War fatigueL’Ucraina è ancora in guerra, e i media hanno il dovere di ricordarcelo

Dal palco del Festival del Giornalismo di Perugia, tre giornaliste europee spiegano perché raccontare l’invasione russa è diventato più difficile, ma anche più urgente che mai

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C’è un momento, durante le guerre, in cui la tragedia si normalizza. I chilometri conquistati o persi smettono di essere una notizia. I bombardamenti diventano rumore di fondo. È allora che i giornalisti devono compiere la scelta più difficile: continuare a raccontare. Trovare il modo per ridare senso a una realtà che l’attenzione pubblica ha ormai relegato al margine. Lo stesso vale purtroppo per la guerra in Ucraina. Sono passati oltre tre anni, ma i crimini di guerra russi non si cancellano. Nelle tiepide case occidentali, quando per qualche minuto si parla dell’invasione russa, si ha un certo fastidio nel pensare che la pace non si sia ancora ottenuta. Un misto di rassegnazione che i media hanno chiamato war fatigue, come se a combattere fossimo noi, e non gli eroici ucraini.

È per combattere questa stanchezza, e per difendere la verità, che tre giornaliste europee si sono incontrate al Festival del Giornalismo di Perugia. Il panel, dal titolo “Addressing Ukraine fatigue in the media: keeping the story alive”, ha riunito sul palco del Teatro del Pavone Alicia Alamillos (“El Confidencial”), Sonia Delesalle-Stolper (“Libération”), Daryna Shevchenko (“The Kyiv Independent”) e la moderatrice Zoya Krasovska, in rappresentanza della piattaforma civica ucraina “Come Back Alive!”, fondazione sostenuta da Linkiesta con una raccolta fondi. 

Oltre mille giorni di invasione su vasta scala, la più devastante in Europa dalla Seconda guerra mondiale, non sono bastati a mantenere saldo l’interesse internazionale. «La guerra continua, ma le redazioni si ritirano. Gli occhi del mondo si spostano altrove», ha spiegato Shevchenko. L’Ucraina continua a perdere vite, infrastrutture, energia. Eppure, nei giornali cala la priorità verso queste notizie.

«La gente tende a disinteressarsi quando la guerra diventa solo una questione di chilometri quadrati», spiega Alamillos. «Dobbiamo combattere l’idea aggressiva e pessimista che “tanto la Russia è troppo potente, lasciamole metà Ucraina”. Siamo nell’Unione Europea perché crediamo che il potere delle armi non debba cambiare i confini».

Una parte della responsabilità – e del rimedio – ricade proprio sui media. Secondo Sonia Delesalle-Stolper è una necessità editoriale: «La guerra è triste. Ma ancora più triste è quando diventa noiosa. E noi dobbiamo impedire che questo accada». Il trucco, ha spiegato, è variare l’angolo del racconto: mostrare la quotidianità, la cultura, la quotidianità dei piccoli gesti. Raccontare che a Kyjiv si continua a vivere, sposarsi, studiare, pur sotto allerta missilistica. Perché sì, la guerra è morte, ma è anche resistenza.

Per Alamillos si può raccontare la guerra in Ucraina partendo da dettagli minimi, e in apparenza insignificanti, dove in realtà si annida la forza di un racconto che scavalca la statistica, trovando storie che parlino anche a chi non vuole più ascoltare: «Quando provi a spiegare una guerra, scegli le scarpe di un bambino. O, come mi è successo a Borodianka, un orso di peluche senza occhi. Non è un bambino. Ma è tutto quello che serve per dire cosa è successo lì. In Spagna abbiamo una tradizione pacifista. Ma questo non giustifica il pensare che il riarmo europeo non ci riguardi».

Per questo, a El Confidencial, cercano angolazioni che parlino ai lettori spagnoli: questioni energetiche, attacchi ibridi, legami con l’Unione europea. «Questa è una guerra totale: infrastrutture, energia, equilibri sociali europei. Bisogna raccontarla tutta. Un missile russo può impiegare due minuti in più a raggiungere Madrid rispetto a Berlino. È un problema anche per noi».

Tutte le relatrici hanno concordato su un punto: l’Ucraina è oggi uno specchio dell’Europa. Se si cede di fronte alla forza, si mette in discussione il principio stesso dell’ordine internazionale. In questo, l’Ucraina è diventata anche un laboratorio per l’Europa stessa: difesa comune, cyber-sicurezza, diplomazia, gestione delle crisi.

In Francia, ha raccontato la Delesalle-Stolper, si è riaperto persino il dibattito sulla coscrizione. «Ci stiamo chiedendo se il pacifismo sia ancora sufficiente. La guerra è tornata nel continente. Non è più un’eccezione storica, ma una possibilità concreta». In redazione, Libération ha pubblicato ben centotrentaquattro prime pagine sulla guerra in Ucraina negli ultimi dodici mesi. E gli articoli più letti, nelle ultime settimane, riguardano proprio i rapporti con la Russia, la difesa europea, il rischio di disimpegno degli Stati Uniti.

Il problema però non è solo quello di parlare dell’Ucraina, ma di come farlo. Per anni, ha denuncia Shevchenko, l’Occidente ha guardato il Paese attraverso una lente russa. «Nel 2022 la gente sapeva pochissimo dell’Ucraina. Ricordo una giornalista tedesca che mi chiese se avevo sentito un’esplosione alla centrale di Zaporizhzhia: ero a seicento chilometri di distanza. Ancora oggi l’Occidente guarda l’Ucraina con gli occhi di Mosca. Fino tre anni fa, la maggior parte delle redazioni internazionali aveva un corrispondente a Mosca, ma non a Kyjiv. E quando l’invasione è iniziata, quei giornalisti sono diventati d’un tratto esperti di Ucraina, pur guardando tutto da un’altra angolazione».

Per superare questa asimmetria, servono collaborazioni vere, paritarie, con giornalisti ucraini. Non paternalismi. «Per anni ci hanno trattato come cronisti di serie B, da istruire su come fare un podcast. Ma i podcast li abbiamo fatti. E senza soldi», ha detto Shevchenko, strappando un applauso. Il Kyiv Independent, finanziato da oltre diciassettemila lettori sostenitori, pubblica non solo breaking news ma anche newsletter culturali, lezioni di lingua, spiegazioni geopolitiche. Il pezzo più letto? Quello dal titolo più semplice e diretto, difficilissmo da trovare in molti giornali italiani: «Who started the war in Ukraine? Russia». 

L’appello dei media ucraini arriva davvero al pubblico europeo? Forse non quanto dovrebbe. Ma qualcosa si muove. Sempre più testate mandano inviati, formano reti di contatti, cercano di comprendere davvero. Ma la posta in gioco è alta. «Se questa chiamata non raggiunge abbastanza persone, la prossima sarà quella alla leva obbligatoria», ha avvertito Shevchenko.

La guerra in Ucraina non è finita. Non è lontana. E non è normale. Tocca ai giornalisti ricordarcelo, ogni giorno, con onestà, rigore e coraggio. Perché, come ha detto Sonia Delesalle-Stolper, «in un’epoca dove la realtà sembra distopica, il nostro compito è uno: dire i fatti. E ripeterli, finché non vengono capiti».

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