Opinionisti del niente La pace, la guerra, la politica, e gli intellettuali che vivono dentro una serie Netflix

Il dibattito pubblico italiano è contaminato da sedicenti pensatori che, senza aver mai parlato con un loro omologo ucraino, parlano a vanvera di pace e tacciono sull’aggressione imperialista della Russia di Putin

Un palazzo di Kyjiv distrutto da un attacco russo (AP Photo/LaPresse, ph. Efrem Lukatsky)

A me la guerra è entrata dentro casa e non me ne sono accorto. Poi un giorno mio padre dopo una mezza maratona si sente tirare un muscolo della coscia e cedere un ginocchio. Dopo tre mesi era al camposanto con molti onori militari e la consapevolezza che a ucciderlo erano stati l’uranio impoverito e l’amianto. 

Figuratevi voi, se a uno che gli è entrata la guerra dentro casa a scoppio ritardato, piaccia la guerra. Figuratevi voi, se a un uomo oggi, ragazzino ieri, che è cresciuto tra marce e parate, tra un padre assente e l’ansia costante di sentirlo morto al telegiornale in chissà quale pezzo di mondo, piaccia parlare da tre anni a questa parte quasi solo di guerra. 

Ma questo è il tempo che ci è dato vivere e fino a qualche mese fa ho pensato che sarei potuto tornare a occuparmi di altro. Ma adesso non è più così. Questa guerra è stata come un lutto, una presa di coscienza, ha cambiato per sempre il mio modo di intendere la vita, la morte, l’impegno e la scrittura. 

Nel corso di questi tre anni, tutto l’allenamento all’empatia, alla sofferenza e al discorso politico a cui da figlio della piccola-medio borghesia romana sono cresciuto è stato travolto. Non stare in Italia mi ha cambiato e guardo con disagio la cecità con la quale tanti amici e tante amiche sono avvolti. 

Quando leggo i loro articoli in cui parlano di pace vorrei prenderli per la giacchetta e strattonarli. Quando vedo che in modo complice insieme a quella sinistra che li rappresenta, che li invita alle fiere dell’editoria, che gli fa ottenere direzioni artistiche, tribune televisive importanti, che gli pubblica libri e che alimenta a pane e visibilità lisciano il pelo del pubblico mettendosi la giacca di intellettuali organici, vorrei chiedergli se esattamente sanno dove stiamo finendo anche per la nostra terribile ignavia. 

Figli della “Politica Netflix” come l’ha ben definita Lorenzo Pregliasco già nel 2021, questa informe massa di intellettuali si muove per like e posizionamenti, per strategica aderenza a un’ideologia del consumo immediato e della resa; sono tutti accomunati, nella politica e nella cultura, dalla totale assenza di dati ed esperienze dirette.

Sono Pasolini senza borgate, Fallaci senza conflitti a fuoco, Berlinguer senza proletariato e Angela Davis senza femminismo. Filosofi senza filosofia, opinionisti del niente raccontato come tutto. 

Parlano di pace ma non hanno mai messo un piede in un Paese in guerra, criticano l’Europa che cerca di difendersi e non hanno mai dialogato con un loro omologo in Polonia, Lituania, Ucraina che vede ogni giorno restringere la propria libertà per colpa di un Paese che si chiama Russia. 

Sono pronti a indignarsi genericamente per ogni disavventura sessista capitata a qualche collega, ma a oggi, dopo tre anni dall’inizio della guerra, nessuno li ha visti arrivare a dire mezza parola sull’aggressione imperialista della Russia di Putin, sul tentativo di distruzione della lingua e della letteratura ucraina, sul rapimento e la deportazione di migliaia di bambini, sui massacri, sulla propaganda a reti unificate, sui russi che riciclano soldi aggirando sanzioni, sulla flotta fantasma di Putin che rischia di rovesciare in mare tonnellate di greggio illegale ogni giorno, su tutta una gioventù di intellettuali, scrittori e poeti che è morta al fronte per difendere anche la nostra libertà.  

Antonio Scurati qualche settimana fa ha scandalizzato un po’ tutti (salvo poi rettificare) con un articolo in cui dava ai maschi italici dei mollaccioni, chiedendosi in caso di guerra chi ci avrebbe difeso, visto che abbiamo perso l’attitudine al combattimento. 

Le risposte sdegnate mi hanno impressionato e hanno dato ragione a Scurati, ovvero che – moralmente prima che fisicamente – siamo alla bancarotta morale. E si meritano una classe politica che continua la battaglia degli aggettivi dentro una nenia che prolunga il sonno dell’opinione pubblica italiana, che chiede più diplomazia contro la Russia (non soddisfatta dei tragici epiloghi del 1938), che continua ad accarezzare le pulsioni peggiori e codarde di un popolo viziato che si è trasformato in un elettorato che ha messo il voto di scambio come summa della politica. 

Politica e intellettuali uniti nel dar ragione, nel rendere sempre più viziata l’opinione pubblica. Gente che pensava di abolire la povertà per decreto, che ha fatto entrare i russi in Italia con la scusa del Covid e che ha demolito col populismo quello che rimaneva della coscienza politica del Paese, continua a deresponsabilizzare sessantuno milioni di cittadini e a non renderli edotti del crinale di rischio che stiamo percorrendo: la neutralità può costare cara. 

La “politica Netflix” ha poi introdotto l’on demand della mobilitazione, quindi si può essere attivisti componibili senza collegare cause ed effetti, senza mettere un minimo di scienza politica nella propria agenda setting morale e andare a letto tranquilli. 

Sono stanchi, dicono, di tutta questa guerra e vorrebbero forse passare a una serie tv più intimista. Sono stanchi e hanno paura, hanno l’ansia perché pensano che l’Europa si armerà e toglierà loro i servizi sociali e la sanità, non sapendo che ogni dieci minuti la stessa istituzione che criticano li riempie di soldi. Ma invece di andare a picconare dai consigli comunali al Parlamento per capire dove vanno a finire i milioni del Pnrr e quelli che restituiamo perché non sappiamo usarli, loro hanno paura e se la prendono mica coi carnefici, ma con le vittime. 

Cosa possiamo quindi aspettarci da tutto questo (e da molto altro)? Niente, davvero niente. È sul resto di questo niente che resisto, non in solitudine, in ordine sparso, in minoranza, ma con ostinazione.

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