C’è un nuovo stile di governo in Sicilia. Muscolare, verticale, risolutivo; anche rancoroso, diciamo. Lo chiameremo Modello Schifani, dal nome del suo ideatore, il presidente della Regione, il cui punto di riferimento non è né il manifesto di Ventotene né il lascito morale di Silvio Berlusconi, ma, addirittura, Francesco Guccini, il primo, quello aspro, quello de “L’avvelenata”. Perché sembra proprio avvelenato questo presidente che procede a colpi di epurazione, non perdona chi sbaglia o chi non piace.
L’ultima vittima, in ordine di tempo, è Vito Riggio, amministratore delegato della Gesap, la società che gestisce l’aeroporto Falcone-Borsellino di Palermo. Prima ancora, il manager dell’Asp di Trapani, Fernando Croce. E ancora, Roberto Albergoni, l’uomo che ha portato Agrigento a diventare Capitale Italiana della Cultura 2025. Una linea di condotta netta: chi non rientra nel perimetro della visione del presidente della Regione, o semplicemente non gli garba, viene messo alla porta. Senza troppi giri di parole. Senza confronto. Senza appello.
Le parole di Riggio, ad esempio, suonano come l’ennesimo addio amaro: «Mi dimetto. Non capisco perché, con due milioni di passeggeri in più, Schifani abbia cambiato idea su di me. Ma va bene così. Mi riprendo la mia libertà». Tutto nasce da un comunicato del presidente della Regione, che accusa la Gesap di «preoccupante assenza di visione strategica». E aggiunge: «Serve una guida all’altezza delle sfide che il nuovo contesto economico internazionale ci impone».
Affermazione pesante, che non lascia spazio a interpretazioni e che ha provocato, in poche ore, le dimissioni irrevocabili di Riggio, voluto solo pochi mesi fa in quel posto dallo stesso Schifani. Eppure Riggio era uno dei pochi, in Italia, ad aver fatto politica da mezzo secolo attraversando indenne, cum laude, prime e seconde repubbliche (per capirci meglio: la foto del giovane Riggio nella sua pagina biografica su Wikipedia, è in bianco e nero). Nonostante gli ottimi risultati ottenuti a Palermo (tra i primi dieci scali italiani, con nove milioni di passeggeri l’anno), Riggio non si è salvato di fronte all’impeto di Schifani che sembra quasi cantargli in faccia «chiedo scusa / sono della razza mia / il primo che ha studiato».
«Se sono d’umore nero allora scrivo» canta Guccini. E l’umore di Schifani, ultimamente, deve essere stato nerissimo per dare il via a un’altra epurazione: il manager dell’azienda sanitaria di Trapani, Fernando Croce, rampante avvocato in quota Fratelli d’Italia, finito su tutti i giornali (questo compreso) per lo scandalo dei referti istologici consegnati con mesi di ritardo (se non spariti) mentre i pazienti, nell’attesa, affrontavano tumori dei quali nessuno aveva comunicato loro l’esistenza.
Anche lì, gran carteggio con il manager nel tentativo di giustificare questi ritardi, denunciando di fatto un andazzo che va avanti da anni. Croce ricorda di aver mandato più di un sollecito alla Regione – senza ottenere risposta e aiuto – e così Schifani ha trovato in lui il capro espiatorio, una circolare dopo l’altra, fino all’ultima, definitiva: il provvedimento di sospensione per «gravi disservizi legati ai ritardi nell’erogazione delle prestazioni di anatomia patologica, suscitando grande clamore mediatico e un crescente allarme sociale, oltre a mettere a repentaglio la salute dei cittadini interessati». Addio al giovane manager, sacrificato in nome dell’efficienza e della pulizia d’immagine.
«Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?» È Guccini, ma sembra la risposta con cui Schifani ha liquidato l’ultimo epurato, Roberto Albergoni, colui che ha inventato e portato avanti la candidatura, poi vincente, di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025. Qualche giorno fa il manager è stato destituito dall’incarico di direttore generale della Fondazione Agrigento 2025. «Tutti siamo utili e nessuno è indispensabile» è stato il laconico commento del governatore, lasciando intendere che sì, anche chi ha portato Agrigento alla ribalta internazionale può essere fatto fuori, senza troppe cerimonie, mentre quella che poteva diventare una vetrina internazionale e un’occasione di rilancio sta diventando l’ennesima pessima pubblicità per l’Isola.
Sanità, cultura, trasporti, crisi idrica. Qualunque sia il dossier sul tavolo, la regola è una: l’ultima parola spetta a lui. E se qualcosa va storto, se proprio non si trova nessuno, neanche un funzionario, a cui dare la colpa, c’è sempre il jolly nel mazzo: dare la colpa ai governi precedenti. Sempre. Peccato solo che in Sicilia il concetto di governo precedente è un po’ labile, dato che governa quasi esclusivamente il centrodestra.
Ma se c’è una verità, è che in Sicilia i problemi restano. La crisi idrica, i cantieri eterni, le infrastrutture che arrancano, la sanità che non riesce a garantire i servizi essenziali. E in questo scenario, le epurazioni possono forse offrire lo spettacolo di un potere deciso e granitico, ma non risolvono il dramma quotidiano dei siciliani. Anzi, rischiano di aggiungere caos alla già difficile gestione della cosa pubblica.
Facendo cadere i non allineati come birilli, Schifani sta segnando un percorso ben preciso: gettare le basi per la sua ricandidatura, nel 2027, a settantasette anni (ma si sa, i settanta sono i nuovi venti, soprattutto in politica), guardandosi dai suoi veri nemici che non sono gli avversari politici, praticamente inesistenti, ma i suoi compagni di viaggio. «La Sicilia cresce ed io non posso lasciare a metà il mio programma» ha detto in una recente intervista. Poteva usare sempre le parole di Guccini: «E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare / Ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto». Firmato: Schifani, l’avvelenato.