E la nave vaIl giorno in cui gli albanesi sbarcarono a Bari, e gli italiani non riconobbero sé stessi

In “L’aquila nera”, Anita Likmeta ricostruisce con sensibilità e lucidità storica lo sbarco della Vlora nel 1991, intrecciando la memoria personale alla rimozione collettiva del passato coloniale italiano

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Il sole di agosto picchiava impietoso su Bari, e la città era un calderone ribollente di calore e tensione, una tensione che si percepiva nell’aria immobile e nelle facce di chi si accalcava sul molo, in attesa dell’arrivo della Vlora. La nave, una carcassa di ferro arrugginito, si stagliava all’orizzonte come un fantasma, trasportando non solo corpi, ma un’intera nazione smarrita, un popolo che fuggiva da una terra desolata, devastata dal crollo del comunismo e dalle sue rovine ideologiche.

Erano albanesi, migliaia di albanesi, strappati alla loro terra da una tempesta che non avevano provocato, ma che adesso li trascinava verso l’Italia, verso l’illusione di una nuova vita. Tra loro, mia madre, mio fratello e mia sorella. Gli italiani osservavano da lontano, chi con curiosità, chi con sospetto. Non tutti volevano ricordare, o forse nessuno aveva davvero mai saputo.

La memoria è un atto di selezione, un filtro che ci permette di vivere con il passato senza esserne schiacciati. E così, per la maggior parte degli italiani, l’Albania era solo un concetto astratto, un nome sul mappamondo, uno di quei luoghi periferici che evocano solo il rumore di terre sconosciute, lontane. L’Albania, però, era stata molto di più per i loro nonni e bisnonni. L’Albania era stata terra di conquista, sogno imperialista, desiderio fascista.

Era il 1939 quando il regime di Mussolini la invase, imponendo il proprio giogo coloniale su quel popolo che adesso, cinquant’anni dopo, cercava rifugio sulle sue coste. Ma quel ricordo, quella macchia di vergogna, era stata sepolta nella narrazione nazionale, dimenticata come tante altre colpe del passato.

Pasolini scriveva del potere come di una violenza che si esercita non solo con la forza, ma con l’oblio. La storia diventa ciclica quando i popoli dimenticano di averla vissuta, e a Bari, quel giorno d’agosto, gli italiani sembravano aver dimenticato cosa volesse dire invadere una terra, appropriarsene, piegare la sua gente al proprio volere. Come potevano considerare gli albanesi degli invasori, loro che erano stati i primi invasori? La risposta era semplice: era comodo dimenticare. Comodo ignorare che la povertà di quei volti stanchi che si accalcavano sulla nave era la stessa povertà di milioni di italiani che, nel dopoguerra, avevano superato oceani e confini in cerca di una speranza. Ma la memoria selettiva della nazione permetteva loro di non vedere, di non sentire.

La Vlora attraccò con un sordo clangore, un lamento d’acciaio contro il cemento. L’immagine fu devastante. Uomini, donne, bambini, si pressavano sui parapetti, sporgendosi nel vuoto, come se la banchina fosse la soglia di una salvezza. Molti di loro non sapevano nemmeno dove fossero. Il nome «Italia» non era altro che una promessa vuota, un’eco lontana che rimbalzava nei loro sogni affamati. «Dio è morto» scriveva Nietzsche, e quel giorno sembrava morto davvero. Non c’era redenzione per quegli uomini e quelle donne, solo la nuda lotta per la sopravvivenza.

Dalle strade di Bari si cominciarono a sentire urla. Gente del posto, italiani comuni, gridavano insulti verso quegli sconosciuti, li accusavano di venire a rubare, a portare malattie. Era una reazione istintiva, primitiva, eppure così umana. L’altro, lo straniero, è sempre stato il nemico, la figura contro cui si sfoga la frustrazione di una vita che non soddisfa. La stessa dinamica che aveva mosso i fascisti, gli stessi meccanismi che avevano portato l’Italia a invadere l’Albania mezzo secolo prima. L’invasore diventa invaso, ma il ciclo della violenza non si interrompe mai, si trasforma soltanto.

Tra i migranti si mescolavano sguardi smarriti, frammenti di vite in cerca di un approdo. Mia madre, con una tenerezza infinita, stringeva tra le braccia il mio fratellino Flori, un neonato che pareva incarnare tutte le speranze di un futuro incerto. Al suo fianco, la mia sorellina Emarilda, all’epoca di appena quattro anni, le si aggrappava alla gamba come se fosse l’unica ancora di salvezza in un mare di disorientamento. In quel momento, mia madre assumeva l’aspetto della Madonna delle periferie pasoliniane, una figura che, pur portando il peso di un dolore profondo, non conosce più il miracolo della redenzione. E dietro di lei, un uomo anziano, curvo sotto il peso degli anni e delle illusioni, fissava il mare come se avesse perso ogni punto di riferimento, come se l’acqua salata fosse l’inevitabile verità che gli rimaneva.

Questi erano i nuovi dannati della terra, come li avrebbe chiamati Frantz Fanon: gli esclusi, i dimenticati, coloro che non possiedono più nulla se non la propria miseria. Eppure, nella loro disperazione, c’era una forza primordiale, quella stessa energia che aveva portato gli italiani a emigrare in America, in Germania, in Belgio, quella stessa spinta vitale che si trova nei contadini affamati di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. È la fame che muove il mondo, non le ideologie, non i sogni di gloria. Fame di cibo, di futuro, di dignità. La storia, in fondo, è solo la narrazione di questa fame, declinata in mille forme.

Tratto da “L’aquila nera. Una storia rimossa del fascismo in Albania”, di Anita Likmeta, Marsilio, pp. 240, 17 euro

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