Oggi, 25 marzo, è il Dantedì, il giorno che secondo alcuni segnerebbe l’inizio del viaggio oltremondano del Sommo Poeta giunto nel mezzo del cammin di sua vita, anno domini 1300. Nato da un’idea del giornalista Paolo Di Stefano sul modello del più collaudato Bloomsday joyciano, e celebrato la prima volta nel 2020 in piena pandemia (quando forse, più che lo smarrimento nella selva oscura, sarebbe stato di qualche conforto evocare il giorno in cui il Vate e la sua guida, lasciatisi alle spalle l’Inferno, escono infine “a riveder le stelle”), il Dantedì non è neppure troppo sicuro come datazione, visto che in base a complicati calcoli liturgico astronomici diversi studiosi propendono per altre ipotesi: per esempio Natalino Sapegno pensava all’8 aprile.
Ma non è questo il punto. Dante è il Padre della lingua italiana, lo si è celebrato e lo si celebra ogni giorno in ogni secondaria superiore della Penisola-e-isole-comprese, tra gli sbuffi ingrati di generazioni di studenti testoni, e dunque viva Dante e viva questo ennesimo giorno di cui in verità non c’era alcun bisogno. Che si aggiunge ai tanti “Giorni/Giornate di” qualche cosa, nazionali e internazionali, di cui è zeppo il calendario.
Questo di Dante è soltanto italiano, ma si pone al culmine di un implacabile crescendo marzolino che, al pari della Natura, non facit saltus: il 20 è stata la Giornata internazionale della felicità, il 21 quella mondiale della poesia, il 22 dell’acqua, il 23 della meteorologia, il 24 della lotta alla tubercolosi (tutte Giornate mondiali, s’intende), mentre resta al momento vuoto il 26, in attesa, dopodomani, della fondamentale Giornata mondiale del teatro. E non è tutto qui.
Perché ogni giorno ha la sua pena, come si dice, ma qualche giorno ha più d’una Giornata. Per restare al periodo anzidetto, il 21 marzo è stata anche la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, la Giornata internazionale delle foreste, la Giornata mondiale per la sindrome di Down, nonché la Giornata internazionale del Nowruz (che a noi poveri sprovveduti potrebbe sembrare il vocabolo di un’immaginaria lingua venusiana, ma per i più dotti è l’antico capodanno iranico): cinque giornate in una, un paradosso spaziotemporale, un record assoluto.
E tuttavia un record che molti altri giorni tentano di insidiare (per ora senza successo, ma chissà): per esempio, sempre in marzo, il 24 (ieri: qualcuno se n’era accorto?) è stata altresì la Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime, nonché la Giornata mondiale per la lotta alla tubercolosi e la Giornata nazionale per la promozione della lettura. Meglio ancora il 23 aprile: Giornata della lingua inglese, ma anche (immediato pareggio) Giornata della lingua spagnola (tre giorni prima era toccato alla lingua cinese), Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore e Giornata (altrettanto mondiale) contro le persecuzioni dei cristiani nel mondo.
Il 2 ottobre è la Festa dei nonni (segue di un giorno – logica ineccepibile – la Giornata internazionale delle persone anziane, che però era anche Giornata mondiale dell’habitat), ma è al contempo la Giornata degli angeli custodi (sì, ci sta, i nonni sono un po’ i terreni angeli custodi dei bimbi trascurati dai genitori troppo presi dal lavoro), la Giornata internazionale della nonviolenza e la Giornata internazionale del sorriso (che, anche questo, con la nonviolenza ci può stare).
Il 9 maggio (anniversario dell’omicidio di Aldo Moro) è la Giornata nazionale in memoria delle vittime del terrorismo, a cui tuttavia rischiano di fare ombra le concomitanti Giornata dell’Europa e Giornata mondiale della lentezza (perché sì, con la costruzione dell’Europa ce la si sta prendendo piuttosto comoda).
In qualche altro caso la coabitazione appare più problematica. Il 21 giugno è la Giornata mondiale della Sla, ma anche quella nazionale della lotta a leucemia, linfomi e mieloma: non potevano, l’una o l’altra, accettare di spostarsi anche soltanto di 24 ore, in modo da evitare di farsi concorrenza su temi su cui sarebbe opportuno concentrare l’attenzione? Comunque, forse per ristabilire l’armonia, o per risollevarsi il morale, il 21 giugno è anche la Festa della musica, e dunque: zum-zum!
E il Primo Maggio, che vi credevate: che fosse solo la Festa dei lavoratori? Macché, è pure la Giornata (e addirittura mondiale) della risata: quella che “il padronato” (come si diceva al tempo in cui c’erano i comunisti che mangiavano ancora i bambini) si faceva quando, come è noto, “passata la festa, gabbato lo santo”?
Insomma, ce n’è per tutti e per tutti i gusti: centottantotto Giornate annovera Wikipedia, che pure non riporta la festa della mamma e quella del papà (pur registrando, come già detto, quella dei nonni, nonché quella degli innamorati a San Valentino), e quindi il numero è certo approssimato per difetto. Né si tratta di stramberie escogitate da conventicole monomaniacali, perché spesso tra i promotori figurano importanti istituzioni quali Stati nazionali, Unione Europea, Consiglio d’Europa, Unesco e Nazioni Unite con apposite risoluzioni.
Non c’è pace fin dall’inizio, dal primo gennaio che è paradossalmente la Giornata della pace (promossa dalla Chiesa cattolica, ma ce n’è anche un’altra il 21 settembre, patrocinata dall’Onu). E poi via: Giorni seri e opportuni: quello della Memoria, per esempio, il 27 gennaio; quello del Ricordo delle foibe, il 10 febbraio (ove depurato dalle pretestuose montature politiche); quelli contro le varie malattie, quelli contro le varie discriminazioni e le varie buone cause sociali, quelli contro la schiavitù (in quest’ultimo caso ben tre Giornate diverse: non si rischia la confusione?).
Ma anche, soprattutto, tanti giorni… come dire? Ne citiamo alcuni, alla rinfusa: Giornata (nazionale, internazionale, mondiale, non stiamo a sottilizzare) del gatto, dell’orango, della grappa, del Pi greco, del disegno, della danza, del jazz (non bastava quella della musica?), delle api (ma c’è anche quella della zanzara), del gioco, dello yoga, della bicicletta, del vento, del bacio, della raccolta dei tappi di plastica, della massellanza (troppo lungo da spiegare, cercare in rete), del benessere sessuale, degli zombi (avete letto bene), della posta, della gentilezza. Perfino (non è uno scherzo, controllate: cade ogni primo venerdì di febbraio) la Giornata dei calzini spaiati, nata con il lodevole intento di promuovere la sensibilizzazione sulle diversità e sulla loro accettazione (ma proprio con i calzini, diamine?), e sulla quale fior di scrittori/trici si sono esercitati nel recente passato con lunari lambiccamenti.
Cause buone, velleitarie, strampalate: tutto in una bulimia inflativa che fa singolare e non casuale contrasto con la diffusa propensione a dimenticare in fretta, rimuovere, trascurare, sottovalutare. Perché, alla fine, di tanti Giorni/Giornate che cosa resta – in qualche caso, va detto, purtroppo – se non qualche post dei soggetti interessati, qualche occasionale menzione nei notiziari, qualche sbadigliato convegno? Però l’importante è averli solennizzati, essersi messi a posto con la coscienza (che celebra la sua Giornata internazionale il 5 aprile). E poi, un’altra volta, zum-zum!