La tirannia in RussiaLa nuova strage russa spiegata due secoli fa da un discepolo di Tocqueville

Nel 1839, sulla scia dell’autore della “Democrazia in America”, Astolphe de Custine andò a Pietroburgo e Mosca per studiare il modello imperiale, e scrisse un formidabile ritratto dell’anima russa e della sua ostilità nei confronti dell’Occidente. Negli anni della Guerra Fredda, “Lettere dalla Russia” diventò un manuale di istruzioni per comprendere l’Urss, ma oggi è più attuale che mai

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Il nuovo massacro di Sumy, così come le fosse comuni a Bucha, il lager del XXI secolo a Yahidne, l’assedio barbaro a Mariupol, e più in generale l’aggressione al libero popolo ucraino, lo spirito imperialista e machista che la ispira, la quantità di bugie a sostegno di questi crimini, comprese le finte trattative di pace, l’assenza di opposizione interna e l’acquiescenza della diaspora in Occidente, insomma tutto quello che c’è da sapere sui russi di oggi, sulla cultura russa, sul suprematismo nichilista che li anima, e sull’illusione occidentale di poterlo addomesticare, si trova in un favoloso libro uscito in Francia nel 1843, e nella seconda metà del secolo scorso pubblicato in Italia anche da un paio di piccoli editori.

“Lettere dalla Russia”, scritto ai tempi dell’Impero russo, è stato riscoperto nel 1975 quando è sembrato un pratico manuale di istruzioni per capire il regime bolscevico dell’Urss. L’autore delle “Lettere” è Astolphe de Custine, un aristocratico francese che nel 1835, l’anno in cui uscì il primo volume della “Democrazia in America” di Alexis de Tocqueville, sulla scia del successo del connazionale andò a Pietroburgo e a Mosca per vedere e poi raccontare il modello russo agli occidentali.

Custine era andato in Russia con una certa dose di scetticismo nei confronti della democrazia rappresentativa che cominciava a farsi largo in Europa, ma di fronte al modello dispotico russo è tornato dal viaggio trasformandosi in «partigiano delle costituzioni».

Custine sta alla Russia come Tocqueville sta all’America, e “Lettere dalla Russia”, ripubblicato da Adelphi nel 2015, avrebbe fatto meglio a intitolarsi “La tirannia in Russia” perché, cosi come Tocqueville vide nel modello democratico americano la direzione verso cui si muovevano le società moderne, Custine nel raccontare l’autoritarismo zarista capì l’importanza della democrazia rappresentativa, prefigurò il terrore stalinista ma anche, a questo punto, il rigurgito neoimperialista della Russia odierna.

«È il libro più intelligente sulla Russia scritto da uno straniero», sentenziò nel 1930 un comunicato dell’associazione dei dissidenti politici russi, mentre il leggendario diplomatico americano George Kennan scrisse che questo libro scritto nel 1839 era il miglior ritratto della Russia di Stalin, ma anche di quella di Breznev. Custine, infatti, aveva dedotto dalla natura del popolo russo che l’alternativa all’oppressione zarista non sarebbe stata una sollevazione delle masse popolari, ma una rivoluzione altrettanto autoritaria come logica conseguenza dell’esplosione di un sistema dispotico. 

Leggere oggi “Lettere dalla Russia”, guardando le immagini dei corpi falcidiati dei civili ucraini che a Sumy andavano a messa nella domenica delle Palme, è una fotografia più nitida di un qualsiasi manuale di geopolitica contemporaneo di un qualsiasi saggio sulle cause dell’invasione armata dell’Ucraina, perché le sue 363 pagine colgono il carattere russo in modo così esatto da trascendere il tempo e da farle diventare l’opera definitiva per legare le barbarie di Ivan il Terribile, la crudeltà di Pietro il Grande, il potere assoluto di Nicola I, il Terrore di Stalin, la brutalità di Breznev, la furia messianica di Vladimir Putin, e le ragioni per cui il popolo russo sia così irredimibilmente «ubriaco di schiavitù».

Scrive Custine il 12 luglio 1839 da Pietroburgo: «Questa popolazione di automi assomiglia a una partita a scacchi dimezzata, in cui un solo uomo sposta tutti i pezzi, e l’avversario invisibile è l’umanità. Nessuno si muove, nessuno respira se non in conseguenza di un permesso o un ordine imperiale; perciò tutto è tetro e coatto: il silenzio governa la vita e la paralizza. Ufficiali, cocchieri, cosacchi, lacchè, cortigiani, tutti servitori a diverso titolo dello stesso padrone obbediscono ciecamente a un pensiero che ignorano; è un capolavoro di meccanica militare. Ma un simile ordine non mi piace affatto, perché tale e tanta uniformità si ottiene con la più completa assenza di indipendenza e di fantasia. Mi sembra di vedere l’ombra della morte aleggiare su questa regione del globo».

