Arrivato ieri qui a Inari, un altro campo di prigionia dopo la colonia penale di Hyljelahti. Solo che questo non è segnato sulle carte finlandesi. Si trova a una ventina di chilometri dalla chiesa di Inari, direzione est-nord-est. Il lago non è lontano. Non c’è una vera e propria strada e all’altezza della deviazione due grandi alberi lo nascondono alla vista. Cartelli scritti in tedesco e nel sami di Inari vietano il transito, pena la morte. In sami perché i pochi che passano di qui probabilmente sono sami che portano le loro renne sui fjell. Ma chissà se quelli sanno leggere.
Hänninen è la persona che mi ha accolto. Mi sono presentato: Väinö Remes, impiegato militare, interprete. Mi ha squadrato da capo a piedi senza dire nulla. Devo essergli sembrato piuttosto giovane. Con un’auto tedesca abbiamo percorso una pista battuta fino al cancello del campo, dove siamo scesi. La guardia di turno non si è mossa, ma quando ha visto l’ufficiale di colpo ha cambiato espressione. Dagli occhi si capiva che il tedesco aveva paura. C’era un teschio sul suo colletto. Hänninen gli ha detto qualcosa offrendogli una sigaretta. La guardia ha rifiutato. Non sono sicuro che capisse il finlandese.
Hänninen mi ha spiegato cose che sapevo già. Anche qui i prigionieri sono divisi per tende. Nella tenda a sinistra ci sono gli ucraini, in quella accanto i sovietici e in quella dopo ancora i serbi. C’è anche una quarta tenda. Ma di quella non ha detto niente. Non so cosa ci sia dentro.
Ebrei non ce ne sono. Chi è ebreo o potrebbe esserlo viene trasferito alla colonia penale di Hyljelahti. Qui non ci sono così tanti prigionieri come negli altri campi, ma ne arrivano sempre di nuovi. Hänninen dice che l’altro ieri sera è arrivato un carico di prigionieri via nave da Danzica, polacchi e rumeni tra gli altri. Da domani saranno assegnati alla costruzione della strada verso nord. In zona ci sono anche un paio di altri campi, uno riservato ai tedeschi, traditori della patria e profanatori della razza. Questi ultimi sono i peggiori. Ogni domenica ne portano alcuni al carcere di Inari, dove vengono giustiziati.
Non si può descrivere questo campo senza parlare della puzza. Nonostante la limpida aria invernale si respira morte ovunque. L’odore mi ha investito non appena Hänninen ha aperto di poco la porta di una tenda. Gli uomini giacevano a terra stretti gli uni agli altri, fagotti sporchi e fetidi, attorno a un’indefinibile struttura precaria che si levava nel mezzo. Non so perché, ma sulle prime ho pensato a una catasta di latte vuote. Con i fusti usati si può fare di tutto, ma quelle vecchie latte dovevano essere una stufa. Dentro il fuoco era spento, anche se faceva un freddo cane. La puzza dei prigionieri era così rivoltante che mi è venuto un forte attacco di tosse. Hänninen ha detto che ci si abitua. Aveva uno sguardo sonnolento e trasognato. So da dove arriva quello sguardo. Gli ho chiesto perché non c’era fuoco nella stufa dei prigionieri. Ha detto che il giorno prima uno di loro aveva portato legna nella tenda senza permesso.
Abbiamo raggiunto una baracca oltrepassando una trincea. All’interno faceva caldo. Hänninen ha annotato il mio arrivo al campo su un registro. Ho firmato senza prestare attenzione a ciò che aveva scritto, tanto nemmeno a lui importava del mio scarabocchio. Anche lui ne ha abbastanza di tutto questo.
Hänninen ha specificato che devo sempre obbedire agli ordini, che qui sono al servizio dei tedeschi, non solo come interprete ma anche come guardia. Mi ha raccontato di un’altra guardia, un certo Lars, che per stanchezza si era lasciato inavvertitamente scivolare troppo in basso nella guardiola e non era più visibile da lontano. Il comandante Felde, che è anche il mio superiore qui, stava rientrando al campo dopo un incontro con il governatore provinciale Hillilä e il colonnello Willamo. Era ubriaco. Ha ucciso la guardia su due piedi con un colpo di pistola. Hänninen ha detto di averlo visto con i propri occhi. A quanto pare si trovava sul posto. Sostiene perfino che schizzi di sangue di quel ragazzo tedesco macchiano ancora il suo colletto. Mentre me lo raccontava ha preso un piccolo oggetto dallo scaffale superiore e se l’è infilato nel taschino.
Tornati fuori mi ha messo in mano un fucile e una pistola. La mia dotazione. Non ho mai portato un’arma prima d’ora. Nelle mie precedenti missioni non avevo la licenza e mi stava bene così. Non mi aspettavo che il cinturone fosse tanto pesante. Abbiamo camminato in silenzio fino alla guardiola dove dovevo iniziare il mio primo turno. Prima di separarci, ha estratto dal taschino una boccetta di vetro marrone con sopra un’etichetta vuota. Si è versato un paio di gocce in bocca, ha deglutito e si è schiarito la gola. Mi ha scrutato da capo a piedi e sembrava quasi volermi chiedere se avevo freddo. D’istinto mi sono stretto nel cappotto spesso, sotto il quale portavo una giacca in più, e ho mosso le dita dei piedi negli stivali resi impermeabili dalla cera.
Hänninen ha tirato fuori dal taschino un orologio, l’ha caricato controllando l’ora e poi ha guardato il cielo. «A proposito, c’è anche un prigioniero finlandese qui» ha detto, ma prima che potessi domandargli qualcosa mi ha augurato buona fortuna e si è riavviato nella neve, ha superato il cancello e ha chiuso sbattendo la portiera dell’auto nera. La luce rossa dei fari posteriori si è accesa nel momento in cui la guardia tedesca ha lasciato la garitta, ha fatto il saluto militare ed è andata a dormire nella sua baracca. Ho preso il suo posto.
Erano circa le tre e un quarto quando ho visto una stella cadente attraversare il cielo solitaria. Ma non ho osato esprimere un desiderio.
Questa terra non può più permetterselo. Questa è una terra perduta.
Tratto da “Terra di neve e cenere” (Marsilio), Petra Rautiainen, 19€, pp. 304
