La sinistra torna liberaleIl nuovo corso della rivista del Mulino, spiegato dal suo direttore

Paolo Pombeni ci racconta i primi numeri e spiega come sarà indirizzata la produzione scientifica degli articoli: «A questa moda dello scontro dobbiamo sottrarci, perché non aiuta a risolvere i problemi; semmai a cristallizzare le fazioni»

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«L’ambizione è fare un Mulino che sia sempre più focalizzato sull’indagine dei problemi, con il massimo di apertura possibile», dice a Linkiesta Paolo Pombeni, storico, professore emerito all’Università di Bologna e neo-direttore della rivista del Mulino. Con Pombeni, che ha superato Piero Ignazi nel duello bolognese per la direzione della storica rivista, si chiude la fase precedente – caratterizzata anche da non poche polemiche – gestita da Mario Ricciardi. 

Dal primo gennaio è entrato in servizio il nuovo gruppo (comitato di direzione e consulenti della direzione) che per i prossimi tre anni guiderà il Mulino, la cui storia, ci dice Pombeni, «è fatta di approcci pluralisti in cui tutti però tendono a trovare soluzioni, o quantomeno provano a prospettarle. Questa è la vicenda storica del Mulino e questo è quanto noi vorremmo fare, senza con ciò dire che fino a ora non si è mai fatto, perché non è vero. La storia è molto lunga e io stesso vi ho partecipato. Sono stato membro di vari comitati di direzione sotto diversi direttori, come Alessandro Cavalli, Edmondo Berselli, Michele Salvati e lo stesso Mario Ricciardi nel suo primo mandato. È una storia alla quale ho partecipato e non devo prendere le distanze da nulla. Il problema è che ogni fase corrisponde al contesto in cui ci troviamo. In questo momento, ci troviamo in un contesto che tende ad accentuare le volontà di scontro. Non l’ho detto io, ma l’ha detto più autorevolmente di me il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E noi a questa moda dello scontro dobbiamo sottrarci, perché lo scontro non aiuta a risolvere i problemi; aiuta semmai a cristallizzare le fazioni».

A dare una mano al professor Pombeni in questo compito ci sarà un variegato gruppo di professori, studiosi e giornalisti. Nel comitato di direzione ci sono Luca Barra, Francesco Clementi, Maria De Paola, Claudio Giunta, Margherita Ramajoli e Alessandra Sardoni, mentre i consulenti della direzione sono Guido Barbujani, Cristina Cattaneo, Nello Cristianini, Luca De Benedictis, Maria Laura Di Tommaso, Giovanni Farese, Stefano Feltri, Antonio Funiciello, Ernesto Galli Della Loggia, Michele Marchi, Giovanni Orsina, Gianfranco Pacchioni. 

Il neo-direttore ribadisce a Linkiesta il «no al settarismo, che non dovrebbe esserci mai stato; qualche scivolone nella vita di tutti è immaginabile, ma niente di più. Ma al di là del no al settarismo, oggi serve un sì alla volontà di confronto, perché si può anche essere anti-settari senza però avere voglia di confrontarsi. Invece la direzione è molto compatta su questo punto. C’è molto bisogno di confronto. Il che non vuol dire, come va di moda in un certo contesto, organizzare dibattiti pubblici mettendo in scena il teatrino delle maschere, in cui ciascuno rappresenta la sua parte. Non è pluralismo questo. No, confronto vuol dire ragionare insieme, ibridarci in qualche modo. Questo secondo noi è lo spirito che deve guidarci nell’attuale fase storica molto difficile». 

«Non stiamo vivendo tempi normali, viviamo – come, ripeto, ha detto il presidente Mattarella e come avevo detto anche io in una ricerca quando dirigevo l’Istituto Storico Italo-Germanico a Trento – una grande transizione paragonabile al passaggio dal Medioevo all’Età Moderna. Quando anche allora la tecnologia – all’epoca era la stampa a caratteri mobili – cambiò l’universo. Oggi ovviamente le sfide vengono, è banale dirlo, dalla digitalizzazione, dalla facilità dei trasporti, dalle comunicazioni di tipo diverso, dalla ripresa delle grandi migrazioni dei popoli. Tutto questo ci pone di fronte a un mondo che richiede sia di essere interpretato sia governato; ovviamente non da noi, che non abbiamo l’ambizione di fare le mosche cocchiere, ma dal sistema politico-istituzionale che, nei secoli, il costituzionalismo ci ha messo fra le mani. Noi vogliamo essere semplicemente una delle componenti che collaborano a far funzionare questo meccanismo, senza montarci la testa». 

