Dentro KyjivGli ucraini vogliono la pace, ma temono i negoziati di Trump con il loro persecutore

A pochi giorni dal terzo anniversario dell’invasione totale russa, la resistenza eroica e il desiderio di libertà degli abitanti della capitale restano immutati

AP/Lapresse

«È sia positivo sia molto triste allo stesso tempo», dice Svin, seduto nella reception di un grand hotel di Kyjiv riferendosi alla situazione in cui versa il Paese. Le sue parole sono intervallate da sospiri cadenzati. A pochi giorni dal 24 febbraio 2025, che segna tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina, Svin ha sentimenti contrastanti. Se da una parte è fiero di quel che ha fatto l’Ucraina e spera nella vittoria, dall’altra parte la stanchezza di tre anni di guerra (o undici anni, come sottolinea lui, facendo riferimento all’inizio della guerra del Donbas nel 2014) iniziano a demoralizzarlo e, come lui, gran parte della popolazione. 

Tanti altri ucraini e ucraine vivono oggi provando sentimenti discordanti, a volte opposti tra loro. In molti concordano su un unico punto: la pace, che lo stesso presidente Volodymyr Zelensky ha sempre assicurato in questi anni di volere. «La pace è ciò che desideriamo di più», aveva dichiarato Volodymyr Zelensky nel novembre dell’anno scorso, intervenendo da remoto alla plenaria straordinaria del Parlamento europeo a Bruxelles per i mille giorni di invasione russa. E proprio in queste settimane si è tornati a parlare di pace a livello diplomatico. Ma, mentre i capi di Stato discutono, gli ucraini continuano a convivere con gli attacchi russi. 

Sulla frontiera est si combatte una guerra di trincea e le truppe del Cremlino continuano a guadagnare terreno, intanto la capitale ucraina Kyjiv procede a un ritmo di apparente normalità. Caffè, bar e ristoranti aperti, negozi illuminati che diffondono musica, lavoratori e studenti nelle strade: sembra essere l’esatto opposto di una città in guerra. Ma ogni notte questo ritmo è interrotto dalle sirene che allertano sull’arrivo dei droni e dei missili. 

Il centro storico è esteticamente intatto, simbolo da una parte di una difesa aerea ucraina efficace e, dall’altra, di una particolare rapidità nella ricostruzione. La capitale non viene colpita spesso dagli attacchi russi ma, quando questo succede, i danni vengono subito riparati. Il 18 gennaio, per esempio, un attacco missilistico ha colpito la stazione della metropolitana Lukianivska e il McDonald’s accanto, il più antico del Paese. Il pomeriggio del giorno stesso la stazione della metropolitana ha riaperto al pubblico, mentre poche settimane dopo il fast food americano è tornato come nuovo.

Inevitabilmente, la guerra non riesce mai uscire dalla vita quotidiana. Per le strade ci sono militari in divisa, locandine di ringraziamento all’esercito, striscioni in omaggio ai caduti e, sparsi per la città, cartelli in inglese: “Kyjiv is waiting for you after the victory!” (letteralmente “Kyjiv ti aspetta dopo la vittoria!”). Ed è proprio alla vittoria che guarda Svin: «Nessuno si sarebbe aspettato dall’Ucraina che riuscisse a fare quello che ha fatto», dice con orgoglio. «Cercando di sopravvivere, abbiamo creato un miracolo. Secondo molti non saremmo dovuti durare così a lungo combattendo contro il secondo esercito più potente al mondo». Il riferimento è alle tesi del febbraio 2022 che predicevano una vittoria lampo dei russi. 

«Noi combattiamo i russi dal 2014, li conosciamo», dice ancora Svin escludendo una possibile sconfitta dell’Ucraina. «Dall’altra parte, tutto ciò è ovviamente molto triste», dice, cambiando il tono della conversazione. Con uno sguardo più cupo, Svin, che prima della guerra era una guida turistica, sottolinea che questo non è il primo conflitto tra Russia e Ucraina: Mosca ha provato a sopraffare Kyjiv molte volte nel corso della storia. «È una guerra di carattere esistenziale», spiega. «Non è la prima volta che l’Ucraina e la Russia entrano in guerra, certo, ma sta capitando di nuovo e, improvvisamente, sono già tre anni che combattiamo. È triste». 

