Putin e MatteottiL’Italia di cent’anni fa, quella di oggi e l’antifascismo democratico

Il regime del Cremlino usa la violenza e la minaccia sistematica come strumenti per ottenere consenso e mantenere il controllo politico. Così come molti italiani in passato accettarono tacitamente compromessi col regime fascista, analogamente fanno lo stesso oggi con Mosca

LaPresse

La stampa democratica ieri era appassionatamente divisa tra chi vedeva il bicchiere di Palazzo Chigi mezzo pieno e chi mezzo vuoto, cioè tra chi plaudiva alla rottura del tabù antifascista da parte della presidente del Consiglio e chi invece denunciava, in quel riferimento anonimo agli «squadristi fascisti» che uccisero Matteotti, il tentativo di occultare la committenza mussoliniana del delitto e di addossare a un gruppetto di camerati che sbagliavano – mettiamola così – la responsabilità di un crimine peraltro rivendicato, dopo qualche mese, dallo stesso Benito Mussolini in Parlamento. Per quel che conta, sono d’accordo coi secondi, perché proprio il tentativo di distinguere il fascismo manganello dal fascismo regime e la soperchieria teppistica da quella di Stato è la suprema impostura non revisionista, ma negazionista della specificità fascista, sia in senso storico che ideologico.

Il fascismo del consenso è indistinguibile da quello della violenza. È questo appunto il significato più profondo dell’ultimo discorso pronunciato da Matteotti alla Camera: che dove si vota e si sceglie sotto minaccia ogni consenso è estorto, a partire da quello di chi in modo apparentemente razionale e opportunistico accetta la logica della forza maggiore e sceglie liberamente di essere schiavo, nella speranza di trarne un qualche vantaggio, moderare la brutalità del padrone e scongiurare l’escalation della violenza. Già, l’escalation. Ricorda niente? Ricorda la strategia del ricatto con cui il fascismo putiniano sta, a suo modo, negoziando la restaurazione del Russkiy Mir post-sovietico e offrendo all’Europa – non solo all’Ucraina! – la stessa pace che Mussolini promise all’Italia dopo i disordini del biennio rosso.

In modo perfettamente coerente con quel grande compromesso nazionale, suggellato con l’oblio degli illegalismi e del sovversivismo di Stato, che fu il regime fascista – non una parentesi, ma l’espressione più compiuta e duratura dell’idea di sé della nazione – in Italia spopolano, più o meno camuffati da realisti o da pacifisti, quelli che un identico compromesso accetterebbero con il fascismo globale del Cremlino. Certo, Putin ha invaso un Paese sovrano. Certo, i bombardamenti dei civili non sono ammissibili. Certo, bisogna ritornare alla legalità internazionale. Però.

C’è un fatto taciuto nelle celebrazioni ufficiali di Matteotti e ingombrante per i sovrintendenti della memoria democratica, quanto lo è il suo cadavere per le vestali del rinascimento post-fascista: che era solo, con la pattuglia dei riformisti e democratici in quel Parlamento in cui i non fascisti erano divisi tra il 1922 e il 1924 tra gli alfieri dell’accomodamento e i fochisti della scintilla rivoluzionaria e nessuno, a parte i socialisti, riteneva imprescindibile la pregiudiziale democratica e legalitaria di Matteotti.

Infatti, oltre a essere odiato dai fascisti, era anche disprezzato dai comunisti, proprio per l’indisponibilità a diventare intendente dall’antifascismo staliniano e, per usare un termine eufemistico, incompreso e maldigerito da popolari e liberali, che preferirono stare dentro e non contro il colpo di stato legalizzato dal re, legittimandolo un po’ per paura, un po’ per l’idea superbamente cretina di poterne manovrare gli sviluppi.

Nel Parlamento del 1922 non c’erano praticamente fascisti (trentacinque eletti nel Blocco Nazionale), ma la gran parte dei non fascisti ritenevano che il fascismo avesse delle ragioni e che soprattutto vi fossero delle ragioni – che oggi potremmo designare come pragmaticamente o idealisticamente pacifiste – per scendere a compromessi con esso, per non sfidare la minaccia della violenza, per votare la fiducia al golpista graziato dal re nell’illusione di impedire così che Mussolini facesse, come minacciato, dell’aula sorda e grigia del Parlamento un bivacco di manipoli.

Allo stesso modo, in Italia non ci sono putiniani autoproclamati, se non qualche picchiatello disturbato e qualche arraffone prezzolato, ma è pieno di putiniani ad honorem, in incognito e in sonno, per cui la temuta escalation è l’amen di ogni paternostro realista-pacifista, il terrore per quel che può succedere tiene luogo dell’orrore di quel che è già successo e succede ogni giorno e l’agognata pace è il nome del silenzio che la morte fa attorno a sé, come nei cimiteri. Le parole di Matteotti sono un manuale dell’antifascismo democratico che in Italia, come fu negletto col fascismo di ieri, lo è ancor più con il fascismo di oggi.

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