
Nelle sue peregrinazioni pacifiste, il rettore Tomaso Montanari giovedì ha fatto tappa da Corrado Formigli per denunciare che il regime di Volodymyr Zelensky sta iniziando a reclutare i quattordicenni. Sarebbe interessante capire se l’immagine dei quattordicenni tedeschi arruolati a forza dal Fuhrer nel 1945 a guerra ormai perduta l’abbia sviato e tradito o questa fosse proprio la visione mostruosa che voleva materializzare agli occhi del gentile pubblico indignato.
Accortosi di averla detta, per dolo o per errore, troppo grossa, il giorno dopo ha rettificato sui social: voleva dire diciottenni e ha detto quattordicenni, si è scusato, ma ci ha tenuto a confermare «il senso di ciò che ho detto: non abbiamo fatto l’interesse di quel popolo, prolungando la guerra».
Un errore o un falso tira l’altro. La mobilitazione obbligatoria, in Ucraina, è tra i venticinque e i cinquantacinque anni (sessanta per gli ufficiali) e tale rimarrà. Da alcuni giorni, invece, il governo ha lanciato un programma per l’arruolamento volontario di chi ha tra i diciotto e i venticinque enni.
Perché tutti i più stentorei apologeti della Repubblica antifascista nata dalla Resistenza – Montanari non è né il primo, né il solo – considerano i giovani ucraini, che scelgono volontariamente di combattere contro l’occupante russo, dei poveri schiavi di un regime bellicista a differenza dei loro coetanei italiani che tra il ’43 e il ’45 scelsero la lotta partigiana contro l’occupante tedesco?
Perché l’indisponibilità degli uni a diventare sudditi di un regime collaborazionista del Cremlino sarebbe meno moralmente autonoma, meno luminosamente eroica, meno storicamente benedetta di quella dei giovanissimi italiani che scelsero di combattere contro il fascismo di Salò? Perché la resistenza ucraina non è una vera resistenza e il sostegno della coalizione alleata al governo di Kyjiv non è un contributo onorevole, una lotta di liberazione, ma un escamotage per condurre una guerra per procura contro la Russia?
Ma soprattutto – madre di tutte le domande – perché l’antifascismo pacifista della sinistra del tempo che fu, e magari (speriamo di no) anche di quello che sarà, ripete dell’Ucraina «bellicista» e di Zelensky «dittatore» esattamente le stesse cose che dicono i fochisti del neo-fascismo planetario, usa le stesse parole del circo Maga contro l’arroganza dei deboli e le ragioni dei forti e imbraccia le stesse retoriche ignobili, saputamente realiste o untuosamente umanitarie, di tutta l’intendenza putiniana disseminata nella politica, nel business e nell’informazione occidentale sulle orribili cataste di morti procurate non dalle bombe dell’aggressore, ma dalla legittima difesa dell’aggredito?
C’è una spiegazione sola: perché questi antifascisti col bollino Anpi non riconoscono la matrice etico-politica comune della resistenza anti-russa e di quella anti-tedesca, in quanto, a differenza del Presidente Mattarella, non riconoscono nel putinismo di oggi e nel nazifascismo di allora un uguale disprezzo e oltraggio dei principi di libertà e dunque non riconoscono alle loro vittime un uguale diritto a insorgere e ribellarsi. Il diritto a essere liberi, per costoro, depends on the contest, come alle stesse latitudini politiche molti ritengono elastica anche la discriminante antisemita. Una cosa è se a essere contro gli ebrei sono i nazisti, altra cosa se l’antigiudaismo è politicamente scriminato dalla lotta per la Palestina libera dal fiume al mare.
È una tara che il resistenzialismo postumo italiano si trascina dagli anni dell’immediato dopoguerra, quando i Partigiani della pace, reclutati proprio tra le file del comunismo militarizzato di Pietro Secchia, denunciarono nel Patto Atlantico il continuatore dell’esperienza nazifascista.
I principi, le alleanze, il vocabolario politico e la grammatica morale della resistenza ucraina puzzano troppo di vecchio atlantismo ai nasi delicatissimi dei sacerdoti del 25 aprile e dunque è perfettamente coerente che questo disgusto li allinei alla nerissima Casa Bianca di Donald Trump, che di quell’atlantismo ha ripudiato letteralmente tutto, a partire dalla pretesa di fondare un ordine internazionale di diritto e libertà. Mentre Trump inizia a demolire questo straordinario monumento geopolitico all’universalismo dei diritti, gli eredi degli antichi nemici gongolano alla vista delle prime macerie.
Chi ha avuto la ventura di frequentare la scuola radicale ricorderà che Marco Pannella usava scandalosamente ragguagliare camerati fascisti e compagni comunisti nel disprezzo per le questioni di diritto e per la passione dei liberali per il rule of law. Per gli uni e per gli altri la storia era contrassegnata da leggi e da valori che eccedono (e quindi possono legittimamente travolgere) qualunque logica e etica di diritto.
La cronaca di questo complotto quotidiano contro l’America e l’Occidente condotto a tenaglia da Trump e da Vladimir Putin dà ogni giorno una spettacolare conferma di questa convergenza, che accumuna nel feticismo della pace i combattenti e reduci del 25 aprile permanente e gli stregoni nazisti dell’alt-right americana.
Ovviamente, siamo partiti da Montanari per comodità, perché è un notevole, autorevole e querulo esempio di questo antifascismo che saluta nella spoliazione dell’Ucraina l’avvento, purtroppo tardivo, dell’età della pace universale. Niente di personale.