Bergoglio e pregiudizioIl vizietto omofobo del Papa rischia di riaprire la solita caccia alle streghe nei seminari

Il Pontefice aveva già fatto una gaffe simile nel 2018. Sia lui che Ratzinger nei fatti hanno inaugurato una nuova stagione di esclusione delle persone omosessuali nella formazione seminariale. Prima di loro la preoccupazione principale è sempre stata l’osservanza della castità, non l’orientamento sessuale

LaPresse

«Mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi-orientate», perché «c’è troppa aria di frociaggine». Ad averlo detto papale papale, è proprio il caso di dirlo, è stato Jorge Mario Bergoglio. Riportato per primo da Dagospia, poi confermato da vari presuli e ripreso da tutte le testate, il Papa si è così rivolto, il 20 maggio, ai vescovi italiani in apertura della settantanovesima Assemblea generale della Conferenza  episcopale italiana (Cei). 

Ciò che a primo acchito colpisce, anzi fa trasecolare, è il linguaggio greve e grossolano, che, poco consono alle auguste labbra, si presta anche a più di una riflessione ironica. Come quella, ad esempio, di Franco Grillini, presidente nazionale onorario di Arcigay e storico leader del movimento Lgbt+ italiano, per il quale si tratta di «una confessione in piena regola. Il Papa non solo ci dice che i seminari sono dominati dalla presenza omosessuale – cosa sulla quale non avevamo dubbi – ma usa anche un termine non di dominio pubblico (nemmeno l’estrema destra lo usa). Frociaggine, infatti, è una parola del metalinguaggio interno della convivialità omosessuale. Come fa a conoscerlo il Papa? Chi gliel’ha detto?».

Battuta a parte, l’ennesima uscita bergogliana sul tema rischia d’ingenerare una nuova e pericolosa caccia alle streghe nei seminari, laddove altre dichiarazioni pontificie e documenti di Oltretevere sembrano indicare alla Chiesa una nuova rotta in termini di valutazione dell’omosessualità e di accoglienza delle persone Lgbt+. Ennesima perché, già nel 2018, sempre rivolgendosi all’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (in quel caso la settantunesima), Papa Francesco aveva sentenziato: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare». 

Allora come oggi, nessuna distinzione tra atti e orientamento, nessuna riflessione approfondita sulla questione; eppure, quello del sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità è un tema in sé antico, sul quale solo nell’ultimo ventennio Oltretevere ha iniziato a pronunciarsi. Non si va infatti al di là del 2005, quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica. I relativi contenuti sarebbero stati poi ripresi ed esasperati nel 2016 dall’allora Congregazione per il Clero con la nuova Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis dal titolo Il dono della vocazione presbiterale

Sulla questione, dunque, tacciono i precedenti documenti pontifici o conciliari. È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono realtà su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l’unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, «vizio nefando o innominabile». Ma è pur vero, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità, a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione di Ratzinger e, soprattutto, di Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità hanno dunque inaugurato una nuova stagione, in totale rottura con il passato e rispondente a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari. 

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, ambigue (piacerebbe capire che cosa intenda al riguardo Francesco, che ha approvato la Ratio l’8 dicembre 2016) e al contempo pericolose, in quanto sottendono una concezione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, si potrebbe guarire. 

In un tale scenario s’innesta il nuovo niet bergogliano all’entrata di «checche» e «semi-orientate» nei seminari. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità. La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della Chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. 

Le parole di Francesco suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite, perché la «troppa aria di frociaggine» (ipse dixit!) spira da quel dì tra chierici e aspiranti tali. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante Alighieri, Martin Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. 

Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile. Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio, di conciliare affermazioni come le ultime alla Cei con quelle, e per giunta espresse in più occasioni, sull’orientamento omosessuale all’interno del disegno della creazione. Basti qui citare, a mo’ d’esempio, le parole dette al gay cileno Juan Carlos Cruz: «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia». 

Tornando alla questione specifica, basterebbe prendere in considerazione le sensate parole scritte sei anni fa dal teologo gesuita Paolo Gamberini: «Se l’astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali». E forse dovrebbe farlo anche il Papa.

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