Vuoto strazianteIl passato assente nei campi di sterminio degli ebrei dell’Est Europa

Bełżec, Sobibór, Treblinka, Chełmno sul Ner sono zone progettate solo come strutture omicide. E, come racconta Frediano Sessi in “Oltre Auschwitz” (Marsilio), oggi non ci sono tracce che raccontino nel modo giusto l’enormità di quanto accaduto

Foto da Treblinka | Czarek Sokolowski/Lapresse

Bełz. ec, Sobibór e Treblinka, insieme a Chełmno sul Ner, furono le località prescelte per portare a termine in Europa l’eliminazione della totalità degli ebrei dell’Est. Luoghi progettati e costruiti per funzionare solo come strutture omicide, molto diversi dai Lager, perché non prevedevano nessuna possibilità di sopravvivenza, se non per quei pochi ebrei che erano costretti a collaborare al funzionamento delle camere a gas (Arbeitsjuden). Chełmno fu il primo centro messo in funzione: qui lo sterminio era realizzato con camion a gas, che uccidevano gli ebrei nel corso del loro ultimo viaggio dal castello della cittadina dove erano stati ammassati alla fossa comune, nascosta tra il fitto degli alberi di una foresta poco distante. Servì molto probabilmente da prototipo sperimentale, perché la decisione delle autorità del Reich di uccidere tutti gli ebrei non aveva precedenti e si voleva superare il metodo adottato nel corso dell’invasione nazista delle terre dell’urss: le uccisioni all’aperto, nei ghetti e nei luoghi conquistati dalla Wehrmacht, che costituivano una continuazione dei comportamenti contro i civili già sperimentati nel corso della Prima guerra mondiale, seppure in modi diversificati e più crudeli. La novità principale consisteva nelle fucilazioni di massa all’aperto, che misero in seria difficoltà non soltanto gli uomini dei plotoni di esecuzione, ma anche gli alti ufficiali delle squadre speciali addestrate a questo compito (Einsatzkommando). Una camera a gas mobile avrebbe evitato ogni trauma.

Il centro di sterminio che prese forma nell’autunno del 1941, mentre ad Auschwitz venivano eliminati con una procedura sperimentale non ancora ben definita tutti gli inabili al lavoro, non aveva alcun precedente. Soprattutto non c’era ancora una modalità di uccisione con il gas che garantisse a un tempo velocità ed efficienza, e che lasciasse pochi traumi psicologici negli esecutori. Come non c’era ancora un metodo per fare scomparire dalla faccia della terra i corpi delle centinaia di migliaia di assassinati.

Per chi vede questi luoghi senza conoscerne la storia Chełmno, Bełz. ec, Sobibór e Treblinka appaiono come verdi località turistiche, ricche di foreste, dove spesso villeggianti ignari vanno alla ricerca di funghi e di aria pulita. Soltanto i musei che conservano memoria delle vicende lì accadute li mettono in allerta. Oggi, visitando quel che resta dei centri di sterminio, ciò che più rimanda a questo mondo distrutto, scomparso, sono le grandi teche che espongono centinaia di chiavi di casa.

A guardarle, come le foreste che sono cresciute ai margini delle fosse di sepoltura dei corpi e delle ceneri, rappresentano quel vuoto inaccettabile che tutta la popolazione ebraica ha lasciato, nel corso dei mesi dello sterminio a Est.

«I nazisti hanno voluto cancellare le tracce delle loro fabbriche della morte. Distrussero quattro centri di sterminio, dopo che gli ebrei polacchi furono assassinati […], al posto delle fosse di sepoltura comuni e delle camere a gas piantarono alberi», come scrive lo storico Jean-Yves Potel. Imposero il silenzio ai tedeschi che avevano fatto parte del progetto, fecero in modo che non fosse facile rintracciare i nomi e le storie degli esecutori e dei loro collaboratori; anzi, per essere più sicuri che la promessa del silenzio fosse rispettata, gli uomini impiegati nell’«eutanasia» dei disabili e nell’Aktion Reinhardt furono trasferiti a combattere contro i partigiani di Tito, nel Litorale adriatico, nella speranza che, in quelle terre lontane, potessero morire in battaglia con il loro terribile segreto.

