Il senso buonoColtivare dubbi serve a far crescere nuove certezze

Siamo circondati da fedi granitiche: l’agricoltura biodinamica contro quella intensiva, la cucina ipercreativa contro quella tradizionale, vegani a tutti i costi e carnivori che si nutrono solo di chianina. Proviamo ad aprirci un po’ esplorando nuove vie che mescolino il meglio del passato con il contemporaneo

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Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, o anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

Siamo abituati a vedere le cose del mondo o bianche o nere. Per ciò che riguarda quelli che riteniamo essere i nostri principi siamo sempre partigiani. Anzi, siamo talebani perché difendiamo le nostre convinzioni senza mai metterle in dubbio. Ma le prese di posizione nette non tengono conto della complessità del reale. Semmai, la negano. La realtà è complessa di suo, per definizione è tutta una sfumatura di grigio. Non c’è spazio, nel mondo, per i pensieri netti. Il fatto stesso di interpretare il mondo e la realtà ci costringe a falsarli, e a renderli banali. Ma, se semplificare può essere un esercizio utile, di solito finisce per distorcere le cose, contraffare le circostanze, impoverire i concetti. Siamo di fronte al problema più complesso mai affrontato dall’uomo: capire che cosa fare adesso, oggi, per contrastare il cambiamento climatico, è un esercizio che richiede una tale massa di informazioni da rendere impossibile ogni certezza.

Tra modernità e tradizione, tra biodinamico spinto e agricoltura intensiva, tra cucina ipercreativa e recupero ossessivo delle tradizioni fermentative, tra vino naturale e convenzionale, tra vegani a tutti i costi che mangiano quinoa e carnivori che si nutrono solo di chianina, le fazioni si scontrano e la verità si allontana sempre di più. Perché anche il partigiano più etico proverà a tutti i costi a convincerci della bontà della sua tesi, e si opporrà strenuamente alle verità altre, quelle propugnate dall’opposta fazione gastronomica, climatica, enologica. In fondo, è anche molto più facile fare così, perché, se riusciamo a decidere da che parte stare, possiamo poi farci coccolare da un’incrollabile certezza e non dobbiamo continuare a mettere sempre in dubbio il nostro pensiero valutando delle alternative: un’attività complessa, faticosa e destabilizzante.

Ma quando – come avviene oggi – la strada tracciata non sembra più univoca e anche quello che pensavamo fosse buono ha forse qualche margine di miglioramento, l’unica cosa intelligente da fare sarebbe abbandonare le proprie convinzioni granitiche, o almeno metterle in discussione.

È proprio vero che se tutti facciamo agricoltura biologica il mondo sarà migliore? Siamo certi che entrare in vigna più di trenta volte a ridosso della vendemmia inondando la terra di rame sia più salutare, per il terreno, rispetto a usare quando serve e con coscienza un fitofarmaco mirato? E siamo certi che quella tradizione che difendiamo con ardore, come se fosse l’unica alternativa possibile per preservare la nostra identità, non sia invece un ancorarsi a vecchi modelli gastronomici superati, senza la voglia, il bisogno e la creatività per passare oltre? Piccolo è per forza bello? O forse un piccolo molino di campagna potrebbe essere – per esempio – insalubre e poco attento alle più avanzate tecnologie che preservano la nostra salute?

Quello che passa in mezzo, la frontiera inesplorata della coltivazione del dubbio dovrebbe essere la nostra nuova missione: utilizzare semplicemente il buon senso, scoprire la giusta via di mezzo, e provare a mescolare le carte dimenticando le proprie certezze è la vera innovazione, la rivoluzione copernicana del nostro tempo. Sarà banale, cercare il compromesso, ma in questo periodo storico ci sembra indispensabile, soprattutto negli affari gastronomici del mondo.

Potremmo scoprire così nuove pratiche agricole che siano in grado di mettere insieme il meglio del passato con il contemporaneo o scoprire una nuova forma di produzione del vino, andando oltre la tediosa e inutile diatriba naturale/ convenzionale. Ma dovremmo anche smetterla di ricercare la tradizione in un piatto comprendendo che è l’oggi l’unica alternativa vera di una ricetta. Tutti questi compromessi, insieme, dovrebbero essere uno dei primi obiettivi del nostro futuro prossimo. Per restituire un senso “buono” agli altri cinque che ci permettono di gustare cibi e vini sempre migliori.

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E dal 17 novembre anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

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