L’arte della truffaI servizi segreti di Trump spiegano a Trump che Putin non vuole la pace

Le analisi dell’intelligence statunitense (ora guidata da una filo Cremlino come Tulsi Gabbard) prevedono che la Russia non ha alcuna intenzione di negoziare, ma pensa soltanto a prendere tempo per trasformare l’Ucraina in uno Stato fantoccio come la Belarus

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Quando poco più di tre anni fa Vladimir Putin ha annunciato l’inizio della sua “operazione speciale” in Ucraina, il vero obiettivo non era solo la conquista di territori, ma la trasformazione di Kyjiv in uno stato vassallo, un satellite della Russia come la Bielorussia di Lukashenko. Oggi, dopo tre anni di eroica resistenza, gli ucraini sono riusciti persino a conquistare l’oblast di Kursk, ma la strategia del Cremlino non è cambiata. Putin non può permettersi di arretrare: mostrare cedimento sarebbe un suicidio non solo politico, visto la fine che fa chi detiente il potere in Russia. Il Cremlino ragiona in termini di imperi e zone d’influenza, mentre le democrazie occidentali rispondono giustamente col rispetto delle regole internazionali. Ma solo se si entra in questo ordine di idee si può comprendere l’ambiguità di Putin sulla proposta di Trump di un cessate il fuoco di trenta giorni. Un’ambiguità che l’intelligence statunitense ha ben chiara, e forse la Casa Bianca un po’ meno. Putin non vuole davvero negoziare, neanche alle condizioni disperate che propone Trump. Il dittatore russo vuole solo uadagnare tempo per piegare l’Ucraina. Prima o poi.

Le ultime analisi classificate dei servizi segreti americani, rese note dal Washington Post, rivelano che Putin continua a puntare al controllo totale dell’Ucraina, senza reali segnali di cedimento. Un documento del 6 marzo, condiviso con gli alti funzionari dell’amministrazione Trump, sostiene che il presidente russo non ha rinunciato all’obiettivo di sottomettere Kyjiv alla propria influenza, sfidando ogni tentativo occidentale di mediazione. Il quadro delineato dalle agenzie di intelligence è chiaro: anche qualora accettasse una tregua temporanea, Putin sfrutterebbe la pausa per riorganizzare il suo esercito e prepararsi a nuove offensive. Alcuni funzionari americani, citati dal Washington Post, sottolineano il rischio concreto che Mosca possa violare i termini di qualsiasi accordo, orchestrando provocazioni da attribuire all’Ucraina per giustificare nuove azioni militari.

La posizione della Casa Bianca appare complicata, soprattutto dopo l’ambiguo messaggio di Putin di giovedì, quando nella conferenza stampa col vassallo bielorusso Lukashenko ha risposto con cautela alla proposta americana di cessate il fuoco, senza respingerla del tutto ma lasciando intendere che Mosca potrebbe imporre condizioni difficili da accettare per Kyjiv e i suoi alleati.

Sul terreno, le forze russe stanno avanzando in alcuni settori strategici. In particolare, stanno consolidando il controllo su una piccola porzione della provincia di Kursk, che l’Ucraina sperava di utilizzare come leva nei negoziati. Anche se sembra più una ritirata strategica dell’esercito ucraino, su suggerimento di Washington. Ma democrazie e autocrazie giocano due sport diversi: quella che agli occhi della sofisticata, spesso fragile, informazione occidentale viene raccontata in modo diverso dalla martellante e univoca propaganda russa. Il ritiro da Kursk rafforza così internamente la posizione di Putin. E piuttosto che spingerlo verso un compromesso, lo rende meno inabile come stratega di guerra agli occhi della sua opinione pubblica; se così si può ancora chiamare. 

Anche per questo motivo i negoziati per un cessate il fuoco proseguono tra mille difficoltà. L’intesa proposta dagli Stati Uniti e dall’Ucraina, discussa in Arabia Saudita, non si schioda dal primo decisivo passo: la sospensione di trenta giorni delle ostilità lungo i milleottocento chilometri di fronte. Ma se la tregua fosse accettata da Mosca, potrebbe trasformarsi in una semplice pausa tattica per riorganizzare le forze.

Un funzionario europeo citato dal Washington Post spiega che il Cremlino potrebbe sfruttare questa stasi per tornare a utilizzare strumenti di pressione non militari, indebolendo internamente l’Ucraina, come fece tra il 2014 e il 2022 prima dell’invasione. Queste tattiche comprendono l’infiltrazione nelle istituzioni ucraine, la coercizione economica e diplomatica, l’influenza sulla Chiesa ortodossa ucraina e l’attacco ai sistemi energetici del Paese. Per Mosca, destabilizzare l’Ucraina dall’interno potrebbe rivelarsi un’alternativa efficace ai bombardamenti. Per il momento. Infatti lo stesso funzionario anonimo spiega che i russi ritengono Trump un «debole» senza «un nucleo di principi»e «aperto alla manipolazione».

Secondo fonti vicine all’amministrazione, Trump non ha gradito i rapporti che mettono in dubbio la possibilità di un accordo con Putin e nel caso in cui non si arrivi a una soluzione diplomatica, il presidente degli Stati Uniti potrebbe porre nuove sanzioni «devastanti» contro la Russia, senza però specificare quali. Dopo lo show allo Studio Ovale contro Zelensky, Trump pensava di aver ottenuto la fiducia di Putin. Ma il dittatore russo non ha bisogno di un accordo per apparire bene sulle prime pagine dei giornali, sta pensando già a come sarà raccontata la sua fame imperialista sui libri di storia, russi ovviamente. 

L’ex funzionario dell’intelligence Eugene Rumer, citato dal Washington Post, non è ottimista sui negoziati: «Non credo che un cessate il fuoco o anche un trattato possano porre fine alla storia. Siamo di fronte a un nuovo stallo permanente tra la Russia e il resto dell’Europa». Anche perché il gigantesco elefante nella stanza è il problema dei territori conquistati. La Russia controlla oggi circa il venti per cento dell’Ucraina, dopo aver annesso illegalmente la Crimea nel 2014 e quattro province orientali nel 2022. Il dittatore russo non solo vuole mantenerli per avere un collegamento sicuro con la Crimea, ma non è disposto a cedere città simbolo come Kherson e Zaporizhzhia. Così come dall’altra parte il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha ribadito che non accetterà formalmente la sovranità russa su quei territori. Inoltre il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha respinto il mese scorso la proposta franco-britannica di inviare in Ucraina truppe di pace europee per salvaguardare un eventuale accordo. 

Come si risolve uno stallo del genere? Secondo Eric Ciaramella, ex funzionario dell’intelligence statunitense ed esperto di Russia alla Carnegie. «Affinché Putin smetta di combattere, deve pensare di poter vincere in un negoziato». E in questo sta anche la forza della diplomazia, anche se le premesse non sembrano buone. La chiave per raggiungere un accordo favorevole e duraturo per il cessate il fuoco sarà la definizione di accordi di sicurezza per l’Ucraina che le consentano di ricostruire la propria forza militare e di scoraggiare un nuovo attacco. Questo deve essere il punto di arrivo, anche se nel percorso forse vedremo (o abbiamo già visto) delle concessioni per non far sfigurare il dittatore russo di fronte ai suoi sudditi. 

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