Il grido di PanLa nostra vita esiste solo nel ritmo suonato dalla natura

Ne “Il grido di Pan”, lo scrittore Matteo Nucci ci mette di fronte alla verità decisiva: «Cosa siamo noi se non animali mortali? Esseri che nascono e muoiono, immersi in un ciclo continuo di nascite e morti, noi come quegli animali che invece il nostro logos non lo condividono. Ecco ciò che siamo e che dimentichiamo»

La figura del Satiro danzante, IV secolo a.C., Mazzara del Vallo. (Illustrazione di Giovanni Battista Porzio)

Ritmo è parola greca dall’etimologia incerta. Molto probabile, però, che rythmós derivi da rêin ossia scorrere, fluire. Non è un caso che l’immagine del costante flusso di acque torni spesso nella riflessione greca sulla dimensione ciclica dell’esistenza e del tempo che la scandisce. Immagine che è diventata addirittura paradigmatica per raccontare il pensiero di uno dei più famosi filosofi delle origini: Eraclito detto l’Oscuro. Oggi la ripetiamo usando un’espressione che Eraclito mai utilizzò e soprattutto travisandone il significato. 

Diciamo “panta rei” per dire “tutto scorre” ossia “tutto passa”. E invece per i greci nulla passa, perché tutto ritorna. Il modello degli antichi è quello biologico. Si nasce e, seguendo un ritmo costante, si cresce, si raggiunge l’acme, ossia l’akmé, la fioritura, poi si inizia a decadere e si muore, ma questa morte non è fine, bensì è spazio lasciato a una nuova vita. Vita che a sua volta seguirà il medesimo ciclo. Tutto rientra in questa scansione perfettamente circolare: piante, animali, animali dotati di logos e ciò che questi ultimi creano, come le loro città, la loro cultura, le loro tradizioni. 

Tutto nasce e muore e morendo rinasce. È uno dei nostri errori più grandi quello di aver perso una simile consapevolezza. Abbiamo creduto che il tempo si svolgesse piuttosto su una linea retta, costantemente diretto verso il progresso. Immaginando fra l’altro che il nostro pianeta potesse ospitare una crescita infinita. E infine lo abbiamo scoperto a nostre spese: la nostra vita esiste solo nel ritmo suonato dalla natura.

Logos
Da sempre, l’essere umano gioca. Non si tratta di giochi per passare il tempo, come noi oggi ne intendiamo parecchi, ribattezzati appunto passatempi. Sono giochi in cui ogni aspetto della breve vita a cui siamo destinati deve rifrangersi. Tanto che la loro dimensione dominante è narrativa. Alle origini della nostra storia, il gioco più complesso porta la firma di un celebre architetto e scultore che forse è meglio definire artefice, inventore. Il suo nome è Dedalo. La sua storia è tortuosa. 

Ateniese, ma non solo per questo dotato di quella particolare intelligenza che la dea Atena ereditò da sua madre Metis, ossia l’intelligenza astuta, l’intelligenza di chi sa adeguarsi alle contingenze del reale, Dedalo lasciò Atene quando era ancora molto giovane e pieno di futuro. Accusato di aver ucciso il suo assistente, forse perché colpevole o forse perché convinto di non potersi difendere, decise di fuggire: prese la via del mare che non portava ancora il nome di Egeo e, arrivato a Creta, conquistò, con la sua arte, il re Minosse. 

Questo disegno rappresenta la pianta quadrata del mosaico raffigurante il labirinto con il Minotauro delle rovine romane di Conimbriga, Portogallo (Illustrazioni di Giovanni Battista Porzio)

Fu sedotto, il grande re, dall’aspetto giocoso dell’inventiva di Dedalo, dalle vie complesse eppure apparentemente semplici della sua architettura, e dalla vitalità leggera delle sculture che uscivano dalle sue mani di artista. Fu quindi a lui, dopo anni di fidata collaborazione, che il re chiese di immaginare un luogo speciale per un essere speciale. Una sorta di prigione in cui fosse possibile sentirsi liberi, un luogo intricato e chiuso, aperto e pieno di aria. Un luogo contraddittorio e tuttavia limpido e semplice; dunque paradossale, proprio come il pensiero degli umani. 

