Economia di guerraL’industria bellica europea vola, ma la politica deve decidere come pagare la difesa

Il summit di Lancaster House ha sancito l’impegno comune, ma il divario tra necessità strategiche e sostenibilità finanziaria resta enorme. Il settore è in espansione e gli investitori scommettono sulla corsa al riarmo per difendersi dalla Russia. Mancano però finanziamenti certi e una vera integrazione militare

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Nell’ultima settimana i paesi europei hanno ottenuto due grandi passi in avanti nell’eterna diatriba sulla difesa europea. Il primo è la certezza che Donald Trump non potrà essere un riferimento credibile nei prossimi quattro anni. Il secondo è che se c’è la volontà politica, i risultati si ottengono più velocemente, anche in tempi di crisi. Il summit di Lancaster House a Londra ha portato alla istituzione formale di una «coalizione di volenterosi» Stati europei concordi nel rispettare un piano in quattro punti per garantire la pace in Ucraina. Cosa manca? Il conto economico per evitare che «cinquecento milioni di europei continuino a implorare trecento milioni di americani di difenderli da centoquaranta milioni di russi», come ha ricordato il primo ministro polacco Donald Tusk. 

Attualmente gli Stati membri dell’Unione europea spendono collettivamente circa trecentoventisei miliardi di euro l’anno in difesa, pari all’1,9 per cento del prodotto interno lordo del blocco. Ma come spiegano , Guntram Wolff e Alexandr Burilkov in un report per il think tank Bruegel, per garantire una reale autonomia militare, la spesa dovrebbe salire almeno al 3,5 per cento, con una prospettiva di crescita fino al quattro o addirittura cinque per cento nel lungo termine. Tradotto: un aumento di circa duecentocinquanta miliardi di euro all’anno secondo l’Economist. La cifra per molti paesi occidentali rappresenta una sfida politica ed economica senza precedenti, ma ricordiamo che altri Stati come la Danimarca e la Finlandia, stanno già spendendo proporzionalmente cifre simili per sostenere l’Ucraina. Ma l’Unione nel suo insieme rimane al di sotto degli obiettivi.

Il problema è sempre quello riassunto da Mario Draghi nella frase «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso»? Un conto è proporre a parole un aumento della spesa per la difesa, un conto è farlo. Secondo un lungo approfondimento dell’Economist ci sarebbero tre soluzioni, ma non tutte percorribili. La più difficile è quella che passa per i tagli alla spesa pubblica e l’aumento delle tasse. Soprattutto negli Stati che spendono almeno il venti per cento del loro Pil in misure di welfare. Non solo l’Italia, ma anche la Francia dove il governo si è impegnato a ridurre il deficit dal 6,1 per cento del Pil nel 2024 al quattro per cento nel 2027, rendendo difficile l’aumento della spesa militare senza tagliare altri settori.

Le altre due opzioni, più percorribili, sono il ricorso al debito, diretto o indiretto. L’Unione europea potrebbe allentare le regole fiscali per permettere un aumento dei deficit nazionali. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha suggerito di poter togliere dal calcolo del rapporto deficit Pil gli investimenti nella difesa, ma per cambiare il Patto di Stabilità e crescita serve l’unanimità dei ventisette Stati membri. E la Germania ha già fatto sapere che qualsiasi eccezione dovrebbe applicarsi solo ai paesi che spendono più del due per cento del Pil in difesa, escludendo quindi nazioni come Italia (rieccoci) e Spagna, dove l’opinione pubblica è meno incline a investire nella sicurezza.

La terza opzione è quella annunciata ieri dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: la creazione di un fondo europeo per la difesa da centocinquanta miliardi di euro con la possibilità di mobilitarne ottocento, sulla scia di quanto fatto con il Next Generation Eu. Anche il nome non si discosta molto, nella storica tradizione delle sigle europee: RearmEu. Il piano sarà discusso giovedì dai leader dei Ventisette Stati membri durante il Consiglio europeo di giovedì. La proposta della Commissione in realtà tocca anche la seconda soluzione: quella di allentare le regole fiscali. Bruxelles si propone di arrivare la escape clause del Patto di Stabilità e Crescita, consentendo ai governi nazionali di aumentare la spesa per la difesa senza incorrere in sanzioni per eccessivo deficit. Questo potrebbe generare fino a seicentocinquanta miliardi di euro in investimenti nel settore nei prossimi quattro anni. Qualunque sia la decisione finale, rimane urgente rimpinguare i 16,4 miliardi di euro alla difesa che l’Ue ha già destinato per il settennato 2021-2027. Per incanalare meglio gli investimenti del RearmEu o di qualsiasi altro nuovo fondo per la difesa, bisognerebbe creare anche una banca europea per il riarmo, simile alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

L’idea non sembra così peregrina: sul mercato si potrebbero raccogliere più fondi, visto che il solo annuncio di un aumento della spesa per la difesa ha già avuto effetti positivi sui mercati europei. Le azioni di aziende del settore hanno registrato rialzi mai visti prima in così poco tempo: come Rheinmetall (più quindici per cento), Leonardo (+17,3 per cento) e Thales (+16,7 per cento). L’indice Stoxx Europe Aerospace and Defence ha segnato un balzo dell’otto per cento, il più grande dal 2020, mentre l’euro ha guadagnato terreno contro il dollaro. Gli ordini nei principali gruppi industriali della difesa hanno raggiunto livelli record, segno che gli investitori prevedono una crescita sostenuta del settore nei prossimi anni.

In effetti l’industria bellica europea non è mai stata così in salute. Gli investimenti in difesa nell’UE sono aumentati del trenta per cento tra il 2021 e il 2024, con una spesa totale di centodue miliardi di euro nel 2024, di cui oltre l’ottanta per cento destinato all’acquisto di nuove attrezzature. Questa tendenza positiva ha portato il settore a generare un fatturato di 158,8 miliardi di euro nel 2023 (+16,9 per cento) e a creare oltre cinquecentottantunomila posti di lavoro. La produzione di armamenti è in crescita, con oltre novanta miliardi di euro spesi in nuovi equipaggiamenti nel 2024. Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono aumentati del sei per cento nel 2023 e hanno raggiunto i tredici miliardi di euro nel 2024.

Per rendere efficace l’aumento delle spese, l’Europa però deve superare le proprie divisioni e migliorare la coordinazione militare tra i suoi Stati membri e sfruttare meglio l’1,47 milioni di militari attivi. Il modello attuale, con ventinove eserciti nazionali separati, è inefficiente rispetto alla coesione delle forze statunitensi. Secondo un’analisi del Kiel Institute e della Bertelsmann Foundation, citata dall’Economist; per sostituire il supporto militare statunitense l’Europa dovrebbe: reclutare trecentomila nuovi soldati; produrre millequattrocento carri armati, duemila veicoli da combattimento e settecento pezzi di artiglieria, aumentando massicciamente la produzione di duemila droni a lungo raggio l’anno e scorte sufficienti per tre mesi di guerra ad alta intensità. Fate presto.

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