Grande fardelloPerché bisogna comportarsi come se tutti ci stessero guardando

Chris Anderson, direttore di Ted, in “Generosità contagiosa” (Egea) parla dell’importanza della reputazione nella nostra società. Essere sempre osservati può avere anche dei vantaggi

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La reputazione è sempre stata una moneta fondamentale per gli esseri umani. Gran parte della nostra efficacia e della nostra felicità dipende da ciò che gli altri pensano di noi. Per buona parte della storia dell’umanità, la reputazione dei singoli è stata forgiata dal piccolo gruppo in cui vivevano. Oggi un singolo contenuto può entrare nella mente di migliaia se non di milioni di individui nel giro di qualche ora, portando con sé la reputazione del suo creatore. È un cambiamento sbalorditivo, in grado di creare benefici illimitati quando l’atto viene percepito come positivo e danni illimitati in caso contrario.

La reputazione è sempre stata il tutore segreto del comportamento. Nelle piccole comunità in cui vivevano i nostri antenati nessuno poteva rischiare di guadagnarsi una reputazione di persona avida o inaffidabile: avrebbe portato velocemente all’isolamento sociale e a una vita breve e triste.

Quando le società hanno cominciato a ingrandirsi e le persone a vivere in città più grandi e anonime, è diventato più facile nascondere alcuni comportamenti, e per qualcuno è diventato possibile dipendere meno dall’approvazione altrui. Truffatori, imbonitori e ciarlatani giravano di cittadina in cittadina senza nulla da temere. Talvolta era possibile dare libero sfogo all’egoismo e al crimine senza dover pagare alcun prezzo sociale.

Ma l’inarrestabile espansione delle nostre modalità di connessione ha cambiato ancora una volta le regole. Centinaia di servizi Internet registrano e monitorano la nostra reputazione in più modalità. Coloro che vivono in un altro emisfero possono parlare a qualcun altro di ciò che abbiamo scritto o creato. La maggiore trasparenza aumenta i rischi insiti nei comportamenti scorretti ma anche le ricompense per chi fa le cose per bene. Non è più solo il vostro villaggio a saperlo. È il mondo intero.

Dopo la scelta di donare le sue conferenze, TED è esplosa all’improvviso, perché Internet le ha conferito una reputazione globale. Nel 2006 erano in pochi ad aver sentito parlare di TED. Ma nel giro di un paio d’anni ha conquistato i cuori e le menti di milioni di persone. E queste hanno velocemente sparso la voce. La possibilità di essere ripagati con un miglioramento della nostra reputazione è da sempre insita nel dono. E viviamo in un’epoca in cui questa reputazione può diffondersi all’infinito.

Ma è sempre un bene? Per molti di noi il pensiero che qualcuno dall’altra parte del mondo, all’interno di una potente multinazionale o di un’agenzia governativa, possa vedere quello che facciamo è la materia di cui sono fatti gli incubi. Sicuramente, penserete, è proprio questo il problema di Internet. Non abbiamo bisogno di una maggiore diffusione della reputazione; abbiamo bisogno di privacy. Di sicuro, quando la conoscenza delle azioni di qualcuno può diffondersi in tutto il mondo, le conseguenze possono essere sia positive che negative.

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La mente umana è strana. Siamo creature fragili. Facciamo fatica a districarci nel complicato mondo sociale in cui viviamo. Non è facile per noi tenere pienamente conto delle esigenze altrui. Abbiamo sicuramente bisogno di tutto l’aiuto possibile. Ed è per questo che le religioni – e i genitori – hanno inventato un insieme di storie incredibilmente fantasiose per motivarci a fare la cosa giusta. Prendiamo Babbo Natale, per esempio. So per certo che non solo prepara una lista, ma la controlla due volte. E che scoprirà senz’altro se siete stati buoni o cattivi. Babbo Natale vi osserva. E non è il solo. Molti di noi sono cresciuti con l’idea di un Dio onnisciente che controlla costantemente il nostro comportamento. Questo pensiero ha cambiato il nostro modo di comportarci? Sicuramente sì.

