Stranieri nemici. Dangerous characters. Un’altra lista da riempire. Lavoravo da quasi tre mesi a Whitehall all’Aliens Advisory Committee dell’Home Office, una divisione di poche persone per la verità. Era un lavoro riservato. Tra le mie mani passavano i nomi di pericolosi oppositori del Paese e avevo giurato di non condividere con alcuno al di fuori dell’ufficio la più piccola informazione. Nemmeno quelle che sembravano insignificanti. Per questo non ti ho detto nulla, Julie. Sai bene che non sono brava a distinguere ciò che è insignificante da ciò che può rivelarsi pericoloso. Ho sempre faticato a comprendere le conseguenze di quello che facevo o che mi facevano gli altri e perciò mi sono impegnata a mantenere il segreto assoluto su tutto ciò che succedeva al lavoro.
È vero, avrei dovuto saperlo che tu eri e sei l’unica di cui posso fidarmi, e se mi fossi svelata prima le cose sarebbero probabilmente andate in modo diverso. Adesso però voglio che tu sappia tutto. Non solo i fatti che ti ho taciuto ma anche i pensieri, le emozioni, i dubbi e le paure che ho tenuto per me. O che forse ho taciuto anche a me stessa. E molto ancora non capisco. Spero che tenere questo diario per te, aiuti anche me a fare chiarezza. Nella testa e nel cuore.
E dunque iniziamo: ero stata spostata dal mio precedente impiego per la velocità con cui dattilografavo e per la precisione con cui archiviavo i documenti. Sir James Scott, un omino stringato, secco e impeccabile nel suo completo grigio, aveva visitato diversi dipartimenti del ministero e messo alla prova molte impiegate prima di assumermi. Era la prima volta che qualcuno mi sceglieva per qualità che riteneva di valore e che dimostrava di fidarsi di me. Mi ero sentita fiera e carica di responsabilità. Ero la segretaria della divisione e dovevo tenere in ordine tutte le informazioni che il mio piccolo dipartimento stava febbrilmente mettendo insieme.
Nella stanza fumosa, piena di carte accumulate ovunque, dal davanzale con la finestra che non si apriva fino al pavimento, la mia scrivania brillava per l’accuratezza con cui erano disposte le pile di documenti e la macchina da scrivere. Fogli bianchissimi e matite ben temperate completavano l’insieme. Non che fosse l’unica scrivania in ordine a Whitehall, ma certo come la mia non ce n’erano molte. Soprattutto da quando Churchill era diventato primo ministro. Se con Chamberlain neanche lo scoppio della guerra aveva accelerato i ritmi di lavoro, con Churchill era diventato normale veder correre rispettabili impiegati per i corridoi del ministero. E con la velocità era aumentato il disordine. Documenti, ordini del giorno, memorandum si accumulavano ovunque.
Da qualche settimana ci dedicavamo agli italiani. Ai primi di maggio, Chamberlain era ancora primo ministro, ci avevano consegnato il memorandum Come disporre degli italiani al momento della guerra. Il documento disponeva che li dividessimo in tre gruppi: i professing fascists, «soggetti pericolosi» da internare, lista A; i «soggetti sospetti» da tenere sotto controllo, lista B; i «soggetti innocui» da lasciare liberi, lista C.
Una delle principali fonti di informazioni sulla comunità italiana era la Guida di Londra dei caffettieri e ristoratori italiani. Un volumone solido e pesante di carta pregiata dove agli indirizzi e ai nomi dei ristoranti, temperance bar, negozi di alimentari, gelaterie e botteghe di fish and chips, si accompagnavano brevi biografie dei titolari, foto dei locali e dei loro proprietari e note considerate significative dall’editore italiano.
Ormai la conoscevo a memoria. Alcuni nomi li avevamo già. C’erano le liste compilate cinque anni prima, quando Mussolini aveva invaso l’Etiopia. E poi i casi segnalati da Scotland Yard e dal’MI5, il servizio segreto di Sua Maestà. Per tutti gli altri dovevamo verificare l’adesione al partito fascista, a un club del fascio o a qualche altra associazione nazionale. Il problema era che quasi tutti gli italiani possedevano almeno una di queste tessere e quindi avevamo bisogno di ulteriori criteri per attribuirli all’uno o all’altro gruppo. Lo scopo dell’associazione a cui appartenevano, per esempio: politico, culturale o ricreativo. Oppure cercavamo di scoprire da quanti anni risiedevano nel Regno Unito; se avevano frequentato scuole inglesi; se parlavano correttamente la nostra lingua; se intrattenevano cordiali rapporti con gli inglesi o vivevano rinchiusi nelle loro comunità.