Fu per questo che Dedalo decise di ispirarsi alla forma intricata del pensiero umano per rispondere alla domanda del re. La sua mente, allora, partorì se stessa e diede alla luce quel gioco molto serio che è l’intrico inestricabile del logos. Era un luogo, sì, uno spazio definito dalla sua abilità artistico-architettonica, ma rispecchiava perfettamente quelle vie che percorrono la nostra mente e che sembrano sempre portare da qualche parte anche se in effetti sono vicoli ciechi. Fu chiamato labirinto, quel luogo, usando un termine capace di indicare uno spazio, e tuttavia in seguito labirintica fu detta proprio la mente dell’essere umano. 

Minosse si rallegrò dell’opera. Tutti noi ce ne rallegriamo ancora. Del resto chiunque, nei secoli, ha lodato Dedalo, tanto da usare il suo nome per definire un’idea. Perché dentro il labirinto ci sentiamo perduti ma crediamo di poterne uscire, ci ritroviamo al punto di partenza ma siamo certi che la strada fatta non sia vana, pensiamo di avere in mano la nostra sorte ma ci domandiamo continuamente se non sia stato già tutto deciso, al punto che nei momenti di sconforto, o forse in quelli in cui veniamo toccati da una specie di illuminazione, ci ripetiamo che la nostra ragione è una prigione e che vorremmo disfarcene. Nel labirinto del nostro logos, noi sentiamo di volerci liberare del logos per vivere la vita priva di labirinti che è propria di tutti gli altri animali mortali. 

Ma di cosa parliamo quando parliamo di logos? Oggi siamo abituati a tradurre il termine come fecero i latini che usarono ratio. Usiamo dunque ragione. Originariamente però il significato di logos è ben più sfuggente e ambiguo, assai più complesso, tanto che quell’intrico di sensi potremmo davvero definirlo labirintico. Uno degli ultimi grandi filosofi della tradizione occidentale, Martin Heidegger, ha gettato luce sulla parola proponendo una discussione etimologica famosissima, fondata soprattutto sul verbo da cui ebbe origine il nome logos. Questo verbo è lègein, che originariamente significa «raccogliere», «radunare», «scegliere». Per questo, quando il suo significato canonico diventa «dire», noi possiamo sentir echeggiare in quel «dire» l’idea di ciò che si elenca, si enumera, si conteggia. Contare e raccontare. Enumerare persone, fatti, circostanze. Misurare le cose e ragionare con se stessi, mettendo assieme le possibilità e stabilendo rapporti fra le alternative. 

Logos, dunque, significherà sì, più tardi, ragione e parola, come siamo abituati a tradurre e intendere. Ma non perché ragione e parola siano aspetti fra loro distinti, bensì perché il logos è un pensiero che trascorre, passa attraverso, dunque enumera, mette in rapporto, misura, raccoglie, conta, definisce e rende noto. Logos del resto significa anche più analiticamente: pensiero, discorso, racconto, conto, sentenza, fama, calcolo, rapporto, misura, definizione. In quest’intrico l’essere umano è già da sempre abbindolato. In questo labirinto è gettato e perduto, nonostante creda di poter sempre ritrovare la strada.

In questo groviglio che crede di definire ciò che è indefinibile e che si muove aereo mettendo assieme tutti gli umani allontanandoli dagli altri animali mortali, l’essere umano tenta di enumerare l’infinito, a volte si lascia cadere e sogna di potersi disfare di ciò che lo imprigiona, ossia il logos stesso. È il momento in cui realizza la propria particolarissima dimensione e scopre di essere lui in primo luogo quell’animale per il quale, secondo il mito, Dedalo inventò il labirinto. 

