Connecticut gateSulla pizza non si scherza

Al Congresso si discute. E non di politica internazionale. Il punto cruciale è: qual è la vera capitale Usa della pizza?

La pizza unisce, la pizza divide. La pizza scalda gli animi: ecco, questa è davvero una sacrosanta verità. Lo vediamo in Italia, quando anche solo per decidere dove andare a mangiare la sera, ci si ritrova a discutere tra diverse fazioni: c’è chi ama la pizza romana, chi quella napoletana, chi la desidera semplice, chi più vicina al mondo della ristorazione. Sulla pizza non si scherza: lo sappiamo noi, che per il cibo potremmo intraprendere infinite guerre di pensiero, e lo sanno anche gli americani.

Qualche settimana fa, infatti, pare sia iniziata una vera e propria battaglia gastronomica con al centro lei, la pizza. A dare il via al dibattito, acceso e partecipato, è stata Rosa DeLauro, membro del Congresso per lo stato del Connecticut. La DeLauro ha letto una dichiarazione in cui affermava che la pizza migliore degli Stati Uniti fosse quella del suo Stato. «Le pizzerie di New Haven hanno reso l’area una delle mecche e delle destinazioni della pizza più rispettate e riconosciute del Paese e le imprese familiari sono state una pietra fondamentale della nostra comunità e un motore economico per più di un secolo». Vero è che a New Haven pare sia proprio la pizza il piatto più tipico e conosciuto e abbia anche una sua peculiare pronuncia (“ah-beetz”, provate a dirlo a voce alta per due o tre volte di seguito e vi ritroverete con un suono simile a un “apizza”: il richiamo a Napoli è palese e voluto). Le sue pizzerie più famose, fondate tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, sono conosciute addirittura come i Big Three, tanta è la potenza culturale ed economica dei suoi fondatori. Fondatori che, in occasione della dichiarazione al Congresso, sono stati invitati in Campidoglio con una delegazione di un centinaio di pizzaioli proprio per testimoniare quello che sembrerebbe essere un momento storico per la pizza di New Haven.

Un’alzata di testa, questa, che non è piaciuta particolarmente ai pizzaioli di New York, e neppure ai palazzi della politica, un’indignazione partita dal basso che ha coinvolto tutti: no, la pizza di New Haven non può essere migliore di quella di New York. E forse a noi questa diatriba può sembrare un po’ strana: come possono litigare in America su qualcosa che non sanno fare poi così bene, su qualcosa, come la cucina, che non appartiene alla loro identità culturale? Eppure, così è: mentre in Italia la discussione verte sulla tipologia di pizza, negli Stati Uniti ci si accapiglia per un podio territoriale. Dettagli che in realtà riescono a trovare posto in un disegno più grande e coerente, se pensiamo che è grazie anche ai migranti italiani in America che oggi il nostro Paese si può fregiare di un’identità culturale basata anche sulla pizza. Come ha ricordato più volte lo storico Alberto Grandi nei suoi libri e podcast, la triangolazione Napoli-Stati Uniti-Italia ha contribuito a divulgare la conoscenza della pizza, facendola diventare un alimento mondiale e non più costretto tra i vicoli popolari della città partenopea. Una storia, quella della pizza, e una contemporaneità anche vivacemente vissuta, che ci spinge a riflettere su quanto il cibo sia potenza di pensiero a qualsiasi latitudine o longitudine ci troviamo: il dibattito accende gli animi sempre, e non solo quelli di noi italiani, così tanto pronti a pensare che sia un affare solo nostro, o una questione di vitale importanza solo nello stivale e nelle sue isole. Il cibo e la pizza possono essere le micce da cui far partire strutture di pensiero più complesse e articolate: perché, pensiamoci con attenzione, il cibo e la pizza sono valori, società, economia, non semplicemente nutrimento.

Questo articolo fa parte di “A Spicchi”, il progetto di  Petra Molino Quaglia. Qui il link per l’iscrizione alla newsletter mensile, da condividere con gli appassionati della pizza.

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