L’Ue si è svegliataIl piano per il riarmo approvato dal Consiglio europeo è un passo avanti per la difesa comune

L’intesa prevede maggiore flessibilità per gli Stati membri sulle spese e sul debito e un fondo da 150 miliardi raccolti sul mercato. L’esercito Ue è ancora lontano, ma si tratta di un accordo preliminare fondamentale. L’Ungheria di Orban non ha votato per il sostegno all’Ucraina

(AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Ci sono diverse ragioni per non guardare al Consiglio Europeo di ieri come l’ennesimo vertice che sposta i termini di una decisione, come spesso avvenuto, ma come a un passo avanti. Un mese fa, il vicepresidente americano JD Vance, alla conferenza di sicurezza di Monaco, rendeva chiara la divergenza tra Stati Uniti e Ue in materia di difesa, e pochi giorni dopo, lui e Donald Trump cercavano di umiliare Volodymyr Zelensky nello studio ovale, annunciando poi la sospensione degli aiuti a Kyjiv.

Di fronte a Stati Uniti sempre più allineati alla Russia, il quadro è mutato rapidamente: oggi, in tutta Europa, si discute di difesa come di un’urgenza imminente e concreta, senza cercare di guadagnare tempo; il Regno Unito, nonostante la Brexit, discute le sue strategie e priorità nel sostegno all’Ucraina e la difesa del continente con gli alleati europei; la Francia propone di estendere ai vicini il suo ombrello di difesa atomica; la Germania discute finalmente di superare il freno al debito.

In pochi giorni, si sono mosse cose che, ai ritmi europei, avrebbero richiesto anni. L’approvazione, da parte del Consiglio europeo di ieri, delle misure per favorire le spese in difesa e sicurezza degli Stati membri scorporandole dal patto di stabilità è un passo importante, che testimonia il cambio di fase che stiamo vivendo.

Era da molto tempo che un Consiglio non si concludeva con la chiara sensazione che presto seguirà qualcosa, invece che con quella per la quale ciò che si è ottenuto non è sufficiente.

Giovedì 6 marzo i capi di stato e di governo dei 27 hanno approvato il piano da 800 miliardi di euro per il riarmo illustrato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. L’intesa prevede maggiore flessibilità per gli Stati membri sulle spese e sul debito per la difesa e un fondo da 150 miliardi raccolti sul mercato. Su spinta della Germania, poi, i leader Ue hanno aperto anche alla possibilità di riformare il Patto di stabilità per garantire che i Paesi possano spendere di più per la difesa.

Certo, questo passo non arriva senza ombre: si può questionare, ad esempio, sulla scelta di della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di non passare per il Parlamento europeo attraverso un’interpretazione dell’articolo 122 del Trattato Unico, così come non si può non notare che la sospensione del Patto di stabilità per le spese in difesa rende opportuno prevedere analoghe mosse per altre spese per non creare squilibri nei bilanci statali.

L’esercito europeo è ancora lontano, ma migliorare la capacità di difesa degli Stati europei è il passo preliminare anche di una maggiore integrazione europea in materia di sicurezza. L’unione degli eserciti nazionali sarà un processo lungo e complesso che rientrerà in quello, altrettanto lungo e complesso, della creazione di una federazione unica dietro forti cessioni di sovranità: sostenere, oggi, la posizione per cui non bisogna fare nessun investimento in difesa, senza prima l’esercito comune, rischia di diventare un artificio retorico per non fare nulla, un modo per indicare l’impossibile, impedendo il possibile che lo renderà realizzabile.

La volontà, maturata nelle ultime settimane, di difendere Kyjiv sul campo e al tavolo negoziale anche senza gli Stati Uniti rivela non soltanto la consapevolezza, acuita, che la questione ucraina è una questione europea, ma soprattuto la profonda trasformazione della postura dell’Ue nel mondo e della sua autopercezione.

In questa prospettiva, il mancato voto dell’Ungheria alla parte del testo finale dove si parla di sostegno all’Ucraina è particolarmente rilevante sul piano politico: la rottura con Viktor Orban può essere il sintomo di una sempre maggiore insofferenza verso il principio di unanimità, che troppo spesso ha bloccato i cambiamenti in Europa, e della volontà di aprire, in un modo o nell’altro, una discussione sul suo superamento.

Quella apertasi con il tradimento americano è una fase pericolosissima per l’Europa, ma anche di possibile accelerazione dell’integrazione europea, o almeno tra alcuni Stati europei. Spesso, in situazioni di crisi, l’Ue ha fatto enormi passi avanti in poco tempo, e il Consiglio di ieri, su cui si addensavano attese, speranze e preoccupazione, sembra andare in questa direzione.

Dal sostegno a Kyjiv al coordinamento militare, è sempre più evidente la necessità di andare avanti con chi c’è (come dimostra la “coalizione dei volenterosi”). Sul piano politico, sarà centrale a questo punto porre il tema dell’integrazione con quei Paesi che sono disposti a realizzarla. Per quanto doloroso e paradossale, è possibile che un’Europa più forte e unita passi per la necessità, chiara, di andare avanti con chi è disposto a farlo, creando livelli diversi di integrazione e condivisione (ipotesi che, non a caso, è tornata a essere discussa sempre più spesso negli scorsi anni).

Per l’Italia non saranno più possibili ambiguità di posizionamento: il canale preferenziale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni con Washington può essere una risorsa utile, ma è necessario assicurare al nostro Paese la centralità che merita, stando al fianco di Germania e Francia nel processo che spinge in avanti l’Unione. E la stessa cosa dovrà fare l’opposizione del Pd, oggi ancora algida e ambigua nel sostegno all’Ucraina e legata, nelle posizioni sulla difesa, all’Europa paralizzante delle ventisette unanimità.

Con gli Stati Uniti allineati alla Russia, l’Europa ha battuto ieri un colpo: se è presto per dire quanto profondi saranno i suoi effetti, è indubbio che siamo ormai in una nuova fase. Volevano ammazzare l’Europa, e invece l’Europa è più viva di prima.

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