Da pochi giorni però le disposizioni erano cambiate. La tensione era altissima. Le divisioni tra soggetti A, B e C parevano saltate, dovevamo concentrarci solo sui dangerous characters, i tipi pericolosi, gli insospettabili, quelli che avrebbero potuto colpirci alle spalle. Churchill si aspettava che lo sciacallo di Hitler ci dichiarasse guerra da un momento all’altro.
La mia divisione era stata spostata in una scuola a Stoke Newington, perché erano previsti alcuni interrogatori e nelle nostre quattro stanzette al terzo piano di Whitehall non avevamo spazio. Certo non potevamo mettere potenziali spie in mezzo a scatoloni di documenti riservati.
Io dovevo preparare i dossier con i nomi e le relative informazioni sugli individui sospetti, ma nonostante sapessi ormai la guida a memoria ero riuscita a ipotizzare l’esistenza di solo venti possibili spie. Mantenere ordine tra i documenti e saper riconoscere gli elementi che possono distinguere una spia da un tranquillo cittadino era tutt’altra cosa! Come potevo capirlo io?
«Deve leggere tra le righe» mi aveva suggerito il capo, aggrottando le sopracciglia ripide e stringendo gli occhietti da volpe. Il suo volto rugoso sembrava ancora più raggrinzito. Mi aveva indicato alcuni nomi che avevo scartato, gente che aveva presenziato ai balli della Casa del Littorio a Charing Cross per esempio.
«Ma non basta un ballo per definire un individuo pericoloso…»
«Cosa? Parli più forte signorina, per l’amor del cielo!» Balbettai un riferimento al memorandum di Halifax e Chamberlain, agli elementi che rendevano un soggetto pericoloso da classificare come A, o sospetto, come B, oppure innocuo e dunque C. Era a quei criteri che mi ero rifatta, gli unici che avevo ricevuto. «Chamberlain?» sibilò quasi con aria di disprezzo sir James. Ma allora non avevo capito niente? Mi aveva scoperta, dentro di me sapevo che sarebbe successo. Solo… non così presto! Io non ero intelligente, ero solo veloce e ordinata. Una semplice segretaria.
«Al diavolo Chamberlain! Non è più il capo del governo!» Ma che colpa ne avevo se le regole che dovevo seguire erano state stabilite prima di Churchill!
Sir Scott non aveva mai sopportato Neville Chamberlain e per lui era stato un sollievo quando re Giorgio aveva affidato l’incarico di primo ministro a Churchill.
«Mi scusi, signorina Smith. Non vorrà certo che diventiamo la nuova Norvegia! Lei è attenta e veloce, conto molto sul suo lavoro. Si dia da fare.» Allora non voleva licenziarmi? Si fidava ancora di me? Non l’avrei deluso. Aveva ragione, dovevamo essere più scaltri dei nemici. Ma come? Oslo era caduta, la Danimarca si era arresa, Belgio e Olanda erano stati invasi e, quel che era peggio, la Francia era ormai fuori gioco. La minaccia maggiore però restava la Quinta Colonna. La Luftwaffe, infatti, aveva bisogno di coordinate e aiuti da terra.
Il ricordo dell’attacco aereo tedesco a Rotterdam aleggiava su di noi e il bel tempo non faceva che aumentare la paura dell’invasione. Le giornate calde e limpide con le acque della Manica immobili, ideali per le lance dagli scafi bassi di cui Hitler poteva servirsi per far sbarcare carri armati e artiglieria, innervosivano il gabinetto di Guerra e tutte le divisioni a esso sottoposte, come la nostra. La luna piena si avvicinava: in poco più di una settimana le condizioni per un attacco aereo sarebbero state perfette.
(c) 2024 Mondadori Libri S.p.a. per il marchio Piemme (c) 2024 Chiara Clini
Pubblicato in accordo con Otago Literary Agency su gentile concessione di Mondadori Libri Spa
