
Ieri alla Camera e al Senato si sono discusse le comunicazioni del Governo in vista del prossimo Consiglio europeo (17-18 ottobre) con un ordine del giorno – Ucraina, Medio Oriente, Competitività europea – in sé molto impegnativo, ma certo impossibile per un consesso che il Trattato di Lisbona aveva messo a capo alle istituzioni dell’Unione europea per definirne gli orientamenti le priorità politiche generali, quando gli esiti dei referendum francese e olandese sulla Costituzione europea avevano seppellito la speranza di un’Europa federale.
Oggi che alcuni governi e molti Paesi sono finiti nelle sabbie mobili del consenso sovranista, che vorrebbe fare dell’Ue una sorta di cupola delle nazioni europee, dove i capimandamento del continente negoziano gli equilibri utili a scongiurare conflitti tra le diverse “famiglie” – esattamente come avveniva nella cupola mafiosa palermitana – è una contraddizione in termini pensare che il Consiglio possa assumere un indirizzo su politiche comuni europee, che in quanto tali, cioè europee, molti governi, tra cui quello italiano, ritengono un’illusione o un’usurpazione dei diritti delle nazioni.
Quindi anche nella discussione di ieri, la presidente del Consiglio italiana ha ribadito la linea secondo i canoni di un sovranismo più educato, dialogico e ecumenico di quello rusticano ed urlato delle origini, ma non così diverso nella sostanza e nelle ragioni dall’approccio che la portava, ancora pochi anni fa, a chiedere «lo scioglimento concordato dall’eurozona», cioè non una semplice eurexit, ma la distruzione di un’area monetaria comune tra trecentoquaranta milioni di persone. Vaste programme.
Cosa ha detto Meloni ieri? In modo più doroteo e dissimulato, ha detto esattamente quello che Orbán ha affermato, in forma più diretta e comprensibile, in una lezione all’Università Nazionale per il Servizio Pubblico di Budapest qualche settimana fa.
L’Unione europea – ha detto il premier ungherese – è preda dell’illusione di una autonomia strategica comune agli stati membri, che declina sia in termini politici sia economici. Gli interessi nazionali dei paesi europei, invece, spingono inevitabilmente verso quella che Orbán definisce una condizione di neutralità rispetto alla logica dei blocchi geopolitici, di cui la stessa Unione europea è una proiezione e un prodotto.
Da quando – ha continuato testualmente Orbán – nel 2010 ha abbandonato i principi dell’economia liberale, l’Ungheria ha finalmente posto le basi per una vera sovranità nazionale e un’economia neutrale, che sono evidentemente due facce della stessa medaglia. Quindi non c’è nessuna differenza tra la Cina e gli Stati Uniti, tra la Germania e la Russia, e la fortuna degli stati dipende in pratica da questa forma di meretricio geopolitico. Il cuore del nazionalismo è la disponibilità a diventare il Quisling di chiunque.
L’Orbán-pensiero non era solo nel cuore della Meloni di ieri, ma anche nel cervello di quella di oggi che pure ostenta posizionamenti atlantisti d’ordinanza ed euro-criticismi molto più soft. Negli interventi di ieri in Parlamento, ha ribadito, in modo più obliquo di Orbán anche nei riferimenti al Rapporto Draghi sulla competitività, che le accuse di nazionalismo economico e di sabotaggio delle regole del mercato interno e della governance europea mosse al suo governo sovranista nascono dal mancato riconoscimento delle «specificità economiche nazionali» (qualunque cosa ciò significhi) e da una sorta di pregiudizio federalista che è alla base dei fallimenti economici dell’Europa di ieri, e che va evidentemente ribaltato per aprire la strada alle fortune dell’Europa di domani.
A differenza di Orbán, Meloni non ha irriso il rapporto Draghi sulla competitività, né rispetto alle misure proposte né rispetto allo strumento individuato, cioè il debito comune, ma anche questa differenza, a ben guardare, si inscrive perfettamente nel comune paradigma nazionalista tra i capi dei governi italiano e ungherese.
Un Paese come l’Ungheria, percettore netto dell’Unione, che per tenere basso il debito pubblico anziché comprare credito sui mercati si vende direttamente a Paesi stranieri e usa estorsivamente il potere di veto nel Consiglio europeo per ricavarne ogni volta un pizzo miliardario, è ovvio che sia nazionalisticamente contrario a un debito europeo!
Un Paese come l’Italia, indebitato fino al collo e strangolato da un bilancio irrigidito da follie pluridecennali, è ovvio che nazionalisticamente speri che qualcuno si carichi un pezzo della sua soma finanziaria, anche se per sperarlo deve fingere di equivocare il discorso di Draghi e concludere che l’ex capo della Bce abbia teorizzato la moltiplicazione ad libitum dei debiti europei e non una diversa governance economica dell’Unione in senso (anatema!) federale.
Insomma, che Meloni descriva il suo sogno di un’Europa a marcia indietro parlando aulicamente di «sussidiarietà», e che Orbán lo faccia imbracciando il concetto di «neutralità», è chiarissimo che per entrambi la direzione è quella del ritorno al nazionalismo realizzato nell’Europa pre-comunitaria: era, non a caso, l’Europa della guerra, che è la continuazione del sovranismo con altri mezzi.