Che magnifica figura è quella che un antico ceramografo dipinse al centro di una sottile coppa da vino in voga a Atene sul finire del VI secolo a.C.? È un essere fantastico, certo. O meglio, è il prodotto dell’immaginazione umana che cerca di raccontare la propria animalità. Animale e uomo si uniscono e danzano sul fondo della coppa che inebria chi beve e che spinge chi è ebbro a sentirsi quello che è, un animale mortale dotato di logos. Dunque un animale che in questa vita, poiché sa che è destinata a finire, può danzare e godere finché ne ha. 

Guardiamo attentamente questo essere e diamogli il nome che gli spetta: Minotauro . Dunque due nomi in uno, come due sono i caratteri animali che in esso si intrecciano: da una parte il nome del toro, dall’altra quello di Minosse. Un nome paradossale, dunque. Uno, infatti, è il vero padre. L’altro è il padre che non lo generò. 

L’illustrazione dedicata a quel momento in cui toro e torero si uniscono in una figura unica è l’emblema dell’uomo-animale. Ossia la figura che rappresenta perfettamente la fantasia umana dell’unione con l’animale: il Minotauro (Illustrazione di Giovanni Battista Porzio)

Ma andiamo con ordine. La storia è terribile, anzi orrida, perché l’orrido, ossia l’abisso, è ciò che è alle origini del vivente che noi siamo. È la storia di un amore abissale. Quello che prese Pasifae, moglie di Minosse, quando s’innamorò di un toro bianco, comparso sulle sponde settentrionali di Creta. Un toro che Minosse rifiutò di sacrificare a Poseidone, lo Scuotiterra, il dio del mare che alimenta la terra e che al tempo stesso sa metterla in pericolo. 

Lo sconvolgente desiderio spinse Pasifae a chiedere aiuto a Dedalo. E fu l’inventore ateniese a creare una vacca di legno cava al suo interno, dove la donna s’inginocchiò per farsi penetrare dal toro. Frutto dell’orrendo amplesso fu quell’individuo che Minosse, tradito da Pasifae, nonostante tutto, amò, e che per questo fu chiamato Minotauro. Un essere condannato a solitudine e infelicità. Selvaggio ma consapevole come nessun animale, desideroso di amore ma propenso alla violenza cui lo spingeva l’istinto, al Minotauro fu preclusa la vita in società. Per lui, dunque, per l’uomo-toro, Dedalo fu chiamato a immaginare il labirinto. Una casa, una protezione, una prigione e un’apparente libertà, come apparente è la libertà di chi vive nel logos. Eppure è proprio così che tutto ebbe inizio. È qui infatti che noi dobbiamo cercare l’origine della sapienza. 

La visione ciclica della vita
Duplice cosa dirò: sia l’uno si accresce dai molti cosí da essere una cosa sola,
sia si divide, così che dall’uno vengano a essere i molti,
e duplice è la nascita degli esseri mortali, duplice la morte;
l’una si genera e distrugge dall’unione di tutte le cose, l’altra,
una volta accresciute, quando nuovamente si disfanno, si invola.
E non finiscono mai, queste cose che perpetuamente trasmutano,
ora di riunirsi tutte in uno per azione di amore,
ora di essere trascinate ognuna per vie opposte dall’ostilità della contesa.
E come l’uno ha appreso a sorgere dai molti
E quando si disfà a sua volta appaiono più cose,
così gli elementi divengono, e non è immutabile la loro vita eterna;
ma proprio poiché non cessano mai di mutare,
dimorano sempre immutabili, nel ciclo.
Ascolta le mie parole, conoscenze che nutrono la mente!
Come anche prima ho detto, annunciando i confini del mio parlare,
duplice cosa dirò: ora l’uno si accresce dai molti così da essere una cosa sola,
ora anche si divide, così che dall’uno vengano a essere i molti,
fuoco e acqua e terra e l’altezza immensa dell’aria
e contesa, disgiunta da essi ma di pari peso, ovunque,
e amore, in essi, uguale in lunghezza e larghezza.
Guardala con l’occhio della mente, non restare con sguardo stupito,
essa che ritengono innata nelle membra mortali e per lei
nutrono pensieri amorevoli e portano a compimento opere di concordia, gioia
dicendola, e Afrodite! Nessuno che fosse uomo mortale
la scorse aggirarsi fra gli elementi. Ma tu ascolta
il seguito non ingannevole del mio discorso! Gli elementi
hanno tutti forma uguale e sono coevi per nascita,
ma ognuno ha proprie prerogative e indole propria
e predominano a vicenda nel giro del tempo. A essi
niente si aggiunge, niente viene a mancare: perché se perissero del tutto
non sarebbero già più. E che cosa potrebbe accrescere questo tutto,
e provenendo da dove? E come potrebbero scomparire, se nulla è vuoto di essi?
Ma sono questi le cose che sono, e trascorrendo gli uni attraverso gli altri
divengono ora queste ora quelle cose, ma sempre
a se stessi eternamente uguali.
(Papiro di Strasburgo, Empedocle cfr. DK 31 B 17, trad. Tonelli)

