Sovranismi digitaliLe conseguenze economiche dell’accordo con Trump

Mentre Meloni si allinea alle richieste americane, il premio Nobel Acemoglu invita l’Ue a difendersi dall’offensiva di Big Tech, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Associated Press / LaPresse Only italy and Spain

Mentre Wall Street torna a precipitare in seguito ai nuovi attacchi di Donald Trump al presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, e Harvard fa causa al governo per violazione dei diritti costituzionali dell’università, comincia forse a delinearsi con maggiore chiarezza la reale posta dell’incontro di giovedì a Washington tra Giorgia Meloni e il presidente americano, che tanti elogi ha tributato alla nostra presidente del Consiglio.

Il tempo permetterà di capire presto la traduzione pratica di alcuni punti elencati nel comunicato della Casa Bianca, come l’impegno alla «cooperazione in materia di tecnologie ed equipaggiamenti per la difesa, inclusa la coproduzione e il co-sviluppo», il passaggio sul contributo dell’Italia alla «rinascita del settore cantieristico statunitense» o al fatto che gli Stati Uniti «valuteranno le opportunità di investimento offerte dal contesto imprenditoriale italiano sempre più positivo, anche attraverso gli incentivi concessi dalla nuova Zona Economica Speciale Unica (ZES) istituita in Italia».

Un punto però appare piuttosto chiaro, e preoccupante, fin d’ora. Quello che recita: «Sottolineiamo l’importanza della tecnologia informatica per favorire la libera impresa oltre Atlantico. Abbiamo convenuto che un ambiente non discriminatorio in termini di tassazione dei servizi digitali è necessario per consentire investimenti da parte di aziende tecnologiche all’avanguardia».

Giusto oggi sul Financial Times Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia nel 2024, invita l’Europa a contrastare il predominio dei giganti del web, sulla scia dell’importante sentenza pronunciata la scorsa settimana contro Google da un tribunale americano, secondo cui la società detiene un monopolio non solo nel mercato delle ricerche online (come stabilito da un’altra fondamentale sentenza dell’anno scorso) ma anche «nell’area che genera i suoi ingenti profitti: la pubblicità digitale». E così, sottolinea Acemoglu, mentre le piattaforme si trasformano sempre di più in strumenti di propaganda estremista e inquinamento del dibattito, le fonti di notizie affidabili si indeboliscono fino a svanire. Il risultato sono costi più alti per i consumatori, minore concorrenza ed erosione del principio di responsabilità (accountability) democratico.

L’argomento secondo cui il break-up delle società rallenterebbe l’innovazione è ovviamente falso e interessato, e non c’è bisogno di aver vinto un premio Nobel per sapere che l’intera storia della legislazione antitrust, proprio in America, dimostra il contrario. Il punto, semmai, è che lo “spezzatino” da solo non basterebbe neanche. Acemoglu elogia i passi avanti compiuti dall’Ue con Digital Markets Act e Digital Services Act – il vero bersaglio degli oligarchi che hanno conquistato la Casa Bianca – ma invita a fare di più, rilanciando ad esempio la sua proposta su «un’imposta del 50 per cento sui ricavi pubblicitari digitali superiori ai 500 milioni di dollari annui per limitare il predominio di Google e Meta e creare spazio per i concorrenti». Com’è evidente, si tratta di una questione fondamentale che riguarda lo sviluppo economico e industriale, l’innovazione ma anche la qualità della democrazia.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

X