Tempo persoIl nostro rapporto con i luoghi passa dalla loro distruzione, dice Gonzalo Borondo

La nuova mostra del giovane artista spagnolo gioca con la sfigurazione semantica e fisica di monumenti e statue. Ha inaugurato a Milano (Foro Bonaparte 68) e resterà aperta fino al 1 marzo. Resa possibile da Tempesta Gallery, è una vera e propria riflessione sulla natura conflittuale del tempo

photo by Roberto Conte

Si intitola Tempo perso ed è un modo, per Gonzalo Borondo, di alterare e stravolgere il significato di un luogo, precisamente Foro Bonaparte 68, a Milano, all’interno di una delle arterie nevralgiche e più trafficate della città. Avere il tempo “materiale” di riconcepire uno spazio, soprattutto se esso appartiene alla nostra geografia quotidiana, è un privilegio che implica proprio il suo enunciato iniziale: disporre di risorse astratte, mentali, che non prevedono scadenze, impegni. La fretta ci impone di non depositare mai lo sguardo, di passare attraverso i luoghi senza deviare l’attenzione, il passo, la traiettoria. Ma il tempo passa lo stesso, i monumenti vengono distrutti, si deteriorano, esattamente come l’arte: luoghi costruiti dall’uomo, sembianze fintamente eterne, e che tuttavia sono destinati alla fine. Gonzalo Borondo vuole manifestare questo processo di disgregazione. Per costringerci a guardarlo, forse. Per costringerci a distoglierci da noi.

L’esposizione è dunque in realtà un percorso, un’installazione che procede grazie al montaggio di reti e di altri materiali leggeri, allo scopo di aumentare la profondità della percezione. I riflessi, le ombre, il sistema di illuminazione contribuiscono a creare un vero e proprio ambiente “altro”, onirico, quasi etereo, un’alcova dove il tempo e la storia si sospendono oppure si riacquisiscono, a seconda dei punti di vista. Dietro le reti, si celano le icone, gli altari i feticci decostruiti. La sostanza di cui il presente è composto. Borondo rompe il normale rapporto di causa ed effetto, altera l’equilibrio con la rappresentazione della realtà, servendosi di luci, di suoni, di contrasti cromatici, di immagini stratificate.

photo by Roberto Conte

Tempesta Gallery è diventata un punto di riferimento per gli amanti dell’arte, un trampolino di lancio cruciale per gli artisti emergenti provenienti da tutto il mondo. Cresciuta notevolmente negli ultimi anni grazie al lavoro congiunto di Elisa Bonzano e Enrico Angelino, entrambi appena trentenni. Cresciuta in una famiglia appassionata all’arte, Elisa ha avuto fin da piccola la possibilità di esplorare un universo creativo e immaginifico attraverso viaggi ed esperienze. Si è laureata in Fashion Design. La sua inclinazione per la pittura, la scultura, le installazioni contemporanee sono state decisive per il suo incontro con Enrico. La giovane età si è rivelata un vantaggio in un mondo in cui l’approccio contemporaneo e digitale e una prospettiva innovativa sono fondamentali. La passione per la creatività e il sostegno agli artisti sono il cuore pulsante di Tempesta Gallery, un luogo dove accadono e nascono storie d’arte contemporanea, e che contribuisce all’evoluzione continua di un panorama in espansione.

Cosa ti ha spinto a diventare artista?
In realtà è da quando sono bambino che ho iniziato a lavorare e disegnare come una sorta di sfogo terapeutico e mia madre mi lasciava il corridoio di casa come luogo dove poter esprimermi, sono i miei primi ricordi. Crescendo desideravo fare cinema ma non avevo alcuna formazione e alla fine dopo qualche tentativo con gli amici ho deciso di buttarmi sul disegno per poter raccontare e creare delle narrative personali in modo libero e autonomo. Lì ho conosciuto il mondo della pittura e ho iniziato anche a realizzare progetti in spazi pubblici e graffiti. Sin da subito mi sono appassionato ai grandi maestri, ho iniziato a studiare il disegno classico e poi una cosa ha combaciato con l’altra. È divenuta espressione di quelle conoscenze. Personalizzando i luoghi mi sono reso lentamente conto che quello che mi interessava era trasformare gli spazi, creare ambienti dove scorreva la vita, dove la gente passa il tempo e che in qualche modo l’arte diventa il canale per trasformare la realtà sia soggettiva dell’artista che quella degli altri che la fruiscono.