Il ciclo di Empedocle
Sapienti. Perché sapienti? E per via di quale sapienza dovremmo chiamarli così? Una sapienza oscura e enigmatica – verrebbe voglia di dire. Ma domandiamoci ancora perché. Perché una sapienza necessariamente oscura? Torniamo al frammento 17 di Empedocle che rappresenta un esempio di potenza inaudita. Osserviamo come Aristotele lo interpretò e come da Aristotele in poi è stato interpretato, prendendo per buona l’ipotesi a cui accennavo prima, ossia quella della doppia nascita all’interno del ciclo (la cosiddetta «doppia zoogonia»), ipotesi che adesso il Papiro sembra aver confermato. Stando a Empedocle il cosmo è composto da quattro elementi mossi da due forze. Le forze sono Amicizia/Amore e Contesa/Odio

Gli elementi sono invece: Aria, Terra, Acqua e Fuoco. Il mescolarsi e separarsi di questi elementi, mossi da Amicizia e Contesa, crea possibilità di vita e di morte. Alcuni manuali per chiarire ancora meglio tutto quel che Empedocle dice in maniera tanto oscura e balbettante ci offrono un grafico.  Eccolo qua. Leggiamo il disegno come se ci trovassimo di fronte a un immaginario orologio. 

Ore 12. Trionfo dell’Amicizia: tutti gli elementi compenetrati nello Sfero (figura che rappresenterebbe la perfezione dell’armonia ordinata): immobilità assoluta, nessuna vita.
Ore 15. Contesa separa progressivamente gli elementi dalla perfezione dello Sfero: prima possibilità di vita nel ciclo.
Ore 18. Trionfo di Contesa: tutti gli elementi separati e sperduti nel Vortice (figura che rappresenterebbe il dominio del caos): disordine completo, nessuna vita.
Ore 21. Amicizia torna a unire progressivamente gli elementi: seconda possibilità di vita nel ciclo. 

La chiarezza del grafico lascia sbalorditi. Non c’è bisogno di cercare altro. Che fatica leggere Empedocle. Perché farlo, anzi, se le cose sono così facilmente schematizzabili? Quanto tempo perso! Non poteva consegnarci questo disegnino già ai suoi tempi, anziché scrivere frasi tanto allusive e ambigue? Sarebbe stata una buona battuta, questa, per poi scendere al bar di villa Mirafiori. Ma giù al bar, poi, con quali parole avremmo potuto perderci? 

Le cose infatti sono sempre più complesse di quanto appaiano, soprattutto quando ci sembra di averle in mano. E lo schemino aristotelico, in fondo, non fa altro che spingerci a capire quanto in esso vada perduto. Perché, dovunque noi oggi possiamo trovarci, che sia un bar universitario o la stanza di casa, che sia un prato dove distendersi o un treno in cui aprire un libro, be’ le parole degli antichi sapienti non risuonano per essere comprese e schematizzate, ma per metterci in crisi, per spingerci a riflettere su noi stessi e sul nostro posto nel mondo, per metterci di fronte al senso ultimo delle cose e delle nostre vite, a partire dall’evento centrale su cui non possiamo mai smettere di interrogarci: la fine, la morte. 

