Russia firstL’ostinata illusione americana di normalizzare Putin

Il tradizionale approccio accomodante degli Stati Uniti verso il Cremlino ha favorito il revanscismo russo, con risultati disastrosi per la sicurezza europea. Trump fa lo stesso, con una retorica più muscolare

AP/Lapresse

L’approccio di Donald Trump nei confronti della Russia e di Vladimir Putin non è poi molto diverso da quello delle precedenti amministrazioni americane. Trump ha una grammatica tutta sua, metodi da camorrista, nella forma è uguale solo a se stesso, e prima di lui nessun presidente si era mai schierato pubblicamente con tanta convinzione dalla parte di Mosca contro uno degli alleati europei di Washington, in questo caso l’Ucraina. Ma la sua politica si può riassumere come un tentativo di distensione, un appeasement nei confronti di Putin, che a guardare bene non si discosta molto da quello che hanno fatto gli Stati Uniti nella loro storia recente.

Tutti i presidenti degli Stati Uniti per più di un quarto di secolo hanno accontentato Mosca, sempre con risultati negativi. E non bisogna stupirsi se i recenti tentativi di Trump di dialogare con Putin per arrivare a un accordo di pace, o anche solo a un cessate il fuoco in Ucraina siano stati un fallimento.

«In tre decenni e sei amministrazioni presidenziali, Washington ha cercato di normalizzare o migliorare le relazioni con Mosca, accontentando il Cremlino a spese di altri ex Stati sovietici. Puntualmente, questa politica ha favorito il revanscismo russo», scrive Alexander Vindman su Foreign Affairs, descrivendo una strategia politica che chiama Russia first.

Vindman è un ex tenente colonnello dell’esercito americano, oggi è direttore dell’Institute for Informed American Leadership della Vet Voice Foundation e dal 2018 al 2020 è stato direttore per gli affari europei del National Security Council. «Una lunga serie di reset con Mosca – scrive ancora Vindman – non è riuscita a produrre stabilità a lungo termine e anzi ha incoraggiato una crescente aggressività della Russia».

Oggi Putin non ha motivo di negoziare o ricambiare le misure di de-escalation adottate dall’Ucraina. In primo luogo perché Washington si è più volte dimostrata disposta a soddisfare le richieste di Mosca. E anche quando l’amministrazione Biden ha dato il suo massimo sostegno politico all’Ucraina – cioè nel punto più basso nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia – Washington sempre ha optato per una generale politica di gestione dell’escalation, trattenendo inutilmente l’assistenza materiale all’Ucraina per paura di provocare la Russia.

Finora anche la seconda amministrazione Trump ha mantenuto questo atteggiamento di deferenza verso il Cremlino. Invece di rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti attraverso alleanze più forti, la Casa Bianca conta sul fatto che un altro reset delle relazioni avrà successo laddove i precedenti hanno fallito. «Ignorando le lezioni della storia, Trump spera di gestire le relazioni tra Stati Uniti e Russia e garantire la stabilità internazionale cedendo selettivamente agli interessi di Putin in Europa. Questo approccio non ha funzionato per le precedenti amministrazioni e non funzionerà nemmeno ora», avvisa Vindman.

Nella sua analisi, il direttore dell’Institute for Informed American Leadership ripercorre gli ultimi tre decenni di storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e il modo post-sovietico: parla dell’impegno per integrare le ex repubbliche sovietiche nelle istituzioni occidentali, la stipula di accordi internazionali e la ricerca di garanzie di sicurezza per tutta l’Europa.

Questa strategia nascondeva già i suoi problemi, ma fino all’inizio del ventunesimo secolo nessuno poteva notarli. Poi intorno alla metà degli anni Duemila la rinascita della Russia, facilitata in parte dall’impennata dei prezzi delle materie prime, ha portato a un atteggiamento più aggressivo nei confronti dei suoi vicini.

Mosca ha intensificato la sua coercizione economica, l’ingerenza politica e l’aggressione militare per ostacolare il percorso verso la democrazia e l’integrazione europea dei Paesi che la circondano. Nel 2004, il Cremlino è intervenuto nelle elezioni presidenziali in Ucraina sostenendo Viktor Yanukovych; quattro anni dopo, nel 2008, ha invaso la Georgia, dove occupa ancora le regioni di Abkhazia e Ossezia del Sud e continua a influenzare la politica di Tbilisi.

Il 2008 è anche l’anno dell’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. Obama è stato il presidente che più di tutti ha spinto per una politica accomodante, con la Russia e con altri Paesi. L’idea, ancora una volta, era quella di una de-escalation per placare Putin e scoraggiare nuove aggressioni in nome della cooperazione economica e di sicurezza. «Gli sforzi di Obama hanno prodotto un risultato pratico significativo: un nuovo accordo sul controllo degli armamenti nucleari chiamato New Start. Ma hanno fatto poco per soffocare il revanscismo della Russia», si legge su Foreign Affairs. Le conseguenze si sono viste nel 2014, con l’invasione della Crimea da parte della Russia.