Eppure, bastano queste centinaia di chiavi di casa ritrovate nel corso degli scavi archeologici a Bełz. ec e Sobibór, il folto delle foreste al posto dei campi e l’assenza stessa dei nomi di famiglia della maggior parte delle vittime nei memoriali a restituirci tutta intera questa storia. I visitatori che si avventurano nei siti dei centri di sterminio, escludendo Auschwitz, sono molto pochi, ma per comprendere le ragioni dell’assassinio degli ebrei d’Europa occorre vedere quel che resta in questi territori dell’Est; è necessario conoscerne la storia per capire che non furono la malvagità umana e nemmeno alcune migliaia di burocrati «banali», che non sapevano fino in fondo quel che facevano, a mettere in atto questo male radicale.

Eppure, bastano queste centinaia di chiavi di casa ritrovate nel corso degli scavi archeologici a Bełz. ec e Sobibór, il folto delle foreste al posto dei campi e l’assenza stessa dei nomi di famiglia della maggior parte delle vittime nei memoriali a restituirci tutta intera questa storia. I visitatori che si avventurano nei siti dei centri di sterminio, escludendo Auschwitz, sono molto pochi, ma per comprendere le ragioni dell’assassinio degli ebrei d’Europa occorre vedere quel che resta in questi territori dell’Est; è necessario conoscerne la storia per capire che non furono la malvagità umana e nemmeno alcune migliaia di burocrati «banali», che non sapevano fino in fondo quel che facevano, a mettere in atto questo male radicale.

Dimenticati dalle celebrazioni memoriali e dai mezzi di informazione di massa, proprio questi luoghi, come Auschwitz, ci suggeriscono che i nazisti non uccidevano per crudeltà ma per realizzare il loro ideale di una nuova Europa e di un nuovo ordine. «Se vogliamo preservare la nostra razza nordica, dobbiamo eliminare le altre» disse Himmler, sottolineando come quel crimine in realtà fosse l’atto più elevato della nuova moralità nazista.

La storia dei centri di sterminio dell’Aktion Reinhardt (che, come detto sopra, ha un prodromo a Chełmno, il suo epicentro a Bełz. ec, Sobibór e Treblinka, e una fase finale a Majdanek), che completa la ricostruzione del processo di distruzione degli ebrei d’Europa, attuata anche ad Auschwitz in modo seriale, con «uccisioni a catena», come dichiarò il medico ss Friedrich Entress, è il risultato di un percorso e di una pianificazione complessi. Sappiamo che i tedeschi, in questi luoghi di morte nell’Est della Polonia, non pensarono mai di introdurre la variante dello sfruttamento del lavoro produttivo degli ebrei a favore delle industrie di guerra tedesche. Quando ad Auschwitz si cominciò a uccidere con il gas Zyklon b, la morte per asfissia era riservata a ebrei o prigionieri di guerra sovietici non più adatti al lavoro, problema che non si era posto nel momento in cui erano stati pensati e realizzati i primi centri di sterminio. Per uccidere masse di uomini, donne e bambini in modo efficiente i nazisti dovettero percorrere nuove strade che ancora non conoscevano bene. «Il campo di concentramento e la camera a gas esistevano da un certo periodo di tempo, ma isolati. La grande innovazione fu di mettere in funzione i due sistemi insieme» (Hilberg). Per questa ragione, il primo centro di sterminio che cominciò a funzionare nei territori incorporati al Reich nel Warthegau, Chełmno, riveste un’importanza cruciale nel successivo perfezionarsi dell’Aktion Reinhardt, spesso non sufficientemente riconosciuta.

Oltre Auschwitz

Tratto da “Oltre Auschwitz. Europa orientale, l’Olocausto rimosso” (Marsilio), di Frediano Sessi, pp. 440, 30€