Il filosofo Alain de Botton, che è ateo, ha tenuto un TED Talk in cui sostiene che dovremmo guardarci bene dal buttare via tutte le bardature delle religioni, anche se abbiamo smesso di credere alle loro storie fondamentali. Non è strano, per esempio, che quasi tutte le religioni raccomandino ai loro seguaci di incontrarsi almeno una volta alla settimana per ricordarsi dei loro doveri religiosi e morali? Forse gli esseri umani hanno bisogno di queste spintarelle regolari per avere più probabilità di fare la cosa giusta.

Parliamo con ammirazione dei sacrifici compiuti dalla Greatest Generation per sopravvivere a un decennio di depressione e vincere la seconda guerra mondiale. Ma forse dimentichiamo che ogni settimana, per la maggior parte della loro vita, queste persone si riunivano in chiese, sinagoghe e moschee per impegnarsi in cause più grandi di loro. Oggi che abbiamo deciso di rinunciare a gran parte di questi riti – in molte nazioni occidentali è sicuramente questo il caso – il declino del senso civico deve sorprenderci?

Può darsi che gli esseri umani diano il meglio di sé quando il loro calcolo decisionale prevede anche solo un pizzico di cautela dinanzi alla prospettiva di essere scoperti mentre fanno qualcosa di male. Io sono decisamente favorevole a utilizzare gli strumenti di incoraggiamento e di motivazione come carote succulente che inducano gentilmente le persone a compiere le azioni giuste. Ma se usassimo solo incentivi positivi, non sono sicuro che tutti noi – nei momenti più difficili, quando siamo sotto pressione, quando dobbiamo giostrarci fra troppi impegni o richieste – troveremmo la determinazione a fare del nostro meglio.

Tutto questo per dire che la reputazione alimentata da Internet può giocare un ruolo importante nel nostro futuro collettivo. Non sappiamo se Gesù ci osserva. Ma Internet lo fa di sicuro. Ora, io sono favorevole al cento per cento a limitare la sorveglianza che governi e imprese sono tentati di esercitare a piene mani. E mi preoccupano moltissimo gli eccessi della cultura della cancellazione. Se oggi il mondo intero è diventato un villaggio, per favore stiamo attenti a non armare di forconi i suoi abitanti. Quella che caldeggio è una postura più sfumata: una visione in cui possiamo considerare la trasparenza che diffonde la nostra reputazione come una forza complessivamente positiva, cercando al tempo stesso di non abusarne.

Temo che nei prossimi anni sempre più ambiti della nostra vita verranno tracciati e misurati. Possiamo opporci. Oppure possiamo cogliere il lato positivo della faccenda e pianificare un futuro in cui la nostra reputazione sarà sempre più importante.

Forse questo ci farà sentire bene. Di sicuro è una gioia essere contattati online da individui che hanno sentito parlare di qualcosa che avete fatto e che vogliono ringraziarvi per questo. Ma anche l’altra faccia della medaglia, il timore della disapprovazione, può essere utile. Fermarci a riflettere sulla bontà di un’azione che stiamo pensando di compiere può servire.

Dunque ecco la mia conclusione principale. Siamo entrati in un’epoca in cui sempre più il nostro mantra dovrebbe essere: Comportati come se tutti ti stessero guardando. Perché è possibile che lo stiano facendo. Può metterci a disagio. E mi rendo conto che non tutti sono pronti ad accogliere questo aspetto della nostra era connessa. Ma spesso il disagio è un indicatore del progresso. Vi darà una motivazione in più per essere la migliore versione di voi stessi. E se per caso farete qualcosa di grandioso, la voce potrebbe diffondersi in lungo e in largo, aprendo porte inimmaginabili.

Copyright © 2024 by Chris Anderson All rights reserved

Tratto da “Generosità contagiosa” (Egea), di Chris Anderson, pp. 240, 19,99 €

 

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