Campana di vetroL’Onu difende i diritti umani punendo sempre e solo Israele

Dietro la retorica dei diritti umani, le Nazioni Unite nascondono una linea d’azione sbilanciata e ostile nei confronti dello Stato ebraico. Non è un osservatore imparziale, ma un attore politico

LaPresse

Le indagini rese pubbliche dall’Alto Commissariato Onu per i diritti umani riguardo all’ultimo rapporto della commissione internazionale d’inchiesta alle Nazioni Unite sollevano enormi perplessità e interrogativi sulle responsabilità attribuite a Israele di crimini efferati, tra i quali il più atroce, quello di avere distrutto le cliniche per la fecondazione artificiale a Gaza per impedire l’assistenza sanitaria e quindi ridurre la capacità riproduttiva del popolo palestinese.

Le commissioni d’inchiesta e le indagini conoscitive promosse dall’Onu si sono spesso rivelate poco affidabili, caratterizzate da gravi lacune metodologiche, errori legali e, soprattutto, da un pregiudizio di fondo. Nella migliore delle ipotesi, equiparano un’organizzazione terroristica a uno stato di diritto, con l’obiettivo di danneggiare la reputazione dei paesi sotto accusa, indipendentemente dalle conclusioni effettive.

Il solo fatto che Benjamin Netanyahu venga indagato per crimini contro il diritto internazionale, o che le forze israeliane siano accusate di crimini contro l’umanità, è già di per sé una notizia. I promotori di queste inchieste lo sanno bene e sfruttano il potere mediatico di procedimenti fondati su premesse false e diffamatorie. In un’epoca in cui molti si limitano a leggere i titoli senza approfondire, ottenere una condanna nell’opinione pubblica è spesso più importante che dimostrare i fatti.

Un esempio emblematico è la missione conoscitiva delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza del 2009, nota come “Rapporto Goldstone”. Il mandato della commissione era già compromesso in partenza, con un’impostazione che parlava di «violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte della potenza occupante, Israele, contro il popolo palestinese in tutto il territorio palestinese occupato, in particolare nella Striscia di Gaza occupata a causa dell’attuale aggressione». Il giurista sudafricano Richard Goldstone, a capo dell’indagine, arrivò infine a sconfessarne le conclusioni, ma la narrazione che ne era scaturita si era già radicata nell’opinione pubblica, rendendo vano qualsiasi ripensamento.

Anche l’accusa odierna risulta facilmente confutabile: i dati provenienti dall’enclave palestinese indicano un’età media della popolazione di diciannove anni, con il quaranta per cento dei 2,2 milioni di abitanti composto da ragazzi e bambini sotto i quattordici anni. Inoltre, nonostante il conflitto scoppiato dopo la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre e la deportazione degli ostaggi israeliani, alcuni dei quali sono ancora nelle mani dei terroristi, la crescita demografica nell’ultimo anno e mezzo è continuata.

Ciò che solleva i maggiori interrogativi sulle accuse rivolte ai soldati israeliani, tuttavia, è l’affidabilità delle fonti da cui l’Onu e le sue agenzie traggono le loro informazioni. Le Nazioni Unite sono un organismo in cui due terzi dei membri appartengono a paesi ostili allo Stato ebraico. Dal 1967, con il cambio di rotta dell’Unione Sovietica, questi stati hanno abbracciato la causa palestinese, trasformando l’Onu in uno strumento di pressione contro Israele.

Da allora, l’organizzazione ha adottato una politica di continue risoluzioni sanzionatorie nei confronti dello Stato ebraico, mentre ha sistematicamente insabbiato le responsabilità palestinesi nei crimini commessi non solo da Hamas, ma anche da altre organizzazioni attive nei territori controllati dall’Autorità nazionale palestinese. Quest’ultima, pur non essendo uno stato sovrano, gode comunque di un seggio alle Nazioni Unite, rafforzando ulteriormente la sua legittimazione internazionale.

Uno degli episodi più vergognosi nella storia dell’Onu rimane la Conferenza di Durban contro il razzismo e le discriminazioni del 2001. Presieduta dall’Alto Commissariato per i diritti umani sotto la guida dell’irlandese Mary Robinson, la conferenza si trasformò in una vera e propria manifestazione di antisemitismo.

Il sionismo venne equiparato al razzismo, Israele fu accusato di apartheid e, nelle strade di Durban, si scatenò una caccia all’ebreo. Quella conferenza, anziché promuovere i diritti umani, divenne un’arena di incitamento all’odio, segnando uno dei momenti più oscuri della storia del Palazzo di vetro.

Basti citare, tra gli esempi più recenti di parzialità sulla questione israelo-palestinese, il caso denunciato dall’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan, durante la Giornata della Memoria delle vittime del terrorismo al Palazzo di Vetro nell’agosto scorso. In quell’occasione, il diplomatico accusò l’organizzazione di aver escluso qualsiasi immagine delle vittime del 7 ottobre dalla mostra fotografica Memories, dedicata agli atti terroristici più cruenti degli ultimi decenni. Un’omissione che non può che sollevare interrogativi sulla sistematica distorsione della realtà all’interno dell’Onu.

A questo si aggiunge la controversa vicenda dell’Unrwa, l’agenzia che, sulla carta, dovrebbe occuparsi dell’educazione nei territori palestinesi, ma che nei fatti è diventata un centro di indottrinamento, alimentando l’odio nelle giovani generazioni sin dall’infanzia. Il problema non si limita alla complicità nella radicalizzazione: alcuni membri dell’Unrwa sono stati direttamente coinvolti nelle stragi del 7 ottobre, rivelando un legame inquietante tra l’agenzia e il terrorismo.

Stiamo parlando della stessa organizzazione che non ha avuto alcuno scrupolo, nell’affidare la presidenza del Social Forum 2023 del Consiglio dei diritti umani all’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Ali Bahreini. Una decisione tanto paradossale quanto inaccettabile, paragonabile ad affidare la direzione di un asilo nido a un pedofilo.

Un capitolo a parte merita poi il trattamento riservato dall’Onu alle accuse di violenza sessuale nel conflitto. Da un lato, si è dato ampio spazio a presunte violenze da parte dei soldati israeliani, senza alcuna prova concreta. Dall’altro, le Nazioni Unite hanno mantenuto un silenzio inquietante sulle violenze sessuali, queste sì documentate in modo inconfutabile, subite dalle donne israeliane il 7 ottobre e nei mesi successivi durante la prigionia a Gaza, per mano dei terroristi di Hamas.

L’inattendibilità delle inchieste condotte dalle commissioni Onu si riflette anche nella selezione delle fonti: le informazioni provenienti da Gaza, derivano quasi esclusivamente da agenzie palestinesi, tra cui il cosiddetto ministero della Sanità di Hamas, che da mesi diffonde ininterrottamente fake news per alimentare la propaganda. Una fonte del genere non può essere considerata attendibile, e anche l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite solleva seri dubbi sulla sua autorevolezza e veridicità.

A prescindere dalle accuse di antisemitismo mosse dal governo israeliano, ciò che risulta evidente e incontestabile è l’inaffidabilità di un’organizzazione che, negli ultimi decenni, ha ampiamente dimostrato di essere faziosa, squilibrata nei numeri e nelle azioni intraprese. Basti ricordare che nell’Assemblea generale siedono paesi con scarso o nullo rispetto per la democrazia e che, nel culmine del paradosso, il Consiglio di sicurezza include tra i suoi membri permanenti nazioni difficilmente considerabili esempi di trasparenza e libertà.

X