Nella clamorosa accelerazione della Storia cui stiamo assistendo in questo 2025 che sarà davvero un anno spartiacque, non si è notata a sufficienza la rapida scesa in campo di una nuova squadra di leader europei sufficientemente omogenea e determinata per contrastare il trumputinismo arrembante. A giudicare dalle sue primissime mosse, Friedrich Merz ha intenzione di formare il nuovo governo tedesco in breve tempo, contrariamente alla prassi di quel Paese che prevede una lunghissima concertazione tra i partiti della coalizione per redigere il programma dell’esecutivo.
Merz è un pragmatico e comprende bene che non c’è davvero tempo da perdere in negoziati bizantini, tanto più che il junior partner è una Spd talmente ammaccata da non essere in condizione di creare troppi problemi, cosicché nelle prossime settimane la Germania possa rimettersi in moto.
Il nuovo Cancelliere pertanto si avvia a diventare l’uomo forte del Vecchio Continente, la personalità che potrebbe essere il punto di riferimento per gli altri capi di Stato e di governo europei. A partire da un ritrovato Emmanuel Macron, il presidente francese che quanto più è in difficoltà nel suo Paese tanto più sa ritagliarsi un ruolo da protagonista nella politica internazionale. La scena nello studio Ovale di lui che mette la mano sul braccio di Donald Trump per correggerlo sul contributo finanziario sostenuto dall’Europa a favore della resistenza ucraina rimarrà nelle immagini di questi anni tribolati, e comunque ha dato subito il senso plastico che il presidente degli Stati Uniti può essere affrontato con dignità e senza paura.
Il gesto di Macron ha simboleggiato l’orgoglio tutto francese che non tollera bugie e smargiassate: un gesto quasi morale. Lo stesso presidente d’altronde si è auto-assegnato il ruolo di antagonista di Trump fin dalla settimana scorsa (sembra passato molto più tempo), quando in due tornate ha chiamato all’Eliseo una ventina di Paesi per suscitare una risposta ai primi diktat americani, e nel fare questo ha richiamato pienamente nel seno dell’Europa politica il Regno Unito che con Keir Starmer ha ritrovato un premier all’altezza della situazione.
Starmer ha tenuto un discorso splendido in solidarietà con l’Ucraina che ha così concluso: «Chiudo con una delle voci che ho citato prima, un paziente di nome Petro, che nel reparto ustionati che ho visitato a Kyjiv, mi ha detto: “Se l’Ucraina fallisce, l’Europa sarà la prossima”. Ecco cosa è in gioco qui. Ecco perché saremo sempre al fianco dell’Ucraina e dei nostri alleati. Contro questa aggressione. E per una pace giusta e duratura. Slava Ukraini!».
Poi si sta facendo notare il dinamismo del portoghese Antonio Costa, nuovo presidente del Consiglio europeo, che ieri ha convocato un Consiglio straordinario per il 6 marzo e oggi telefonerà a Macron per parlare della sua trasferta a Washington. Ieri Macron ha sentito Starmer e Zelensky. L’impressione è che l’esperienza di Costa bilanci le incertezze di Ursula von der Leyen che comunque non ha mai lesinato gli sforzi finanziario per Kyjiv.
Tra i più determinati nel sostegno alla Resistenza ucraina c’è poi Donald Tusk, premier polacco, che non rescinde il forte legame con gli Stati Uniti, ma al tempo stesso è il più acerrimo nemico della Russia di Vladimir Putin di cui ovviamente avverte il fiato sul collo. Hanno un peso più relativo i paesi scandinavi e i baltici, comunque determinatissimi nel sostegno a Kyjiv, e in particolare si è segnalata la Danimarca guidata dalla premier Mette Frederiksen, già entrata in rotta di collisione, e con grande dignità, con Trump a proposito delle pretese di quest’ultimo sulla Groenlandia.
Sullo sfondo, senza rivestire cariche, in questi giorni si è di nuovo stagliata la figura di Mario Draghi che ha tenuto un discorso drammatico a Bruxelles, quello che passerà alla Storia per l’accorata richiesta all’Europa di muoversi, l’ormai celebre «do something» (diventato il motto de Linkiesta) che a tanti ha ricordato l’indimenticabile «whatever It takes» del 2012, quando l’allora presidente della Bce annunciò che l’istituto avrebbe fatto «tutto il necessario» per salvare l’Euro dalla speculazione e uscire dalla crisi del debito sovrano europeo. Peccato che stavolta non toccherà direttamente a lui prendere le decisioni opportune. E però adesso in campo c’è di nuovo una buona squadra europea. Inutile dire chi manca: Roma non abita qui.