Stop al telecidio Vincono Angelina Mango e la noia di un Sanremo pieno di “penzierini” profondi

Vittoria ereditaria della figlia di Pino Mango in un festival che è sembrato un’assemblea di istituto (con l’eccezione di Geolier)

LaPresse

Poi ha vinto Angelina Mango, perché insomma, su, la carta pigliatutto dell’orfanitudine, la serata delle cover da lei non vinta trattata come un colpo di stato da aggiustare, il padre di cui nei dieci anni dalla morte nessuno aveva mai parlato improvvisamente raccontato come fosse stato Dalla e Battisti assieme. Ma non importa, perché alle due e mezza, quando vincono i buoni sentimenti, Geolier ha già vinto da venticinque ore, o almeno da due.

Geolier vince a mezzanotte e dieci, quando canta, saluta, esce. Senza il penzierino profondo che non ci ha risparmiato praticamente nessun altro, da quella che «siate voi stessi» a quello che «stop al genocidio»: Dargen ha fatto scuola, e nessuno vuole sottrarsi al campionato miss in gambissima che invoca la pace nel mondo. 

Di tutti i falsi problemi con cui ci siamo baloccati nella settimana sanremese, in questo paese evidentemente così fortunato da non averne di veri, quello dei fischi a Geolier dopo che il ragazzo aveva vinto la serata delle cover è per alcune ore stato il più fittizio. La gente ha fischiato. Ah, tu pensa. Mai successo. 

Non è che nel 1989 Katia Ricciarelli abbia detto «che dio vi maledica» ai loggionisti della Scala (adesso arrivano quelli secondo cui la Ricciarelli alla Scala e Geolier a Sanremo sono due situazioni diverse: non vi avevo detto di andare a fare il fantacalcio?). Non è che nel 2010 l’orchestra sanremese abbia accartocciato gli spartiti indignata per la vittoria della moschicidissima canzone di Valerio Scanu. 

Vittoria che peraltro dimostrò quel che dimostrano praticamente tutte le vittorie sanremesi degli ultimi parecchi anni (con l’eccezione di quando noi vegliarde c’impuntammo a far vincere gli Stadio): col televoto vincono quelli che piacciono ai dodicenni. 

Nel delirante dibattito, ho letto anche qualcuno secondo cui il televoto è vietato ai minorenni e quindi i voti per Geolier vanno invalidati. A parte che è un’idea in confronto alla quale è sensata e attuabile quella di Calenda che vuole l’obbligo di documenti per accedere a social posseduti da società che hanno sede in un paese in cui non esiste l’obbligo di documenti neanche per votare alle elezioni, c’è un ulteriore piccolo problema. 

Che Geolier non l’hanno votato solo i dodicenni, giacché viviamo nell’epoca in cui la generazione più stupida della storia umana (la mia) vuole disperatamente risultare simpatica ai figli, e quindi zelanti genitori, in sala stampa e non solo, hanno eseguito le istruzioni di voto dei loro puccettoni. 

Dicevo che quello della poca cortesia nei confronti di Geolier è stato un problema fittizio per alcune ore. Si è trasformato in reale quando un genio del purissimo presente, in sala stampa, gli ha posto una domanda che trascrivo con una certa qual incredulità: «Non ti senti di avere un po’ rubato la vittoria di ieri? Con tutto il rispetto, io in te mi sentirei un po’ a disagio». 

La signora – con tutto il rispetto, premessa indispensabile a ogni cafonata – si sentirebbe a disagio in lui: mica in sé. Non si sente a disagio nel chiedere a uno che fra sei settimane compie 24 anni se non gli paia di aver rubato una cosa senza valore alcuno per nessuno tranne forse che per il ventitreenne stesso, una cosa meramente simbolica quale essere quello la cui cover è piaciuta più delle altre, in una sera d’un Sanremo di cui nessuno di noi si ricorderà tra una settimana (cioè un Sanremo come gli altri). 

E sì, lo so che viviamo nel secolo per cui i simboli contano assai più della realtà, ma, santiddio: chissenefrega di chi vince Sanremo. Senza essere così banali da citare Vasco Rossi in fondo alla classifica: “Maledetta primavera” non ha vinto Sanremo; “Vacanze romane” non ha vinto Sanremo; “Un’emozione da poco” non ha vinto Sanremo; “Con te partirò” non ha vinto Sanremo – eccetera. 

Per essere convinti che, d’un passaggio sanremese, quel che conta per la vita d’una canzone sia la vittoria, bisogna non aver mai visto Sanremo, non aver mai cantato sotto la doccia, aver vissuto nella capanna di Unabomber. Il che va benissimo: il dettaglio bizzarro sono le migliaia di tweet partiti in queste ventiquattr’ore dalla capanna di Unabomber per dire la propria sul caso Geolier. 