Sempre lo stesso giorno: «Io non rinfaccio ai russi di essere quello che sono; ciò che trovo riprovevole in loro è la pretesa di apparire quello che noi siamo. I russi non si sono ancora dirozzati; situazione che, almeno, dà adito alla speranza, benché io li veda in ogni occasione desiderosi di scimmiottare le altre nazioni, e le scimmiottano proprio come fossero scimmie, facendo il verso a quello che imitano. Allora mi dico: Ecco uomini non più selvaggi e non ancora civilizzati. E mi torna in mente il terribile motto di Voltaire o di Diderot, che la Francia ha dimenticato: “i russi sono marci prima di diventare maturi”».

Il 14 luglio, sempre da Pietroburgo, sull’attualissimo pericolo che gli esempi democratici e indipendenti di Ucraina, a Georgia, paesi baltici eccetera rappresentano per la Russia di oggi: «Più vedo la Russia più approvo l’imperatore quando vieta ai russi di viaggiare e quando rende difficile agli stranieri entrare nel suo paese. Il regime politico della Russia non reggerebbe vent’anni alla libera comunicazione con l’Occidente europeo. Non date retta alla cialtroneria dei russi, che scambiano il fasto per l’eleganza, il lusso per la civiltà delle maniere, l’ordine pubblico e la paura per i fondamenti della società. A loro avviso, essere disciplinati significa essere civilizzati; dimenticano che vi sono al mondo selvaggi dai costumi quanto mai miti e soldati oltremodo crudeli: nonostante tutte le loro pretensioni di buone maniere, nonostante abbiano un’istruzione superficiale e una profonda, precoce corruzione, nonostante la loro attitudine a intuire e a cogliere il positivo della vita, i russi non sono ancora civilizzati. Sono tatari irreggimentati: niente di più.
Quanto a civiltà, si sono finora accontentati dell’apparenza; ma se mai potessero vendicarsi della loro inferiorità reale, ci faranno crudelmente espiare i nostri vantaggi».

Lo stesso giorno, sempre da Pietroburgo, Custine scrive: «I russi invece, che credendo di rifare da capo l’antichità non fanno che imitarla maldestramente, disseminano le loro costruzioni sedicenti greche e romane in campi sconfinati dove l’occhio a malapena le scorge. Così, ogni volta viene da pensare alle steppe asiatiche in queste città dove si è preteso di riprodurre il foro romano. Possono darsi da fare finché vogliono, i russi, sempre la Moscovia avrà da spartire più con l’Asia che con l’Europa. Il genio dell’Oriente aleggia sulla Russia, la quale ripudia se stessa quando si mette al seguito dell’Occidente».

Pietroburgo, 1 agosto 1839: «Il pensiero conquistatore, vita segreta della Russia, è un trucco per allettare più o meno a lungo popolazioni rozze oppure dovrà un giorno realizzarsi? Questo dubbio non mi dà pace, e ha vinto ogni mio sforzo per dissiparlo.

Tutto quel che posso dirvi è che da quando mi trovo in Russia vedo nero nel futuro dell’Europa. E tuttavia vi confesso per scrupolo di coscienza che questa opinione è avversata da uomini molto saggi ed esperti. Costoro dicono che io sopravvaluto la potenza russa, che ogni società ha un suo fato, che il destino di quest’ultima è di spingere a Oriente le sue conquiste, poi di dividersi essa stessa… e che la Russia, potente in casa propria, temibile finché lotterà contro le nazioni asiatiche, si sgretolerebbe contro l’Europa il giorno che gettando la maschera scatenasse la guerra per sostenere, con la forza delle armi, la sua diplomazia arrogante. Vedo da vicino il colosso e stento a persuadermi che quest’opera della Provvidenza non miri ad altro che a diminuire la barbarie asiatica. Mi sembra sia innanzitutto destinata a punire tramite una nuova invasione la malriuscita civilizzazione dell’Europa».

Pietroburgo, 29 luglio 1839: «L’uomo non conosce, qui, né i veri piaceri sociali delle intelligenze colte, né la libertà assoluta e brutale del selvaggio, e neppure l’indipendenza d’azione del semiselvaggio, del barbaro; non vedo contropartita alla sciagura  di nascere sotto questo regime se non i sogni dell’orgoglio e la speranza del dominio: ritorno ogni volta a questa passione quando voglio analizzare la vita morale degli abitanti della Russia. Il russo pensa e vive da soldato… un soldato conquistatore. Un vero soldato, qualunque sia il suo paese, non è poi molto un cittadino; qui lo è meno che altrove; è un prigioniero a vita condannato a sorvegliare altri prigionieri».

