Si definisce aggiotaggio il «reato di porre in essere artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari». È invece insider trader colui che «pone in essere operazioni su strumenti finanziari sulla base di informazioni chiave prima che esse divengano di pubblico dominio». Non è chiaro se Donald Trump stia facendo l’una o l’altra, ma molti cominciano a sospettare che dalla sua posizione di potere stia facendo entrambe le cose. Le oscillazioni provocate dagli annunci sui dazi sono paragonabili a quelli della crisi del 2008 e a quelli del Covid. Il 4 aprile i mercati statunitensi hanno chiuso con un -5,5 per cento, la terza peggior chiusura di sempre, e dopo l’annuncio della pausa il 9 aprile hanno chiuso al +7,87 per cento con il guadagno in termini assoluti più ampio della storia dei listini. Poche ore prima dell’annuncio della pausa dei dazi il post su Truth: «It’s time to buy now! DJT».
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Il Time si chiede se tutto questo sia legale, visto che DJT non è solo la firma del presidente, ma anche il codice della sua società in borsa. La Trump Media & Technology Group (ticker: DJT) è volata del +22,67 per cento, nonostante non fosse minimamente collegata alla politica dei dazi. Quel giorno, la quota di Trump nella società (cinquantatré per cento) ha guadagnato quattrocentoquindici milioni di dollari in valore.
Il tutto avviene in un clima di ambiguità calcolata: Trump non ha mai chiarito se si riferisse al mercato in generale o alla sua società in particolare. Di fatto, però, migliaia di investitori hanno seguito il «suggerimento presidenziale», facendo impennare le quotazioni. Ma l’uso spregiudicato di Trump della sua posizione per influenzare i mercati è cominciato già mesi fa. Ricordate le $Trump e $Melania, ovvero le due criptovalute lanciate dal presidente a gennaio? Dopo un iniziale exploit si sono rivelate una fregatura per i tanti che ci hanno investito e a guadagnarci è stata solo la famiglia Trump.
Secondo Fortune, oltre ottocentotredicimila investitori hanno subito perdite collettive pari a due miliardi di dollari, mentre secondo Reuters, le commissioni totali accumulate da Trump e dai suoi affiliati grazie a questo schema crypto hanno ormai superato i trecentoquarantanove milioni di dollari. Il tutto in un contesto in cui l’ex presidente, fino a pochi anni fa, definiva le criptovalute «una truffa» e chiedeva il loro bando. Oggi, invece, sembra averci trovato la sua personale miniera d’oro.
A formalizzare le accuse che da giorni girano in Rete è stato il senatore democratico californiano Adam Schiff, sia sui social che al Congresso.
Ma anche se un’indagine formale non dovesse mai partire resta un dato di fatto: Donald Trump ha dimostrato di poter muovere i mercati con un post. E forse è proprio questo il punto. Non conta se l’intento fosse davvero speculativo o solo propagandistico. Il confine tra leadership e manipolazione, tra comunicazione politica e insider trading, non è mai stato così sottile. Che si tratti di dazi, criptovalute o consigli d’investimento mascherati da slogan, Trump sta giocando con strumenti che muovono miliardi e cambiano il destino di chi investe o di chi ha versato i risparmi di una vita in un fondo pensione. Con un click, genera panico. Con un altro, euforia. Quanto a lungo potrà ancora essere tollerato?