Che tu sia un adulto che interviene per dire che è una vergogna che l’abbiano fischiato, è evidente antimeridionalismo (invero un festival in cui Geolier è l’unico meridionale: Angelina Mango è della nordicissima Lucania, per dire); o che è una vergogna che non abbia vinto [inserire qui altro cantante secondo l’adulto più meritevole]; o che ora lo voterai anche tu perché lo consideri un martire della discriminazione; o che ora voterai tantissimo per [inserire altro cantante qualsiasi] per riequilibrare la giustizia degli uomini che è venuta meno: chiunque di queste figure tu sia, ma non ce l’hai un passatempo più adatto alla tua età che appassionarti alle gare di cantanti? 

Capisco cercare di sembrare coetanei dei figli dodicenni, ma così è troppo. Ma soprattutto, tu che twitti la tua indignazione non sapendo evidentemente niente di come funzioni Sanremo, e che quindi vivi da decenni nella capanna di Unabomber: ecco, non dovrebbe essere un’abitazione non collegata alla corrente elettrica? Come fai a twittare? 

Ma forse non è che non hanno mai seguito Sanremo: è che hanno la memoria dei pesci rossi. Così come gli sembra che nessuno si sia mai risentito per una vittoria prima di venerdì scorso, tutto ciò che accade gli sembra sempre inedito, ogni giornata gli pare non dover tener conto delle precedenti. 

Un’umanità esemplificata da quei tre coi capelli da cretini, quelli cui daresti quindici anni e poi controlli le date di nascita e scopri che sono un venticinquenne e due ultratrentenni. La prima sera arrivano con dietro i portatori di cartelli contro il suicidio (scusa, Dargen, ti ho accusato ingiustamente: coi penzierini profondi hanno cominciato loro). La quarta sera, dimentichi non solo di come fosse il mondo, ma di loro stessi tre giorni prima, scelgono come cover quella canzone che squarciagolavamo quando eravamo piccoli e nessuno c’intratteneva coi discorsetti sulla salute mentale, quella che fa «dammi una lametta che mi taglio le vene». 

La cosa buona della mancanza di coerenza è che vengono meno anche i pregiudizi che credevamo più fondati. Pensavamo che Amadeus fosse un pirla e poi, al genio del purissimo presente che gli chiedeva se avrebbe chiamato Elena Cecchettin per scusarsi del fatto che a lei non fosse piaciuto un pezzetto di serata sull’educazione affettiva, quello ha risposto asciutto e senza tentennamenti che non la conosce e non capiva di cosa dovesse scusarsi, cioè l’unica risposta intelligente che fosse possibile dare a una domanda così vertiginosamente imbecille. 

Pensavamo che Geolier fosse un barbaro meridionale che fa la trap e poi, alla tizia della sala stampa, ha sobriamente risposto che a disagio, semmai, ci si sentiva dovendo rispondere a quella domanda, e che «rubare» è una brutta parola: avessi dei figli, gli chiederei di far loro da precettore. 

Un Sanremo che ci ha costretto a cambiare parere (in meglio) su molta gente, e quasi sempre perché insomma, pure quelli che non sono fulmini di guerra sono comunque meno imbarazzanti dei giornalisti di Sanremo, che stanno a questo secolo come Mike Bongiorno stava a quello scorso: servono a farci sentire migliori (ma di questo bisognerà poi parlare più diffusamente). 

Forse unici su cui non è servito cambiare idea: Loredana Berté e Fiorello.

Lui ha fatto due o tre cose inarrivabili. Intanto il modo garbato in cui ha dato per cinque anni un senso ad Amadeus (che senza di lui sarebbe durato un anno), senza mai fargli pesare pubblicamente l’essere miracolato dalla sua amicizia e dalla sua collaborazione. 

Poi il mestiere e l’immediatezza nel capire quel che Amadeus invece non è riuscito a cogliere subito: che rispetto all’affaire Travolta dovevano prendersi per il culo loro per primi, mica stare sulla difensiva (“Il ballo del qua qua” fatto su “Farfallina” mi ha fatto piangere dal ridere, ma forse alle altre generazioni fa meno effetto).

E poi la sua prima uscita sul palco finale, con un numero di varietà coi ballerini ucraini da far venire una struggente nostalgia per quando esisteva il varietà (quello serale: a fare il varietà alle sette di mattina per non gareggiare negli ascolti so’ boni tutti, Fiore’). 

La Berté ha detto di voler vincere perché la vincitrice va all’Eurovision, in Svezia, dove lei potrebbe andare a rompere i coglioni all’ex marito Björn Borg. Le ragioniere sue estimatrici si sono precipitate a dire sì, giusto, brava Loredana, ottima motivazione. Loro, che fino a un minuto prima si vantavano di non essere mai state lasciate (la più crudele illusione dei deboli è che lasciare sia una forma di forza), improvvisamente erano estimatrici delle storie finite tempestosamente male. Lei ha pensato di ristabilire le classi sociali presentandosi, l’ultima sera, sul palco con occhiali da sole con le piume di Valentino. Quelle piume che noialtre normali possiamo permetterci solo nei filtri di Instagram. Noi plebe sotto dittatura degli stylist, lei (che si vestiva da rockstar secoli prima che esistessero gli stylist) premio della critica ma soprattutto divina. 

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