Potenza regionaleLe minacce di Putin alla Lettonia sono lo specchio del suo isolamento internazionale

Gli avvertimenti del Cremlino contro Riga, già Paese Nato, coincidono con la richiesta di candidatura al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avanzata dal presidente Edgars Rinkēvičs. Sintomo delle condizioni piuttosto disperate della Russia e dei suoi piani di restaurazione sovietica

AP/Lapresse

Nonostante le missioni propagandistiche in Medio Oriente e una certa narrazione che spinge sulle difficoltà ucraine (dando per scontata una vittoria diplomatica della Russia), i fatti sono sotto gli occhi di tutti: Vladimir Putin è isolato. È lui stesso a dimostrarlo con una serie di scelte politiche tanto sconsiderate quanto pericolose. L’ultima in ordine cronologico risale a qualche giorno fa: il presidente russo ha minacciato la Lettonia, non direttamente – a prescindere da tutte le implicazioni del caso, farlo non sarebbe stato nello stile dello zar – ma parlando di «ripercussioni all’interno del Paese» a causa delle politiche adottate dal governo di Riga nei confronti della minoranza russa.

«Non credo possa esserci felicità per chi persegue queste politiche», ha detto Putin prima di buttarsi in un’analisi totalmente campata in aria sullo status attuale della minoranza russa. «Non so quanti ce ne siano adesso, ma in Lettonia, credo, si tratti del quaranta percento della popolazione». In realtà, la minoranza russa corrisponde a poco più della metà della percentuale indicata dal presidente russo. Dopo le statistiche sballate, Putin passa alla minaccia vera e propria: «Se continueranno [i lettoni] a perseguire politiche contro persone che vogliono vivere in quel Paese, che ci lavorano, che hanno fatto del bene per quel Paese, per poi essere trattati come maiali, allora anche i lettoni subiranno lo stesso trattamento da maiali dentro i loro confini».

L’arringa si conclude la promessa di «misure sistemiche» e di «relazioni regolamentate» verso i Paesi che assumono questo atteggiamento. Il discorso con cui Putin ha minacciato uno Stato membro della Nato tocca vette di aggressività abbastanza esplicative di quanto la situazione del Cremlino sia disperata, ma si tratta di un attacco per nulla casuale. Un attacco ricco di falsità, specialmente nel suo utilizzo strumentale della minoranza russa in Lettonia e le famigerate politiche da maiali adottate verso questa.

Le minacce arrivano dopo alcune discussioni che hanno coinvolto i Paesi del confine orientale europeo, prima su tutte la possibilità, sollevata dall’intelligence polacca, di un conflitto diretto tra Russia e Nato. Rispondendo a un articolo pubblicato dal think tank tedesco Dgap che discuteva la possibilità di questo scenario, l’Agenzia di sicurezza interna della Polonia ha spiegato che una guerra tra i due schieramenti può accadere nell’arco dei prossimi trentasei mesi e l’Alleanza atlantica deve tenere conto di questa eventualità – «se vogliamo evitare la guerra», ha detto il capo dei servizi polacchi Jacek Siewiera, «i Paesi Nato del confine orientale devono adottare un piano nel breve termine, nei prossimi tre anni, per prepararsi al confronto» – denunciando la retorica pericolosa e irresponsabile di Vladimir Putin, specie sul ricorso al nucleare (un mezzo che lo Stato maggiore russo ripropone ciclicamente dal 24 febbraio 2022).

La Russia che approfitta di queste parole per marciare sull’idea vittimistica dell’espansionismo Nato, ribaltando i ruoli di vittima e aggressore, è la stessa che, stando ai documenti del Cremlino, ha strutturato in maniera capillare un’operazione governativa per destabilizzare gli Stati confinanti favorendo delle rivolte interne per riportarli nella propria sfera in un tentativo di restaurazione sovietica.

Scoperti dalla Lrt (la Radio e Televisione Nazionale Lituana) con la collaborazione di numerose testate internazionali, i documenti redatti dal Direttorato per le relazioni interregionali e i contatti culturali (organo sotto la diretta amministrazione di Putin) prevedono una serie di azioni da svolgersi tra il breve e il lungo periodo, un arco temporale che va dal 2022 al 2030, nei confronti dei Paesi baltici.

Nelle carte desecretate si trovano esempi delle azioni da compiere in Estonia e in Lituania, oltre che in Lettonia. Per quest’ultima, è previsto l’impiego di Ong finanziate dalla Russia che dovrebbero «agire nel campo umanitario» mentre, parallelamente, i propagandisti sul territorio lavorerebbero per «instillare sentimenti filorussi» tra l’esercito e la popolazione civile. A queste strutture si affiancano i comitati contro la demolizione dei monumenti sovietici, organizzazioni che su carta sostengono di voler combattere la cancel culture antirussa, quando in realtà l’obiettivo dichiarato è quello di impedire «la falsificazione della storia che degenera nella glorificazione del nazismo». In altre parole, riscrivere la storia secondo i canoni cari alla propaganda del Cremlino.

Il piano, apparentemente limitato alla retorica, entra nel vivo con il proseguire degli anni e per il 2025 Putin ha ordinato la formazione di partiti “centristi e moderati” pronti a promuovere nella propria agenda la normalizzazione dei rapporti con la Federazione Russa e la creazione di una scuola in Lettonia con il fine di rafforzare l’identità e la lingua russa. Iniziative che nei piani di Putin dovrebbero portare ad un ingresso del Paese nel suo famigerato blocco multipolare.

Quest’ultimo punto si riallaccia alla minaccia da cui siamo partiti, causata dal trattamento «da maiali» riservato alla minoranza russa da parte del governo lettone. Ma qual è questo trattamento di cui parla il presidente russo? Torniamo a quel venti percento di popolazione che il Cremlino sostiene sia attaccato dalle autorità: l’anno scorso la Lettonia ha introdotto delle nuove regole sulla cittadinanza, tra queste l’obbligo di superare il livello base nell’apprendimento della lingua lettone per ottenere la residenza stabile nel Paese.

A questo si aggiunge l’eliminazione graduale del russo dai programmi scolastici e dai documenti pubblici con l’obiettivo di tamponare l’enorme influenza dei media filoputiniani sui cittadini russofoni e tentare di ridurre la sfera d’influenza di Mosca sulla popolazione. Nonostante i proclami di Vladimir Putin e la guerra ibrida portata avanti dalle quinte colonne in Lettonia, la minoranza russa non è l’ostaggio del Moloch occidentale e il suo uso strumentale da parte del regime russo avviene ciclicamente da decenni.

Le minacce rivolte contro la Lettonia coincidono con la richiesta di candidatura al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avanzata dal presidente lettone Edgars Rinkēvičs, una candidatura che rafforzerebbe lo status del Paese all’interno della coalizione euroatlantica. La retorica della liberazione è la maschera dell’imperialismo russo, e la paura che questo possa essere arrivato al capolinea è la stessa che ha portato all’invasione dell’Ucraina e oggi alla minaccia contro la Lettonia e i Paesi confinanti. Ma azioni come queste dimostrano che l’impero di Putin è già tramontato, con buona pace dei geopolitici di casa nostra.

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