A Borodyanka, una cittadina della regione di Kyjiv pesantemente bombardata durante i primi mesi dell’invasione russa, Alec sembra essere più demoralizzato. Sullo sfondo di una città ancora definita dai palazzi distrutti e dalle macerie, dice: «Amo l’Ucraina e voglio che il mio Paese sia libero, ma non voglio morire in guerra. Come me, tante persone oggi non sono più pronte ad andare al fronte per sacrificarsi o uccidere». Alec vuole vivere in Ucraina, non ha il desiderio di trasferirsi con la sua famiglia all’estero, «ma sono tre anni che non mi è permesso uscire dai confini del Paese», dice. 

Mentre spiega che, prima del 2022 viaggiava in tutto il mondo, aggiunge: «Vorrei poter di nuovo fare una vacanza di un paio di settimane all’estero con mia moglie e mio figlio, vedere il mondo». Dall’inizio della guerra, infatti, tutti gli uomini di età compresa tra i diciotto e i sessant’anni non possono lasciare il Paese, mentre le donne e i bambini sono liberi di spostarsi. «Per due anni mia moglie è rimasta in Ucraina con me, senza mai uscire», aggiunge. «Qualche mese fa è andata a fare una vacanza con le sue amiche. Le ho detto che era una buona idea. Io sono rimasto a casa». 

A quasi cinquecento chilometri da Kyjiv sorge Kharkiv, una delle ultime città prima della Russia. A Kharkiv, che dista oggi circa quaranta chilometri dal fronte, la vita è diversa da quella che si vive nella capitale. Gli allarmi suonano senza interruzione giorno e notte, interrompendo il lavoro, lo svago e il sonno. Kirill, che di lavoro fa professore, abita nella città da quando è nato e, nonostante i russi stiano conquistando sempre più terreno, non è mai partito da lì. Quando parla della guerra la definisce come «orribile» e «senza fine». «Nonostante la situazione, cerco sempre di mantenere la speranza nel mio cuore. In quanto ucraino, rimango positivo e non mi arrendo», dice. «Credo che la determinazione sia comune a tutti nel nostro Paese. Troveremo sempre un modo per combattere, a prescindere da tutto, perché sappiamo che in gioco c’è il nostro futuro e quello dei nostri figli», aggiunge.

«Il futuro è sempre poco chiaro e imprevedibile per me», dice Kirill, alludendo all’incontro di martedì 18 febbraio tra la delegazione statunitense e quella russa in Arabia Saudita. Dopo l’incontro, al quale nessun funzionario ucraino ha partecipato, Donald Trump ha dichiarato che pensa che «Putin voglia finire la guerra». Ma l’assenza di Zelensky al tavolo dei negoziati e le dichiarazioni del presidente americano, che accusa l’Ucraina di aver iniziato la guerra, lasciano un sentimento di incertezza nella popolazione ucraina. Mentre Trump e Putin discutono, Zelensky si è detto aperto a negoziare la pace, ma sottolinea che questa pace dovrà essere raggiunta includendo l’Ucraina nei trattati. 

Kirill non si dice pessimista sul futuro dell’Ucraina, ma si chiede quale pace si raggiungerà con i futuri negoziati mediati da Trump (se questi vedranno davvero la luce). «La storia ci insegna che i risultati di ogni guerra sono devastanti per i paesi che vi partecipano», afferma. «E sono davvero rari i casi in cui la gente è pienamente soddisfatta dei risultati. Ma io spero solo in risultati giusti e positivi per il nostro Paese, perché, in fin dei conti, non volevamo nemmeno che questa guerra iniziasse», dice, contraddicendo le accuse del presidente statunitense.  

Un punto su cui Kirill è irremovibile è l’importanza di una cooperazione internazionale. Secondo lui la presenza dei soli Stati Uniti al tavolo dei negoziati non è sufficiente: «una pace giusta sarà possibile esclusivamente con l’aiuto di altri Paesi, degli Stati Uniti certo, ma non solo. Anche la cooperazione dell’Europa è necessaria».

Anche per Svin il futuro dell’Ucraina è legato al futuro dell’Europa. «Gli ucraini sono fondamentalmente europei come mentalità, mentre i russi no», dice con convinzione. «Credo che per l’Europa sia arrivato il momento di difendere i valori europei», che corrisponderebbero secondo lui ai valori ucraini. Pochi giorni dopo che il vicepresidente statunitense J.D. Vance parla a Monaco de «l’arretramento dell’Europa su alcuni dei suoi aspetti più fondamentali», la guida turistica di Kyjiv sembra invece credere nei valori dell’Europa, che considera come valori ucraini.

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