Democrazia del linguaggio La morte della ristoratrice è (anche) una questione editoriale

Il tragico episodio nel lodigiano è il risultato di un grave problema comunicativo, giornalistico, sociale. Potrebbe essere l’occasione per riflettere su cosa vogliamo diventare, come clienti e come lettori

Photo by Elijah O'Donnell on Unsplash

Riflettere sulla potenza della comunicazione con una donna morta da poche ore è un’altra delle storture di questo periodo storico. Ma quello che è successo a Sant’Angelo Lodigiano, con la proprietaria di una pizzeria che ha probabilmente inventato una recensione per esprimere le sue idee, e probabilmente anche fare promozione al suo locale, è un affare di comunicazione, ancora prima che di ristorazione.

C’entrano i social, ma c’entrano anche tanto i giornali e il modo in cui – oggi – siamo costretti a “coprire” le notizie che non lo erano. In un universo editoriale bulimico, nel quale non solo si deve arrivare per primi a dare le notizie, ma bisogna anche costruirle a tavolino in modo che facciano click, e portino visibilità e lettori, ma soprattutto numeri alla testata, che così potrà vendere meglio la sua pubblicità agli inserzionisti, i giornalisti sono costretti troppo spesso a calcare la mano, a inventare occasioni di polemica, a forzare storie e a “montare la panna” di fatti che in un mondo normale non avrebbero nemmeno dovuto avere spazio.

Quando i giornali erano rispettabili e avevano una reputazione da difendere, le cose che ci finivano sopra erano significative, in primo luogo per i lettori. Era complicato, farsi pubblicare dai giornali. Le notizie venivano selezionate (in fondo è questo, forse, il compito e il potere della stampa: decidere di che cosa si parla, e come) e quelle a cui veniva dato spazio erano – effettivamente – cose importanti da sapere, la cui eco valeva la pena di aumentare, per far comprendere meglio il reale, per dare strumenti utili per prendere decisioni, o anche per fondare opinioni.

Oggi, invece, ci occupiamo dell’ultimo aggiornamento dei social degli influencer invece di capire che cosa sta succedendo in Ucraina: e i giornali si stanno semplicemente adeguando ai nostri nuovi bisogni, perché non sono in grado di mantenere la loro linea editoriale e di opinione, il loro standing, costretti a inseguire click invece di costruire opinioni e contribuire a sostenere la democrazia, offrendo ai lettori la conoscenza approfondita delle cose del mondo.

Fermare la deriva pare impossibile, finché la struttura del mondo editoriale non cambia. Ma non si può dimenticare che al centro di tutto questo c’è un tema altrettanto forte, ed è quello della comunicazione che potremmo definire “democratica”: la possibilità per chiunque e in qualunque momento di esprimere un’opinione visibile potenzialmente al mondo ci sta fornendo un alibi.

Fare i conti con la potenza delle parole, e con la loro capacità di colpire nel profondo, se usate male, a sproposito, e senza cognizione di causa, è il prossimo passo – determinante – per la nostra convivenza sociale. E se sbagliare le parole e la loro gestione è anche un affare di chi ne ha fatto una professione, ed è aiutata nell’opera da professionisti del settore, immaginiamoci che cosa può succedere se a usare questo strumento è l’uomo della strada.

Che, questa volta, la comunicazione inventata senza avere le competenze per inventarla in maniera credibile, l’incapacità di reagire in un caso di crisi alla scoperta della leggerezza commessa, e il carico da novanta della violenza social – e sociale – abbiano portato a una morte insensata potrebbe far aprire un dibattito serio, efficace, significativo, sul perché un ristorante – per emergere – debba utilizzare anche mezzi come questo. In un mondo polarizzato, che ci sta chiedendo di schierarci, di prendere posizione, vogliamo davvero scegliere che cosa mangeremo e dove, scandagliando – oltre ai piatti – anche il pensiero e le posizioni di chi ci nutre?

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