non all’altezza delle difficoltà degli Stati più poveri e climaticamente più vulnerabili.