Stesso giorno di luglio: «La Russia è una nazione di muti; un mago deve aver tramutato sessanta milioni di uomini in automi che aspettano la bacchetta di un altro incantatore per rinascere e vivere. Questo paese mi ricorda il palazzo della Bella addormentata nel bosco: sfavillante, dorato, magnifico; non manca niente… fuorché la libertà, ovvero la vita».

Pietroburgo, 30 luglio 1839: «Se fra i russi si trovano diplomatici migliori che presso i popoli di una civiltà più avanzata, lo si deve al fatto che i nostri giornali li informano su tutti gli avvenimenti e le intenzioni di casa nostra, e che invece di nascondere prudentemente le nostre debolezze, noi gliele riveliamo appassionatamente tutte le mattine; mentre invece la loro politica bizantina, lavorando nell’ombra, ci nasconde accuratamente ciò che si pensa, si fa e si teme a casa loro. Noi camminiamo in piena luce, loro avanzano al sicuro: la partita è impari. L’ignoranza in cui essi ci tengono ci acceca; la nostra sincerità li illumina; la chiacchiera è la nostra debolezza, la loro forza è il segreto: ecco innanzitutto di che cosa è fatta la loro abilità».

Pomerania, 3 agosto 1839: «Il popolo russo mi fa venire in mente quegli uomini che pur aggraziati si credono nati soltanto per la forza: insieme all’indolenza degli orientali, è un popolo che possiede il sentimento delle arti, il che equivale a dire che la natura insufflò in questi uomini il bisogno della libertà: e invece i loro padroni ne fanno strumenti di oppressione. Un uomo, per poco che si innalzi al disopra della plebaglia, acquisisce tosto il diritto, anzi contrae l’obbligo di maltrattare altri uomini, ai quali ha il compito di trasmettere i colpi che riceve dall’alto, riservandosi di cercare nei mali che infligge un risarcimento a quelli che subisce. Così lo spirito di iniquità scende di gradino in gradino fin nelle fondamenta di questa sciagurata società, la quale sussiste soltanto attraverso la violenza; ma è una violenza tale che costringe lo schiavo a non dirsi la verità per ringraziare il tiranno; e da tanti atti arbitrari, che vengono a comporre ogni esistenza privata, nasce ciò che qui chiamano l’ordine pubblico, ovvero una quiete torva, una pace spaventosa perché partecipe di quella tombale; di una simile calma i russi vanno fieri».

Sulla crudeltà russa, nel nostro tempo messa in pratica ogni santo giorno in Cecenia e in Georgia, in Ucraina e in Moldavia, in Siria e in Crimea, scrive Custine: «Qui l’assassinio calcolato si esegue secondo un ritmo; uomini danno la morte ad altri uomini militarmente, religiosamente, senza collera, senza emozione, senza parole, con una calma più agghiacciante che il delirio dell’odio. Si scontrano, si abbattono, si schiacciano, passano gli uni sul corpo degli altri come fossero meccanismi che girano regolari attorno a un perno. Questa impassibilità fisica nel bel mezzo degli atti più violenti, questa audacia mostruosa nel concepirli, questa freddezza nel mandarli a effetto, questo silenzio del furore, questo fanatismo muto è, se così si può dire, il crimine perpetrato in coscienza. Un certo ordine contro natura governa, in questo sorprendente paese, gli eccessi più inauditi: la tirannide e la ribellione seguono una cadenza e avanzano l’una sul passo dell’altra».

Astolphe de Custine è stato il primo a indagare sulla vera natura del regime e del popolo russo, a scoprire quel «fanatismo di obbedienza», quella società «dove non vi è felicità possibile» – si legge nella prefazione all’edizione del 1975 di Pierre Nora – perché non c’è libertà ma solo menzogna, un paese dove «dire il vero» significa «sovvertire lo Stato», e per questo è condannato alla manipolazione permanente della storia visto che «il padrone si trova nella necessità di rifare i fatti». Custine, si legge ancora nella prefazione, racconta la morbosità di uno spionaggio ininterrotto e la mistificazione, l’odio per lo sguardo straniero perché «il regime non reggerebbe vent’anni alla libera comunicazione con l’Occidente».

«La Russia è una società conquistatrice – scrive Custine verso la fine di “Lettere dalla Russia” – la sua forza non risiede nel pensiero ma nella guerra, vale a dire nell’astuzia e nella ferocia».

“Lettere dalla Russia” ha messo a nudo le piaghe e le ulcere della società posticcia russa, scrisse nel 1844 un recensore francese entusiasta dell’opera di Custine. Ci furono anche recensioni molto negative in Francia. Ma a dimostrazione che allora come oggi i russi sono sempre gli stessi si scoprì in seguito che gli articoli negativi pubblicati sulla “Presse”, sulla “Revue de Paris” e sulla “Quotidienne” erano stati ispirati dai servizi segreti di Mosca e dall’ambasciata russa a Parigi.

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