Donald Trump ha annunciato che nei prossimi giorni imporrà nuovi dazi sull’importazione di semiconduttori e prodotti elettronici, comprese categorie finora risparmiate come smartphone e computer. Il presidente americano ha dichiarato che «i chip, e tutto ciò che ruota attorno alla catena dell’elettronica, devono tornare a essere prodotti negli Stati Uniti», anticipando un’indagine per motivi di sicurezza nazionale che potrebbe allargare i dazi, oltre la Cina, colpendo tutti quei Paesi dove le multinazionali stanno spostando, o hanno già spostato, la produzione proprio per evitare i dazi: Vietnam, India, Cambogia. Ancora una volta la frenesia di Trump disorienta i mercati, colpisce i fornitori globali e alimenta l’inflazione, con prezzi destinati a salire anche per i consumatori italiani ed europei.
Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha chiarito che i nuovi dazi riguarderanno «prodotti ad alta tecnologia essenziali, come semiconduttori, smartphone, computer e farmaci», e che saranno separati dai già esistenti dazi reciproci, i quali hanno portato le imposte sulle importazioni dalla Cina fino al centoventicinque per cento. Anche se in una fase iniziale erano previste alcune esenzioni, Trump ha già anticipato che queste potrebbero essere riviste.
Intanto il mondo imprenditoriale americano ha lanciato l’allarme. Bill Ackman, finanziere e sostenitore di Trump, ha chiesto una pausa di novanta giorni per evitare il collasso della supply chain. Ray Dalio, fondatore di Bridgewater, teme che gli Stati Uniti stiano scivolando verso una recessione, o «qualcosa di peggio, se questa politica non viene corretta».