Proviamo a leggere, per esempio, alcuni versi del Papiro di Strasburgo. Uno dei casi più interessanti – l’ho detto – riguarda quel famoso frammento 17, perché alcuni versi del Papiro sono legati agli ultimi del frammento. Questo ci dà la possibilità di proseguire la lettura che avevamo interrotto, approfondendo la posizione e il ruolo di quegli elementi di cui avevamo sentito dire che divengono «ora queste ora quelle cose, | ma sempre a se stessi eternamente uguali»… 

E nel regno di Amore convergiamo in un unico cosmo
e nel regno di Odio nuovamente dall’uno nascono i molti
da essi sorgono tutte le cose che sono e che saranno in futuro.
E germogliarono alberi e uomini e donne
e fiere e uccelli e pesci che abitano nelle acque
e gli dèi dalla lunga vita, massimamente onorati.
E nel regno di odio non cessano mai di avventarsi senza tregua […]
Così tutti gli elementi trascorrono l’uno nell’altro
e dopo essere stati ricacciati
raggiungono il luogo che è proprio di ciascuno
spontaneamente, e entriamo nel mezzo, per essere una cosa sola.
Ma quando contesa violandone i limiti giunge nelle profondità
del vortice e amore è nel mezzo del turbine, allora
tutte queste cose si riuniscono in esso, per essere una cosa sola.
Cura che le mie parole non ti giungano soltanto attraverso le orecchie
e ascoltandomi guarda i segni infallibili che sono intorno.
Mostrerò anche ai tuoi occhi dove a un corpo più grande…
dapprima la riunione e il dispiegamento di ciò che nasce,
tutte le cose che ancora adesso restano di questa generazione
e le specie selvatiche delle fiere che vagano per le montagne,
e la duplice discendenza degli umani, e nei campi
la stirpe di ciò che ha radici, e il grappolo che cammina sulla vite.
Da tutto questo trai per la tua mente
indizi non menzogneri a conferma delle mie parole
perché tu vedrai la riunione e il dispiegamento di ciò che nasce. 
(Papiro di Strasburgo, trad. Tonelli)

Il filo di Arianna
Le parole dei sapienti sono oscure e non possiamo schematizzarle. Anche perché, come è evidente da questi versi, esse si rivolgono esplicitamente a noi. «Convergiamo». «Entriamo nel mezzo». Qui i versi di Empedocle ritrovati nel Papiro di Strasburgo sembrano dirlo in maniera esplicita. Siamo noi gli attori della storia, non un’asettica ricapitolazione fisica. Siamo noi in quanto animali che si creano e si distruggono nel ciclo cosmico. Alcuni hanno messo in dubbio la ricostruzione del Papiro. Ma che stiano o meno così le cose rispetto a questa discussa prima persona plurale, quel che è certo è che le parole parlano per toccarci, stordirci, scuoterci. E si mostrano complesse e ambigue perché non vogliono chiarire, vogliono semmai curare. 

Dobbiamo lasciare che scavino il loro percorso. Del resto, se davvero abbiamo intenzione di prenderci cura di noi stessi, quando leggiamo, indaghiamo, ascoltiamo, il nostro primo dovere sta sempre nell’accettare la grande sfida interiore. Ossia la sfida che ci spinge allo spaesamento, consegnandoci a quella sensazione di incapacità che proviamo quando ci pare di non avere vie di uscita, quella specie di frustrazione di cui facciamo esperienza quando non riusciamo proprio a dar conto di contraddizioni e ambiguità, quel brivido che ci sale su per la schiena quando è chiaro che siamo usciti dalla strada che conoscevamo e ci siamo persi, non abbiamo più punti di riferimento e semplicemente continuiamo a perderci. 