Ma quali saranno i temi affrontati dalla rivista nei prossimi mesi? «Il primo numero cartaceo, che uscirà nella seconda metà marzo, sarà come tutti i numeri diviso in due sezioni; una prima parte monografica e una seconda parte che raccoglie contributi su vari argomenti, per evitare di fare numeri solo monografici», dice Pombeni. «La parte monografica sarà destinata al problema del sacro civile, cioè della religione politica, di ciò che costituisce l’idem sentire all’interno di una comunità politica. C’è una serie di interventi molto stimolanti su questo argomento. Poi affronteremo tanti altri problemi. Il secondo numero, che uscirà alla fine di maggio, sarà dedicato nella parte monografica al futuro dell’Europa e all’Europa del futuro. Il terzo numero, che uscirà a fine settembre, sarà dedicato nella parte monografica al problema complessivo delle riforme istituzionali. Infine, l’ultimo numero che uscirà al novembre sarà dedicato al problema di un paese che invecchia e alla crisi demografica. Che cosa significa dal punto di vista del welfare questa crescita della quota di popolazione anziana? Una dei membri della nostra direzione, la professoressa Maria De Paola, è una specialista di welfare. Gli abbonati riceveranno poi in regalo un quinto numero, riservato solo a loro. Stiamo ragionando su quale argomento incentrare questo numero speciale». 

E poi c’è la rivista online. Il professor Pombeni ammette di non essere «un fanatico delle nuove tecnologie, non le disprezzo naturalmente perché sono importanti, però bisogna lavorarci con attenzione. La nostra idea è che anche la rivista online serva a costruire una opinione pubblica responsabile e molto informata. Faccio un esempio: nei prossimi giorni uscirà un bell’articolo di Mario Raffaelli, ex sottosegretario agli Esteri, che si era occupato insieme a Sant’Egidio della pace in Angola, su come sarà l’Africa nel 2024. Raffaelli, che è anche esponente di una grossa ong che si chiama Amfref, è una delle persone più competenti sulla situazione africana. Anche in questo caso vogliamo offrire strumenti alla gente per capire che cosa succede. Avremo un articolo di Stefano Ceccanti sulla riforma del premierato. È già uscito un articolo di Luca Barra sulla tv. E in preparazione un articolo di Luca Tentoni che fa il quadro delle statistiche elettorali dei comuni che andranno al voto quest’anno, che sono tremilasettecento. Arriverà un articolo di Michele Marchi sulla situazione in Francia. Cerchiamo di fare informazione, perché l’informazione è formazione, quando è informazione vera».

Ma in un’epoca così complessa come questa, la politica può ancora riuscire a riuscire a risolvere i problemi? «Sarà un tema portante della nostra produzione scientifica. Con la coscienza dello storico dico però che non ci sono mai stati tempi in cui la politica da sola ha risolto tutto. La politica è un pezzo di un sistema. Funziona quando, assieme agli altri pezzi, riesce a integrarsi. Quando invece, come sta succedendo adesso, la politica, l’economia, la società, la cultura, ciascuna va per conto suo, diventa difficile affrontare i problemi. Risolverli è una parola fuorviante, perché dà l’impressione che si possa cancellare il problema. Ogni situazione può venire governata. Arnold J. Toynbee nel famoso libro che scrisse sulla storia universale disse che la regola della storia era “risposta a sfida”. A me piace molto questa formula. Indubbiamente, siamo sempre in questo flusso di sfide al quale bisogna rispondere. E ogni risposta diventa un’altra sfida. È una specie di schema dialettico. La cultura, nel senso forte, è uno degli strumenti che riesce a fare da collante fra le varie componenti che vogliono e devono decidere. Secondo me una delle chiavi di lettura della crisi di adesso sta nella crisi di cultura: manca qualcosa che fa da collante. Senza un idem sentire diventa difficile fare qualsiasi cosa. Il Mulino vuole riprendere questa sensibilità, ricordandosi che non per caso ha dato vita a una casa editrice, che quest’anno celebra settanta anni di vita e che è nata per mettere in circolo strumenti per capire». 

A proposito dell’Europa che verrà: a giugno ci saranno le elezioni. È preoccupato per il risultato delle urne? «Il momento che decide tutto non esiste. Ne abbiamo esempi molto vari. Prendiamone uno del passato. Quando vinse la Democrazia cristiana molti immaginavano che sarebbe nato uno stato clericale. Non è stato così, nonostante la Dc qualche radice in quella direzione ce l’avesse anche avuta. Per la forza di alcuni suoi uomini, come Alcide De Gasperi e Giuseppe Dossetti, che capivano che il mondo era diverso, e nonostante le pressioni che arrivavano dalle gerarchie, un’eventualità del genere non si verificò. Questo varrà sempre, anche in Europa. L’alchimia dei risultati conta, poi però è come le persone in concreto useranno queste alchimie e come sarà il contesto a determinare la direzione dell’Europa. Non illudiamoci che i problemi si risolvano con un voto, quale che sia».

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