Buio supremoLa spericolata sentenza salva Trump dei giudici americani

La corte costituzionale di Washington ha ribaltato all’unanimità, ma con ragionamenti tecnici discordanti, la decisione dei giudici statali del Colorado secondo cui l’ex presidente, accertato il suo ruolo nel tentativo di colpo di stato del 2021, a novembre non potrebbe candidarsi, e riprovarci

LaPresse

Aver tentato il colpo di stato non impedirà a Donald Trump di riprovarci una seconda volta, magari con maggiore fortuna alle elezioni del 5 novembre, grazie a una surreale decisione politica della Corte Suprema di Washington che ha deciso di ribaltare la sentenza della Corte suprema del Colorado che aveva invece dichiarato l’incandidabilità dell’ex presidente quasi golpista sulla base del quattordicesimo emendamento della Costituzione, oltre che del buon senso.

Il buon senso è questo: se hai provato a truccare i conteggi dei voti; se hai chiesto ai governatori locali di trovare almeno una scheda elettorale in più rispetto a quelle correttamente espresse a favore del tuo avversario; se hai intimidito i pubblici ufficiali, i deputati e perfino il vicepresidente per non certificare il risultato elettorale; se hai nominato degli yes man nelle commissioni elettorali statali in modo che la prossima volta si farà come dirai tu e non come avranno deciso gli elettori; se hai convocato e poi istigato i tuoi proud boys ad assediare il Congresso per evitare la certificazione della tua sconfitta; e se a causa dell’aggressione violenta del Congresso del sei gennaio 2021 sono morte una quindicina di persone; be’, se hai fatto tutto questo e anche di più, il buon senso e lo stato di diritto dovrebbero impedirti di riprovarci, tanto più che la prima volta sei stato pure eletto con l’aiutino delle interferenze russe.

E infatti i giudici statali del Colorado, e poi quelli di un paio di altri stati, su richiesta di un gruppo di elettori avevano deciso di escludere Trump dalle schede elettorali, dopo aver stabilito che il sei gennaio 2021 l’ex presidente aveva tentato la via dell’insurrezione per ribaltare l’esito del voto, e per questo avevano applicato l’antico emendamento della Costituzione che esplicitamente dichiara non candidabili i pubblici ufficiali macchiatisi di tale reato eversivo.

I nove giudici supremi di Washington hanno invece deciso all’unanimità che questo provvedimento costituzionale non può essere applicato dai singoli Stati, perché se così fosse il paese sarebbe costantemente a rischio caos, e con un parere a maggioranza (cinque giudici contro quattro) hanno statuito che solo il Congresso può decidere l’applicazione del quattordicesimo emendamento della Costituzione.

Lasciamo per un attimo da parte decenni di dibattito giuridico e filosofico sulla lettura “originalista” della Costituzione americana da parte dei giuristi conservatori e federalisti, quella per cui il dettato costituzionale dice soltanto ed esclusivamente quello che c’è scritto letteralmente nel testo originario, e non altro sulla base di un’interpretazione contemporanea ed evolutiva del diritto.

E mettiamo da parte anche l’indignazione giuridica dei tre giudici liberal e della quarta conservatrice Amy Coney Barrett nel commentare, dopo aver votato all’unanimità a favore di Trump, la scelta dei cinque giudici di maggioranza di affidare al Congresso l’applicazione del quattordicesimo emendamento.

Ma qui il punto non è tecnico, è politico. Come si fa a discutere di applicabilità o meno del quattordicesimo emendamento della Costituzione senza aver preso in considerazione l’accusa eversiva, che secondo i giudici locali è stata provata, per cui sarebbe dovuto scattare l’impedimento ad assumere incarichi pubblici?

Come si fa, insomma, a discettare di diritto tralasciando come se fossero dettagli insignificanti il tentativo di corrompere il processo democratico, l’incitazione ad assalire il Congresso, la caccia ai deputati e ai senatori, la morte di quindici persone?

Un mistero misterioso, che si affianca all’altro gigantesco favore che i giudici costituzionali di Washington hanno appena fatto a Trump, ovvero l’essersi riservati il diritto di decidere se il presidente in carica gode o meno di un’immunità penale per eventuali reati commessi durante il mandato presidenziale nell’esercizio dei poteri del suo ufficio (ve li ricordate, a proposito, quelli che negli anni di Berlusconi ci hanno spiegato che in America i processi ai leader in carica erano di uso comune? Ce li salutate caramente?).

È molto probabile che alla fine la Corte Suprema dirà che Trump non gode di alcuna immunità e che i processi si potranno fare, ma da qui alla decisione della Corte, prevista per fine aprile, i lavori processuali contro Trump sono stati fermati, facendo guadagnare tempo all’ex presidente, al punto che ormai è improbabile che le sentenze potranno arrivare prima del voto del 5 novembre. Arriveranno dopo, con Trump di nuovo sconfitto alle urne e di nuovo pronto a non accettare il risultato; oppure le sentenze di condanna arriveranno con Trump alla Casa Bianca, vendicativo, eversivo ed ebbro del potere di cancellare i reati che lo riguardano, e con una democrazia americana archiviata per sempre dopo oltre due secoli di onorato servizio.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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