Tutto sta, infatti, nella capacità di perdersi. Non sono chiacchiere. Non è una provocazione. E non è un semplice escamotage per liberarci dall’ansia della comprensione. Quando ci troviamo di fronte alle parole dei primi sapienti, noi abbiamo l’impressione di trovarci in un labirinto. Ma è proprio nel labirinto che sta il grande gioco del logos: perdersi. Abbiamo già parlato di questo gioco antichissimo. Abbiamo visto come fu immaginato e creato. E abbiamo visto chi fosse l’essere che viveva in questo paradossale prodotto della ragione umana, o meglio in questa riproduzione della ragione umana, in se stessa paradossale e labirintica. Ma non abbiamo raccontato la fine della storia. Forse se ne potrebbe fare a meno. 

Tutti sanno del filo di Arianna, ossia la figlia di Minosse, la sorellastra del Minotauro, che quando vide Teseo sbarcare a Creta se ne innamorò e decise di aiutarlo nella sua impresa. Difficile dire se fu lui a volerla sedurre. Probabilmente sì. Sapeva di aver bisogno della principessa e infatti già mentiva. Era arrivato per uccidere il Minotauro, l’eroe ateniese. Aveva deciso di interrompere per sempre il tributo di sangue che veniva chiesto ai giovani della sua città, sette ragazzi e sette ragazze che ogni anno erano inviati a Cnosso per essere divorati dal mostro e ripagare Minosse del danno subito nei confronti di suo figlio Androgeo, ucciso dagli Ateniesi. 

Impresa durissima, quella promessa da Teseo. Soprattutto perché prima ancora di sfidare il mostro bisogna raggiungerlo, trovarlo e immaginare, dopo, una fuga. Tutto deve essere architettato con cura. Ma Teseo non è Odisseo nella caverna di Polifemo, capace di aspettare e programmare ogni cosa, anche il modo per spingere il mostro monocolo a riaprire la caverna. Così, all’inizio, Teseo pianifica l’essenziale e dopo viene premiato dalla sorte, o meglio dall’amore di una donna. […] Aiutato dall’astuzia femminile, seppe – letteralmente – venirne a capo. Poi prese con sé la donna e salpò alla volta di Atene. 

Qui comincia un’altra storia. Ma prima di ricordarla è necessario riflettere più a fondo su Arianna e sul famosissimo trucco del filo. […] Perché l’espediente di utilizzare un gomitolo di lana legato all’ingresso del labirinto fu suggerito alla figlia di Minosse da un uomo, dall’inventore, l’artefice, il demiurgo, quello che aveva ideato il labirinto pensando all’intrico della mente: Dedalo. Dedalo quindi è artefice e distruttore della prigione dorata in cui vive il Minotauro, animalità umana. Cosa significa questo nelle dedaliche vie del mito? Si può tentare una strada molto chiara e lineare. 

L’uomo fuggito da Atene grazie alla sua intelligenza anticipatrice crea una finta vacca perché possa vedere la luce una creatura in cui l’uomo è perso nella propria animalità; poi crea il luogo inafferrabile dove rinchiudere, proteggere, liberare la creatura che rivela e nasconde all’uomo la sua animalità; infine, poiché questo luogo lo ha creato a immagine e somiglianza della propria mente, per vincere le oscurità connaturate alla mente, individua, grazie al logos che tutto chiarisce, un trucco, e ne fa dono alla principessa che a sua volta lo passerà a Teseo. Dunque tutto sembra girare attorno all’ateniese Dedalo che offre a ogni individuo della reggia il suo dono.

Il primo (la vacca lignea) per gettar luce sull’animalità umana. Il secondo (il labirinto) per salvarla e nasconderla. Il terzo (il filo) per distruggerla. Ma troppo chiaro è questo riassunto sull’arte dedalica di indagare le contraddizioni umane. […] È necessario perdersi nel labirinto del nostro logos per scoprire il racconto, il mito, che in esso, dedalico e tortuoso, ci imprigiona per liberarci. Dedalo offrì un filo alla sua prediletta Arianna, ma probabilmente il filo serviva per raggiungere il suo fratellastro tanto amato e danzare con lui, danzare vorticando nella sua animalità umana. Il filo a volte va soltanto spezzato. Per perdersi e ritrovarsi.

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