photo by Roberto Conte

Mio padre era restauratore di opere d’arte sacra e mia madre psichiatra e psicoanalista per cui un ho ereditato da entrambi quella necessità di ricerca, di voler andare sotto la superficie e provare a comprendere la profondità dell’essere. Da mio padre in realtà ho ereditato anche un immaginario, che non ho scelto e che al tempo non gradivo, ero costantemente circondato da tutto questo statuario di statue e immagini sacre rovinate da fattori temporali e storici. Oggi sono tornato a quelle radici, a vivere a Segovia, la città dove sono cresciuto e dalla quale sono stato lontano vent’anni, per costruire uno studio nel quale lavoro e quando serve mi sposto per realizzare progetti site specific.

Com’è nata l’idea che ti ha condotto a questa nuova esposizione per Tempesta Gallery?
Il mio lavoro nasce dallo sguardo verso lo spazio in cui vivo. Le città europee sono ricche di un patrimonio artistico e architettonico dove non mancano sculture celebrative o monumenti che ricordano un momento storico, un evento, un progetto simbolico. Mi interessava approfondire il loro ruolo oggi, qual è il loro significato. Tutti i movimenti contemporanei hanno provato a ristabilire il rapporto che ha il mondo di oggi con quell’immagine che appartiene al passato, volevo evidenziare quel rapporto che hanno queste statue e immagini che inneggiano all’eternità con la consapevolezza di morte degli esseri umani. Per questo motivo ho deciso che Milano, grazie anche alla grande quantità di monumenti di personaggi celebri diffusi e probabilmente sconosciuti per la maggior parte dei cittadini, era in grado di approfondire questa idea del monumento e di cosa simboleggiano oggi questi piedistalli. E anche l’intenzione di collaborare con uno spazio come la galleria e stravolgere la white view realizzando un ambiente dove ci sia una narrativa e soprattutto un percorso esperienziale emotivo e immersivo che vada oltre a un’esposizione di opere a muro era parte di questo progetto.

photo by Roberto Conte

Leggendo la descrizione del progetto artistico, mi è venuta in mente la frase del filosofo Walter Benjamin: «Va riconosciuta la bellezza delle cose che svaniscono». Abitiamo in un mondo che si dissolve e si distrugge. Secondo te quali sono le cause?
Effettivamente anche in una mostra avevo scritto la frase «Tutto è più bello quando sappiamo che può sparire, no?». Viviamo in un costante conflitto con il passaggio del tempo e questo conflitto è qualcosa che tocca tutti gli esseri umani al di là della condizione politica e sociale, si genera un rapporto complicato quello che abbiamo, con il trascorrere del tempo. Infatti sono proprio le sculture celebrative e i monumenti che simboleggiano effettivamente questo momento di passaggio tra la vita e la celebrazione di alcuni momenti, ci rendono consapevoli della nostra condizione e ci spronano ad accettare il passato. Questo ci aiuta, credo, in qualche modo. O almeno, vale per me Così riesco a confrontarmi con la mia quotidianità. Questa tensione tra il passato e il suo peso frena la capacità degli esseri umani di andare avanti, e si pone in contrasto con l’innovazione e il progresso. Queste due forze creano un equilibrio sul quale si basa la costruzione delle società e lo sviluppo di una contemporaneità: essa viaggia da un lato sulla forza delle radici che ci tengono aggrappati alla storia e alla nostra identità e dall’altro sul futuro che spinge ad andare oltre a ciò che già conosciamo e abbiamo vissuto.

