Caccia a ottobre russoLa guerra ibrida nel Baltico tra Russia ed Europa

Tagliare un cavo costa poco, per ripararlo servono milioni. I sabotaggi delle reti sottomarine mostrano un conflitto invisibile e letale. Il vero rischio non è il blackout, ma l’instabilità permanente

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C’è un mare europeo in cui si combatte una guerra silenziosa. Non è il Mar Nero, che bagna Ucraina e Romania e che la Russia vorrebbe trasformare nel suo lago personale. Non è nemmeno il Mediterraneo, dove con l’arrivo della primavera inizierà un’altra guerra, quella dei corpi che migrano, dei barconi che affondano. Il mare di cui parliamo è più freddo, più grigio, meno mediatico: è il Mar Baltico. Ed è qui, sotto le sue acque poco profonde, che si consuma il nuovo fronte della sfida tra l’Europa e Mosca.

Una guerra non dichiarata, fatta di sabotaggi invisibili e cavi recisi. Non abbastanza palese per scatenare una risposta armata, ma persistente nell’instillare il dubbio che quei sabotaggi abbiano mani russe. Il mare che sarebbe dovuto diventare un lago Nato perché si affacciano lì tanti paesi dell’Alleanza Atlantica, ora rischia di diventare un pantano militare, in cui si gioca la sicurezza digitale ed energetica del continente. E l’Europa cerca di capire come rispondere prima che sia troppo tardi.

Negli ultimi diciotto mesi, sono almeno sei gli episodi sospetti di sabotaggio sotto il Baltico, con undici cavi tranciati. L’ultimo, pochi mesi fa, ha messo fuori uso un collegamento tra Helsinki e Berlino. Per ora, l’impatto è stato contenuto: niente blackout, Internet salvo. Ma gli incidenti – e la loro frequenza – raccontano un’Europa vulnerabile e una Russia pronta a premere su quella fragilità, perché anche se poco profondo, il Baltico è troppo vasto e trafficato, come spiega Marko Laaksonen, capo operativo della Marina finlandese, ai giornalisti del quotidiano Politico, che hanno pubblicato un lungo approfondimento su questo tema.

Il vero pericolo non è il danno materiale. È il messaggio. Ogni cavo reciso, ogni sospetto silenzio elettronico è un promemoria: Mosca può colpire dove l’Europa è più connessa – e quindi più esposta. La strategia, dicono gli esperti, è semplice quanto efficace: seminare insicurezza, mantenere ambiguità, evitare lo scontro diretto ma erodere, giorno dopo giorno, la fiducia collettiva nella sicurezza. 

In due parole: una guerra ibrida. Questa rete di sabotaggi ha il suo epicentro nel Baltico, ma come un maremoto i suoi effetti si estendono oltre. Per esempio l’Irlanda, priva di una rete elettrica autonoma, potrebbe perdere il dieci per cento della sua energia con un solo taglio. La Norvegia, spina dorsale energetica dell’UE, fornisce un terzo del gas europeo attraverso tubature sottomarine. Un sabotaggio lì equivarrebbe a un attacco al resto d’Europa.

Non tutto rimane però sotto la superficiale. Il Financial Times che ha dedicato anch’esso un lungo approfondimento sulla guerra dei sabotaggi nel Baltico, ha ricostruito nel dettaglio uno degli episodi più emblematici: l’intercettazione dell’Eagle S. Era la mattina di Santo Stefano, mentre gran parte della Finlandia dormiva ancora dopo i festeggiamenti natalizi, quando un’unità speciale della Guardia di frontiera finlandese si è calata da un elicottero sul ponte del tanker sospetto. L’Eagle S, con a bordo un equipaggio georgiano e indiano, aveva trascinato la sua ancora per circa novanta chilometri, tranciando cavi cruciali che collegano Finlandia ed Estonia.

Non è la prima nave coinvolta in un episodio simile, ma è la prima volta che le autorità hanno preso il controllo diretto di un’imbarcazione sospetta.  «Il mare era freddo e agitato, ma dovevamo prendere il controllo della nave», ha raccontato al FT, un membro del team, identificato con il nome in codice Hauki1. Da allora, l’Eagle S è al centro di un’indagine per sabotaggio aggravato. Con quell’intervento, la Finlandia ha tracciato una linea rossa: niente più attese, nessuna esitazione. In caso di nuovi attacchi, Helsinki interverrà subito.

I cavi sottomarini sono vulnerabili per natura. Spessi quanto un braccio, pesano pochi chilogrammi e giacciono a meno di mezzo metro sotto il fondale. Le acque del Baltico – appena trentotto metri di profondità nel Golfo di Finlandia – li rendono prede facili anche per una manovra improvvisata o un’ancora sganciata accidentalmente.  «È sufficiente corrompere un comandante e chiedergli di buttare l’ancora. Costa pochissimo rispetto a un’operazione militare», spiega a Politico Christian Bueger, esperto di sicurezza marittima. Riparare quei cavi, invece, costa eccome: fino a centocinquanta milioni di euro. Servono navi specializzate – e ce ne sono meno di ottanta al mondo. Il ripristino delle connessioni può richiedere settimane, mesi nel caso delle linee elettriche.

L’Alleanza Atlantica ha risposto a metà gennaio, attuando il programma Baltic Sentry: un monitoraggio continuo con droni navali, fregate, pattugliamenti aerei, sorveglianza rafforzata. L’Unione europea ha stanziato cinquecentoquaranta milioni di euro per infrastrutture, riparazioni e nuovi cavi entro il 2027. Ma i limiti giuridici restano. Fuori dalle acque territoriali, il diritto del mare protegge i movimenti delle navi sospette. Il caso della Yi Peng 3, un cargo cinese che ha rifiutato ogni ispezione dopo aver tranciato due cavi tra Svezia e Danimarca, lo dimostra.

Alcuni Paesi, come l’Estonia, vogliono cambiare le regole: autorizzare gli abbordaggi anche nella zona economica esclusiva. «È una questione di indipendenza e sicurezza europea» ha detto la ministra estone del Clima, Yoko Alender. Per ora, gli incidenti sono stati gestiti. Ma un attacco più coordinato, in inverno, su più infrastrutture, magari combinato con un’offensiva cibernetica, potrebbe mandare in tilt il continente. «Siamo in grado di affrontare singoli eventi», spiega a Politico Erkki Sapp della rete elettrica estone, «ma se si moltiplicano, allora potrebbero esserci problemi reali di approvvigionamento».

La Russia, dicono gli analisti, conosce bene i limiti dell’Occidente. Sfrutta l’ambiguità legale, il peso politico del gas, l’assenza di una linea rossa chiara. E con un’America più isolazionista sotto Donald Trump, le garanzie della Nato sembrano più labili.

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