L’ambiente parlaQuello che la natura nasconde tra rami, tronchi, chiome e radici

In “Leggere gli alberi”, Tristan Gooley svela gli indizi che si possono cogliere nel linguaggio silenzioso delle piante, un modo per comprendere meglio il mondo che ci circonda

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Gli alberi non vedono l’ora di raccontarci tantissime cose. Ci parlano della terra e dell’acqua, delle persone e degli animali, del clima e del tempo. E ci parlano degli alti e bassi della loro vita. Gli alberi raccontano una storia, ma solo a chi è capace di leggerla.

Negli anni mi sono divertito a osservare e registrare le caratteristiche più significative degli alberi. Tutto è cominciato con l’orientamento naturale e l’ossessione per la loro funzione di bussole: per esempio, crescono di più sul lato esposto a sud. Poi sono stato affascinato dalla loro funzione di mappe: le specie che crescono lungo i fiumi sono diverse da quelle che crescono in collina. Infine, è nata in me la curiosità per gli indizi meno lampanti: i tratti che si nascondono davanti ai nostri occhi.

Possono due alberi essere identici? No, ma perché? Ogni minima differenza di dimensione, forma e colore rivela qualcosa. Quando passiamo accanto a un albero possiamo coglierne una particolarità e leggerla come un indizio di quello che ha vissuto, o di quello che ci dice del luogo in cui cresce. L’albero ci offre un’immagine del paesaggio circostante.

Anche dettagli minuscoli svelano mondi più grandi. Quando le foglie hanno un’evidente linea chiara al centro significa che l’acqua è vicina. E qualche istante dopo… ecco il fiume. Molti alberi che crescono nei pressi dell’acqua, salici compresi, hanno quella caratteristica nervatura bianca sulle foglie, quasi fossero tagliate in due da un ruscello.

L’obiettivo di questo libro è immergerci così in profondità nell’arte di leggere gli alberi da imparare a trovare significati dove solo pochi penserebbero di guardare. E quando ci saremo riusciti non potremo tornare indietro, non vedremo più gli alberi come li vedevamo prima. È un processo gioioso.

Stiamo per scoprire centinaia di segni. E vi consiglio di andare a cercarli: è il modo migliore di sentirsi parte della loro storia. Imparerete a leggerli, ricordarli e goderne per il resto della vita.

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L’arte di leggere gli alberi consiste nell’imparare a riconoscere forme e strutture e a capirne il significato. Non si tratta di individuare la specie. I nomi degli alberi sono molto meno importanti di quanto si possa pensare.

Le singole specie confondono le persone e ci fanno pensare a zone e luoghi precisi: non esistono specie autoctone presenti in entrambe le zone temperate, settentrionale e meridionale, e forse l’Eurasia e l’America del Nord ne condividono solo una, il ginepro. Nessuno al mondo è in grado di riconoscere la specie della maggior parte degli alberi del pianeta solo guardandola. Non c’è mai stato e mai ci sarà.

Servirebbe più di una vita per imparare a individuare a prima vista ogni specie di salice, per non parlare del fatto che probabilmente esistono centomila specie arboree. Saper riconoscere le famiglie può essere prezioso, le singole specie non tanto.

Quando parlo di famiglie, intendo quelle più diffuse, cioè querce, faggi, pini, abeti e ciliegi. Molti sanno riconoscerne alcune, a cui si possono aggiungere con facilità le altre. Per chi invece è totalmente a digiuno di alberi e non riconosce nessuna famiglia, nemmeno le querce o i pini, ho inserito alcune indicazioni in fondo al libro. A meno che non sia diversamente specificato, qui ci occuperemo della fascia temperata settentrionale, che comprende la maggior parte delle terre popolate di Europa, America del Nord e Asia.

Per ogni caso farò riferimento ai tratti generali delle varie famiglie, non a rigide regole valide per tutte le specie e le sottospecie. E se vi viene in mente un’eccezione… complimenti! Ma visto che di eccezione si tratta, conferma la regola. Un libro che tenesse conto di tutte le eccezioni sarebbe noioso e restituito in fretta alla pasta di legno da cui proviene.

Alcuni alberi hanno molti nomi diversi, e quello «giusto» dipende dalla cultura a cui si fa riferimento. Le popolazioni indigene, per le quali le piante rivestono un’enorme importanza, non usano un granché il latino. In qualunque modo chiamiamo un albero, non cambia quello che vediamo, né il suo significato. Il fascino risiede nella scoperta della lingua universale dei segni naturali. Trovo stupendo che nella natura si possano individuare strutture note anche a chi abita dall’altra parte del mondo, e senza sapere nemmeno una parola delle rispettive lingue. L’abilità dei nostri antenati nell’interpretare i segni naturali sicuramente precede di decine di migliaia di anni la prima lingua parlata.

La parola magia ha più di un significato. Può voler dire intrattenere con dei trucchi, ma anche avere poteri straordinari, essere capaci di far succedere cose solitamente impossibili.

Un albero, anche se non conosciamo il suo nome, ci indica con le sue radici la strada per uscire dal bosco.

Estratto da “Leggere gli alberi”, Tristan Gooley, Altrecose, 2025. Traduzione dall’inglese di Stefania De Franco.

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