Tempo Perso è un titolo che potrebbe suonare parossistico in un’epoca come questa, che punta permanentemente alla produttività e al profitto. Quali sono oggi le condizioni per compensare la tendenza dei tempi?
Mi interessava riflettere su questa idea di tempo perso, al di là della sua polisemia, un tempo proprio e reale che investiamo nelle nostre passioni e interessi individuali, oltre a quello impegnato nella produttività. Ma è anche un sistema più ampio che va oltre la misura personale. Volevo giocare con questa immagine alternativa ed evocativa del tempo. Viviamo un momento in cui siamo coinvolti nella costruzione di un monumento di noi stessi tramite i social ai quali dedichiamo tempo per raccontare la nostra esistenza sebbene in realtà stiamo perdendo proprio la capacità di vivere pienamente, concentrandoci unicamente sul racconto invece che sul vissuto.

photo by Roberto Conte

Come lavori?
Il mio lavoro presuppone una grande ricerca e studio, mi divido tra un approccio molto istintivo che mi suscitano idee e immagini e un altro in cui approfondisco storie e vissuti. Esistono quindi dei lunghi periodi di studio nei quali porto avanti sperimentazioni sui materiali. E questo è solo l’inizio. Dopo aver costruito una mappa concettuale, comincio a capire gli spazi, elaboro un percorso, un racconto tramite le immagini e i soggetti, siano estratti scultori o pittorici. Dopodiché organizzo il lavoro e durante quel momento comincio a travolgere tutto, a muovermi su altre sollecitazioni, posso cambiare ciò che avevo stabilito e che non funziona più. Subentra quindi il lato istintivo e impulsivo che genera la tensione sulla quale si costruisce l’opera. Non allestisco la mostra se non la costruisco. Spesso accade che quello che era stato prestabilito una volta arrivato nel luogo si trasforma completamente e fa impazzire tutti i colleghi e collaboratori! Perché alla fine dei conti per me è il luogo quello che comanda, cosa viene raccontato e in quale modo.

Come descriveresti la tua arte?
In questa fase del mio percorso l’aspetto fondamentale è costruire degli ambienti, quasi delle scene teatrali dove attraverso una serie di simboli e una determinata poetica trasformo i luoghi provando a raccontare ciò che non è evidente a prima vista, si realizza quindi un dialogo tra me e gli spazi. Mi considero una sorta di costruttore di ambienti tramite sostanze artistiche anche artigianali, nei miei lavori inserisco anche collaborazioni con artigiani che mi supportano nella costruzione di una mostra totale nella quale si cerca di generare nello spettatore un ricordo emotivo, un’emozione, una sensazione che lasci in qualche modo qualche traccia come i ricordi dove magari non hai una fotografia completa ma ti resta un sapore, un odore…

photo by Roberto Conte

Mutare i luoghi, riappropriarsene, in un certo senso partorirli da capo. È possibile? Come stanno cambiando oggi i luoghi che abitiamo, che appartengono a una semantica fisica e mentale condivisa?
Viviamo un periodo storico in cui esiste una grandissima quantità di luoghi storici architettonici e anche archeologie industriali che hanno perso la loro funzione, specialmente in Europa. Stiamo rischiando di perderli per difficoltà economiche, patrimoniali. Spesso tramite l’arte si possono riattivare temporaneamente non solo i luoghi per raccontare una nuova storia, un rinnovato percorso, riqualificare spazi e produrre opere. Ma che anche possono essere parte fondamentale dell’abitare nella vita delle comunità. Siamo nei luoghi dove tutto è iniziato. Ci viene chiesto di appiattirci in un’estetica banale ed equilibrata, la stessa ovunque nel mondo tra centri commerciali, uffici, perdendo totalmente l’anima e l’identità. I luoghi hanno un ruolo formativo fondamentale, trasformano il nostro rapporto con la società, sono attivi nel promuovere il cambiamento, il senso critico, la nostra crescita.  Risalgono alle radici, sono tracce del passato che non possiamo eliminare e non dobbiamo farlo, assumendoci il rischio di perderci e confonderci. Prima riusciamo ad accettare la nostra storia e più sarà più facile guardare al futuro e progettarlo come vogliamo.

 

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