La grande cecitàCome sarà (nel concreto) il mondo che non riusciamo a immaginare a +2,5°C

Ghiacciai alpini completamente fusi, meno cibo, piogge ridotte del quindici-venti per cento, ondate di calore mortali: entro fine secolo, senza un cambio di rotta, questa sarà l’Italia. Non è catastrofismo, ma scienza. Ecco perché è necessario intervenire con urgenza

Alberto Lo Bianco/LaPresse

«Prima si parlava di 1,5 gradi. Poi di due. Ora di 2,5. È la misura di come percepiamo stia andando il riscaldamento globale». Piero Lionello è climatologo all’università del Salento e tra gli autori principali del sesto rapporto dell’Ipcc, l’ente delle Nazioni unite che lavora sulla scienza del clima. Scienziati e scienziate del gruppo Onu sono le persone più informate sul clima. Quello che pensano conta: il giornale britannico The Guardian li ha contattati per un sondaggio. 

La redazione ha chiesto agli editor e ai lead author dei rapporti pubblicati dal 2018 a oggi, se il limite di +1,5°C di temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali sia ancora sensato. Il risultato? Solo il sei per cento di chi ha risposto lo ritiene realistico. Per quasi l’ottanta per cento dei partecipanti, il riscaldamento sarà di almeno +2,5°C. 

Chi fa ricerca sul clima prova costantemente a capire gli effetti di quella cifra che, a primo impatto, può sembrare astratta. Gli strumenti più adatti per renderla concreta sono i modelli che simulano gli scenari differenti a seconda delle ipotesi di emissioni di gas serra. Per gli altri – per noi altri – è difficile immaginare un Pianeta con “solo” qualche grado di temperatura in più. «Mezzo grado ci sembra molto poco, ma un aumento di 2,5°C è oltre il doppio del riscaldamento attuale. Ora siamo a più 1,2°C rispetto all’era preindustriale e stiamo già vivendo le conseguenze negative di un clima così caldo», racconta Lionello a Linkiesta.

Il cambiamento climatico è una minaccia distribuita nello spazio e nel tempo. Per come ci siamo evoluti non riusciamo a vederlo nella sua complessità: diverse distorsioni cognitive (bias) ci rendono ciechi di fronte all’emergenza ambientale. Guarire da questa cecità, o almeno limitarla, significa affrontare il problema del negazionismo e del clima.

Una delle cure è il lavoro fatto dall’Ipcc. L’ente di esperti fu fondato nel 1988 dalle Nazioni unite con il compito di fare una revisione della scienza intorno al cambiamento climatico e produrre dei rapporti che fossero contemporaneamente autorevoli e consultabili da chiunque: società civile, aziende, istituzioni finanziare, governi. Lo ha fatto. In trentacinque anni sono stati pubblicati sei report. In termini di scala e significato è uno degli impegni scientifici più importanti nella storia dell’umanità.

Il sesto rapporto dell’Ipcc è suddiviso in tre analisi e in una sintesi finale. Lionello ha lavorato al secondo volume, “Impatti adattamento e vulnerabilità”, pubblicato nel 2022. Centinaia di pagine dedicate alle conseguenze del riscaldamento globale in base a diverse ipotesi di emissioni di gas serra, fino al 2100. Differenti scenari che riflettono i vari sforzi compiuti per affrontare il riscaldamento globale. I primi due scenari sono relativamente ottimisti: l’aumento di temperatura media è di 1,4°C e di 1,8°C rispetto all’era preindustriale. Il terzo scenario è intermedio: si sale di 2,7°C. Gli ultimi due, invece, sono i peggiori: +3,6°C e +4,4°C.

«Con le politiche climatiche attuali raggiungeremo i +2,5 gradi tra il 2050 e il 2070», dice Lionello. È sempre il climatologo a chiarire le conseguenze di tale riscaldamento. «Pensate alle alluvioni, alle ondate di calore, all’innalzamento dei mari e alla fusione dei ghiacci che viviamo oggi. Con un riscaldamento di +2,5 gradi – il doppio dell’attuale – gli impatti saranno peggiori». 

Andiamo con ordine. Gli effetti del cambiamento climatico si osservano in diversi ambiti: disponibilità idrica, risorse alimentari, salute, città, ecosistemi e biodiversità. Ognuno di questi settori è una macrocategoria suddivisibile in tante altre. Per ognuna si possono misurare parametri locali, regionali o globali. I risultati sono sempre valori medi con un certo grado di incertezza. Così va la scienza. Per l’Ipcc, Lionello si è occupato dell’area del Mediterraneo. «Con 2,5 gradi in più a livello globale, la temperatura in questa regione arriverà a più tre gradi se si considera un intero anno e a più 3,5 gradi se si misura solo il periodo estivo. La temperatura del mare, invece, aumenterà di 2,4 gradi».

Per quanto riguarda le precipitazioni, secondo le analisi dell’Ipcc, la quantità di pioggia aumenterà a livello globale, ma non nella zona del Mediterraneo. «In questa regione si verificherà una riduzione delle precipitazioni tra il quindici e il venti per cento», continua Lionello. «Se si pensa alla combinazione di estati con 3,5 gradi in più e di riduzione della quantità di pioggia, si intuisce che le conseguenze non saranno trascurabili». Lionello dice che «non è questione di pessimismo». Si limita a dichiarare quanto riportato negli studi.

Secondo le ricerche dell’Ipcc, c’è un’alta probabilità (high confidence) che le precipitazioni diventino più abbondanti e meno distribuite nel tempo, che il suolo e gli oceani assorbano meno anidride carbonica: un circolo vizioso di riscaldamento globale. Per la scienza del clima è poi praticamente certo (virtually certain) l’innalzamento del livello dei mari e la loro acidificazione. Così come c’è una elevata probabilità (elevate confidence) che i ghiacciai si riducano. Lo stanno già facendo a queste temperature. «Perderemo tutti quelli alpini se non fermiamo ora il riscaldamento globale», afferma Lionello.

Il cambiamento climatico ha interazioni complesse anche con la produzione di cibo e la sicurezza alimentare. Modifica il rendimento della pesca o le coltivazioni di cereali. «Ad esempio la resa del mais: nella regione mediterranea cala, in altre parti del mondo potrebbe aumentare», spiega lo scienziato. Ci sono poi gli effetti sulla biodiversità, le città, le migrazioni e la salute. 

Le morti causate dalle ondate di colore sono le perdite più facili da immaginare quando pensiamo alle conseguenze del cambiamento climatico sulla salute umana, «ma sappiamo anche che il riscaldamento globale permette ai patogeni tropicali di diffondersi anche a latitudini più elevate», precisa Lionello. Le specie che possono farlo, insomma, si spostano e si sposteranno. Compresa la nostra. Le persone che migrano forzatamente sono più esposte agli eventi meteorologici estremi. Quando si raggiungeranno i +2,7°C, due miliardi di persone si ritroveranno fuori dalla “nicchia climatica” dell’umanità, cioè fuori dalle condizioni ottimali in cui la civiltà umana ha vissuto negli ultimi diecimila anni.

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