
Interrogata ieri da Carlo Calenda nel premier time al Senato sul tema del raggiungimento o meno del due per cento del Pil per le spese della difesa nel 2025 – cioè con un anno di ritardo rispetto agli impegni assunti in sede Nato nel 2014 – Giorgia Meloni ha sostanzialmente detto che ha ragione Guido Crosetto, quando sostiene che l’obiettivo è ancora lontano e sempre più urgente per almeno avvicinare non l’eccellenza, bensì la sufficienza, ma ha anche ragione Giancarlo Giorgetti, quando assicura che l’Italia già oggi, facendo bene i conti, raggiunge il due per cento per le spese di difesa e che quindi non occorrono stanziamenti ulteriori.
Insomma, la presidente del Consiglio ha detto che è d’accordo sia con il ministro della Difesa sia con quello dell’Economia, che però non sono affatto d’accordo tra loro, e questo succede perché nella democrazia che pensiamo di poterci permettere – pagheremo caro, pagheremo tutto, anzi, lo stiamo già facendo – la contraddizione e perfino la menzogna non devono più neppure presentarsi come contraffazioni persuasive della coerenza e della verità per essere accettate come un mezzo legittimo di propaganda o di azione politica.
In che senso Crosetto e Giorgetti non sono d’accordo? Nel Documento programmatico pluriennale della Difesa 2024-2026, presentato da Guido Crosetto alle Camere il 12 settembre 2024, si dà conto di come il bilancio integrato della difesa in chiave Nato, già di suo lontanissimo dal due per cento, sia in calo dal 2023, dove era attestato all’1,50 per cento, per arrivare all’1,49 per cento nel 2024 e finire all’1,44 per cento nel 2025 e 2026, con un dato inferiore non solo al due per cento, ma alla media dei Paesi europei membri dell’Alleanza Atlantica.
Peraltro, il bilancio della difesa ai fini Nato è pure leggermente superiore a quello risultante dalle regole della contabilità nazionale – 1,37 per cento del Pil nel 2024, 1,31 per cento nel 2025 e 1,26 per cento nel 2026 – perché scorpora l’importo della Funzione Sicurezza presente nel bilancio della Difesa, cioè il budget dei Carabinieri, a esclusione della parte impiegata su teatri esterni (8.600 unità), ma include l’importo della spesa pensionistica del personale militare e civile della Difesa sostenuta dall’Inps.
Eppure, mentre Crosetto, meno di un mese fa, sosteneva che, «al momento non abbiamo né risorse né scorte né investimenti per garantire la difesa dell’Italia nei prossimi anni», Giorgetti si presentava alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato a dire che l’Italia avrebbe raggiunto nel 2025 il due per cento semplicemente ricorrendo a una riclassificazione contabile di alcune spese, senza maggiori oneri per quanto coperti dalla clausola di salvaguardia, cioè dalla deroga riconosciuta dalla Commissione europea, rispetto alle regole del nuovo Patto di stabilità.
Anche prescindendo dal fatto che passare da trentadue a quarantaquattro miliardi (cioè al due per cento del Pil) implica in ogni caso il reperimento di dodici miliardi in più, è perfino divertente, se non fosse desolante, pensare che con uno sforzo di fantasia contabile il Governo pensi di avvicinare l’obiettivo inglobando nel bilancio della difesa ai fini Nato non iniziative finalizzate ad accrescere la capacità operativa del sistema militare e degli apparati di sicurezza nazionale, ma le pensioni dei Carabinieri in quiescenza o magari – è stato ipotizzato anche questo, – le spese per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Insomma: c’è un ministro della Difesa che dice che se l’Italia venisse attaccata non potrebbe difendersi, e il ministro dell’Economia, nonché fedele scudiero di Matteo Salvini, per il quale l’Italia non sarà mai attaccata da nessuno, se non da orde di immigrati stranieri, gli risponde che per accontentare la Nato basta fare un po’ di ammuina finanziaria, spostando vorticosamente le stesse risorse tra diversi capitoli di spesa, come nella marina borbonica si spostavano da prora a poppa e da dritta a manca (e viceversa) i marinai, perché sembrassero più numerosi e indaffarati di quanto erano.
Non ci vuole una grande acutezza per capire che, se darà ragione a due ministri in plateale disaccordo, Meloni non potrà accontentare entrambi. Ed è sotto gli occhi di tutti che Meloni sta facendo esattamente quel che vogliono Giorgetti e Salvini. Fino al vertice Nato di giugno l’Italia starà alla finestra, così da evitare anche di essere coinvolta dai progetti di Francia, Germania, Polonia e Regno Unito su un nuovo pilastro di difesa europea, di cui Salvini dice peste e corna, come del resto tutti i capataz (Simion compreso) della famiglia politica di Meloni, l’Ecr. E Crosetto (sempre che anche lui non si presti a questo gioco delle parti) si accontenti dell’impegno del Governo a «rilanciare la traiettoria di potenziamento delle nostre capacità di difesa». Poi, dopo giugno, chi vivrà vedrà.
Intanto, Meloni continuerà a trattare i temi della difesa non come una fondamentale responsabilità di governo, ma come una rogna da affrontare cercando una linea di galleggiamento politico meno costosa e compromettente possibile. Atteggiamento non esattamente patriottico.