Dopo Obama è arrivato Trump, un maestro nel fare la voce grossa – ha ampliato le sanzioni e inviato più armi all’Ucraina – mentre nel concreto apriva a Putin e si mostrava dialogante: un approccio incoerente che non ha prodotto grossi risultati.

Discorso diverso, ma con risultati simili, per Joe Biden. L’ex presidente ha sempre trattato la Russia come un avversario politico, ma il suo aiuto concreto all’Ucraina è stato insufficiente rispetto alle esigenze. Dopo l’invasione su vasta scala del febbraio 2022, la retorica più dura – ha chiamato Putin «macellaio» – non ha trovato riscontri equivalenti nelle decisioni politiche.

«Per troppo tempo, l’amministrazione Biden ha accettato la retorica russa sulle linee rosse e ha preso per buone le minacce nucleari di Putin. Contribuendo troppo poco con gli aiuti, imponendo restrizioni al raggio d’azione delle armi fornite dagli Stati Uniti e designando come off-limits alcuni obiettivi strategici: in questo modo Biden ha permesso all’esercito russo di reggere l’urto e spostare le risorse fuori pericolo. Quando alla fine ha accettato di inviare sistemi d’arma avanzati a Kyjiv, era troppo poco e troppo tardi», scrive Vindman. È vero, Biden è quello che più di tutti ha provato a sganciarsi dall’approccio che Vindman definisce Russia first, ma non è mai arrivato a rompere del tutto.

Poi è tornato Trump, e con lui sono tornati gli artifici retorici da cialtrone-in-chief. Ha detto che avrebbe posto fine alla guerra in ventiquattro ore. Invece a più di due mesi dal suo insediamento l’accordo di pace non sembra più vicino o né più credibile.

Trump finora è stato fin troppo accomodante con l’autocrate del Cremlino. Nel weekend si è detto «molto arrabbiato» per l’atteggiamento di Putin, ma non sappiamo se questo porterà un cambio di strategia. Di sicuro, tutti i funzionari della sicurezza nazionale americana sanno che non c’è alternativa: l’Ucraina va aiutata, perché una sua sconfitta avrebbe reazioni a catena enormi su tutta l’Europa e sulla Nato. Quindi dare a Kyjiv un vantaggio strategico ai negoziati sarebbe una vittoria diplomatica significativa per gli Stati Uniti.

«Trump potrebbe ancora rendersi conto che Putin lo sta manipolando e decidere di cambiare rotta», suggerisce Vindman. «I consiglieri per la sicurezza nazionale di Trump devono aiutarlo a vedere che se l’Ucraina è costretta a un cessate il fuoco senza garanzie di sicurezza, Mosca userà la tregua per riarmarsi e lanciare nuove offensive, proprio come ha fatto dopo gli accordi di Minsk nel 2014 e nel 2015». Per evitare questo scenario, gli Stati Uniti e l’Europa devono stabilire impegni di sicurezza a lungo termine nei confronti dell’Ucraina e garantire che Kyjiv non sia lasciata vulnerabile a future aggressioni.

L’approccio transazionale di Trump non può produrre risultati significativi, se non nel breve termine. Ma non è quello che serve agli Stati Uniti, all’Ucraina e all’Europa intera. Secondo Vindman, per arrivare a una pace duratura Washington deve mantenere un certo tipo di influenza – diversa per ogni soggetto – su Ucraina, Europa e Russia. A Kyjiv si potrebbe chiedere di attuare le riforme per contrastare la corruzione e facilitare l’accesso al mercato americano e i diritti sui minerali del sottosuolo ucraino.

In cambio, Kyjiv riceverebbe altri aiuti militari e l’accesso a fondi aggiuntivi per la ricostruzione e lo sviluppo. Mentre gli europei potrebbero riequilibrare la condivisione degli oneri per la sicurezza e la difesa e assumere il ruolo di guida della sicurezza nel continente. E Mosca dovrebbe porre fine a decenni di interferenze, guerra ibrida e aggressione militare per normalizzare le relazioni con l’Occidente (a partire da una rimozione delle sanzioni che stanno indebolendo la sua economia).

La strategia “Russia first” è stata un chiaro fallimento, ha incoraggiato il Cremlino a perseguire i suoi obiettivi imperialistici e ha reso gli Stati Uniti e i suoi alleati europei meno sicuri. Ora c’è bisogno che gli Stati Uniti aumentino la pressione su Mosca calcando la mano sulle sanzioni e aumentando gli aiuti militari all’Ucraina.

«Washington – conclude Vindman – deve mantenere la sua determinazione di fronte al tintinnio di sciabole nucleari di Putin, spingere l’economia russa sull’orlo del precipizio e aiutare Kyjiv a ottenere i successi sul campo di battaglia necessari per costringere Mosca a negoziare. La chiave per raggiungere un accordo di pace è che l’Ucraina entri nei negoziati da una posizione di forza, la Russia da una posizione di debolezza e gli Stati Uniti con una forte influenza su entrambe le parti.

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