
Dopo il dibattito televisivo che ha segnato l’inizio della fine della ricandidatura di Joe Biden ho pensato a come sarebbe andato, in un dibattito one to one, contro un avversario più giovane e avvezzo al mezzo e alla formula televisiva, l’ottantaseienne Giorgio Napolitano nel 2011, quando mezza Italia – quella berlusconiana – lo voleva impiccare per avere ordito un complotto contro il Cav. su committenza franco-tedesca e con l’avallo europeo e l’altra mezza implorava il cielo che riuscisse l’operazione salva Italia e un governo d’emergenza, con la garanzia quirinalizia, riuscisse a portare il nostro Paese vivo e intero fuori dalla tempesta dello spread e del discredito.
C’è da pensare che da un simile scontro, in uno dei tanti fight club che sono il circo preferito del popolo televisivo e il copione obbligato dello spettacolo del potere, il vecchio Napolitano non sarebbe uscito molto meglio del vecchio Biden dal confronto con Donald Trump e la sua prestazione avrebbe galvanizzato i cospirazionisti, avvilito il fronte contrario e forse pure delegittimato le mediazioni del Colle in quell’Italia politicamente alla deriva. Meno male che ce lo siamo risparmiati.
Mutatis mutandis, chissà che ne sarebbe stato del settantasettenne Sergio Mattarella, che già da giovane non era un fenomeno di facondia e prestanza televisiva, se gli fosse toccato misurarsi in tv nel 2018 con uno dei teppisti a Cinquestelle che, a nome del popolo sovrano, gli minacciavano l’impeachment o con uno dei tanti piromani del nichilismo politico, con o senza pochette, che gli intimavano di nominare ministro dell’economia un tizio che voleva far saltare l’unione monetaria europea. Anche in quel caso, meno male che non abbiamo dovuto scoprire come sarebbe andata a finire.
Si può ritenere che queste formule televisive, amplificando il rumore del pettegolezzo digitale e delle misure attive di disinformazione, oggi non siano quindi propizie per il processo democratico, non essendo, proprio per la loro natura e il loro fine, strumenti di verifica di alcunché – meno che mai della salute fisica e mentale di un candidato – ma prodotti mediatici che vivono di vita propria e che, lungi dal rappresentarle nella loro oggettività, determinano le dinamiche politiche retroagendo sul percepito di massa, cioè sulla sostanza materiale di quella democrazia del pubblico, che ha definitivamente trasformato l’agorà in palcoscenico e la partecipazione politica in esperienza di consumo.
Tutto ciò detto, non c’è niente da fare. Oggi le democrazie girano tutte – e quella americana più delle altre – dentro questa centrifuga mediatica, non solo televisiva, sostanzialmente estranea alle forme e agli scopi dell’informazione propriamente detta, che è stata per alcuni secoli il complemento morale e la garanzia razionale dei processi democratici.
Se oggi un giornalista serio scovasse e pubblicasse per intero le cartelle cliniche del vecchio Joe e da queste risultasse che il presidente degli Stati Uniti è sano di testa e di corpo come può esserlo un vecchio come lui, non cambierebbe idea nessuno di quelli cui la macchina mediatica ha rimandato l’immagine di un demente.
È esattamente la stessa ragione per cui il debunking sui social non fa cambiare idea a nessuno, ma rischia di diventare esso stesso un meccanismo di polarizzazione irrazionale delle opinioni. La post-verità non è la sostituzione del falso col vero, ma è l’effetto della prevalenza di un sistema mediatico post-informativo, in cui la verità verificabile e discutibile razionalmente cessa di rappresentare un obiettivo professionale e imprenditoriale, avendo cessato di essere un prodotto redditizio.
Anche il fenomeno Trump e il suo successo, d’altra parte, sarebbero in sé impensabili fuori da questo framework mediatico post-giornalistico, perché l’impasto dei motivi tradizionali del conservatorismo antiliberale – nativismo, comunitarismo, isolazionismo, fanatismo religioso – cui Trump si appoggia nella sua retorica sul carnage americano, non avrebbe potuto lievitare a questi livelli se non fosse stato attivato da pratiche di opinion building basate su una psicagogia pubblicitaria di massa e sull’industrializzazione dei processi di alienazione cognitiva.
Per questa ragione, l’abbandono di Biden era scontato e necessario. Non perché il dibattito con Trump abbia dimostrato che le sue evidenti difficoltà rimandano a problemi neurodegenerativi, incompatibili con una responsabilità di governo. Ma perché troppa gente ormai lo credeva per sperare di fare cambiare idea a quelli necessari per risalire la china dei sondaggi.