Ottimismo della volontàPer realizzare le ambiziose riforme di Draghi bisognerà convincere le opinioni pubbliche europee

Il cambiamento radicale proposto dall’ex presidente del Consiglio come la creazione di un’Europa a più livelli e il superamento del principio di unanimità, incontra resistenze e divisioni negli egoismi dei singoli paesi nazionali

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Durante l’incontro sui diritti sociali dell’Unione europea, organizzato dalla presidenza europea del Belgio, Mario Draghi ha sferzato l’Europa affermando la necessità di «un cambio radicale» dell’Ue, chiamata ad agire «unita come mai prima» di fronte a un mondo che «sta cambiando». Queste parole, seppur nascono come anticipazione dei contenuti del report sulla competitività europea che Draghi sta preparando in questi mesi, vanno oltre il piano puramente industriale, e si collocano su un piano eminentemente politico, guardando alla struttura stessa dell’Unione. 

Non a caso, oltre al riferimento al fatto che la competitività europea non si costruisce «gareggiando a vicenda» tra Stati membri, all’affermazione della necessità di investimenti comuni necessari in settori cruciali come difesa ed energia e al riferimento all’integrazione dei mercati dei capitali, Draghi ha fatto intendere la necessità di liberarsi del principio di unanimità in Consiglio Europeo, che spesso blocca riforme strutturali, sottolineando come non possiamo più permetterci «il lusso di aspettare fino alla prossima modifica dei trattati». Soprattutto, ha apertamente affermato come un passo fondamentale per coordinare le politiche economiche (e non solo) in Ue, potrebbe essere necessario creare una cooperazione rafforzata tra Paesi volenterosi di passare a un livello successivo dell’integrazione europea. 

Il dibattito su più livelli, diversificati, di integrazione europea, viene da lontano: se qualche anno fa veniva definita l’ipotesi dell’Europa a due velocità, il riferimento ai livelli di integrazione diversificati è tornato in auge nel 2023, quando alcuni documenti franco-tedeschi ipotizzarono una riforma che mirava a superare il principio di unanimità con la creazione di un «livello superiore», più stretto, di unione tra alcuni Stati membri. 

Sebbene tra addetti ai lavori e forze politiche la cosa si faccia strada, anche superando resistenze di soggetti tradizionalmente contrari, sul piano politico la questione, oggi, appare complicata. Innanzi tutto, i tre più grandi Paesi Ue (Germania, Italia e Francia) sono attraversati da forti movimenti contrari a una maggiore integrazione europea. In Italia queste forze sono al governo, mentre in Francia il Rassemblement National sembra un potenziale vincitore delle prossime elezioni presidenziali. In Germania, il governo di socialisti, verdi e liberali vede crescere l’estrema destra di AfD, che fa leva proprio su un sentimento anti europeo. Sul piano dell’iniziativa politica, dunque, il progetto, per quanto nevralgico per rilanciare l’azione europea, rischia di non trovare gli interpreti necessari.

Anche guardando all’opinione pubblica la questione appare complessa: secondo alcune rilevazioni YouGov di fine 2023, l’ipotesi riscuote consensi molto diversi a seconda dei Paesi considerati. In generale, infatti, i favorevoli alla proposta sono la maggioranza: cinquantasei per cento in Spagna, quarantadue per cento in Germania, quaranta per cento in Italia (solo il ventotto per cento si dice apertamente contrario), il trentasei per cento in Francia (ma i contrari sono al trentuno per cento).

Ma quando si chiede agli elettori in quale “livello” vorrebbero vedere il proprio Paese, ecco che le divisioni si accentuano: in Germania, il trentuno per cento risponde che vorrebbero essere nel cerchio più interno, ma in Italia la percentuale scende al diciannove per cento, con il quattordici per cento che preferirebbe il livello di integrazione inferiore e il quindici per cento che addirittura desidererebbe essere fuori da ogni integrazione. In Francia, il diciassette per cento vorrebbe avere un livello inferiore di integrazione, contro il quindici per cento che vorrebbe partecipare al percorso di maggiore unità. Anche in questo caso, è l’opinione pubblica spagnola a essere la più europeista, con il trentanove per cento che indica convintamente l’opzione più integrata, e solo il cinque per cento che vorrebbe essere fuori da tutto. 

I dati indurrebbero, pertanto, a un certo scetticismo verso la proposta draghiana. Va notato, tuttavia, che essi rispecchiano le dinamiche nazionali degli ultimi anni: non a caso, Italia e Francia appaiono come i Paesi con le opinioni pubbliche più difficili da coinvolgere nel progetto, coerentemente con la crescita dei partiti antieuropei. Germania e Spagna, con governi europeisti, risultano invece i Paesi più favorevoli.

Seppur non particolarmente incoraggianti, i dati confermano insomma quanto le diverse stagioni politiche possano determinare una maggiore (o minore) propensione all’europeismo nei diversi Paesi membri. In questo senso, il progetto a cui fa riferimento Draghi, più che impossibile, appare “soltanto” complicato. Ma se il cambio dei governi nazionali può favorire la prospettiva di più livelli di integrazione, ecco che emerge la necessità politica di farne un progetto concreto e reale, uscendo dall’area del semplice dibattito tra addetti ai lavori. 

Va del resto considerato che in tutti questi Paesi è almeno al quaranta per cento la percentuale di chi vede come un errore l’allargamento dell’Ue a Paesi che non sempre ne hanno condiviso i valori fondanti, con Francia e Germania che arrivano al cinquantasette per cento e cinquantuno per cento: in altri termini, non è detto che la paura di una maggiore integrazioni si giustifichi, per alcune categorie, anche con la necessità di difendere i valori democratici dei propri Paesi. In questo senso, l’Europa a più livelli potrebbe addirittura diventare uno strumento visto come garanzia della tenuta di valori democratici e statutari percepiti dalle opinioni pubbliche dei Paesi Ue. 

Il tema per ora non è entrato nella campagna elettorale per le Europee, e difficilmente lo farà in Italia. Ma come dimostrato dal suo ritorno ciclico, e con sempre maggior urgenza, è destinato a imporsi al dibattito con forza. In questo senso, il superamento del principio di unanimità, e la questione collegata di un’Europa a più livelli, ripropongono la vecchia dicotomia tra egoismi nazionali e la necessità di un’integrazione che permetta all’Europa di agire con efficacia tra gli altri protagonisti globali. Non servirà scoraggiarsi di fronte ai dati, ma bisognerà varare un progetto transnazionale, come sempre nel corso della storia europea quando si tratta di cambiamenti epocali. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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